16 Marzo 1978.....
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Conte Jägermeister
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16 Marzo 1978.....
Ci sono date che non sono solo numeri sul calendario, ma ferite aperte nella memoria di un paese. Il 16 marzo 1978 è una di quelle.
Avevo 27 anni quel giorno. Non ero un ragazzo, ma nemmeno così adulto da pensare di aver già visto tutto. E invece quella mattina, con la notizia della strage in via Fani, ho capito che l’Italia stava entrando in qualcosa di oscuro, definitivo.
L’agguato delle Brigate Rosse, l’assassinio degli uomini della scorta e il rapimento di Aldo Moro non furono solo un fatto di cronaca. Furono uno spartiacque. Da quel momento, l’Italia smise di essere ingenua.
Ricordo benissimo il clima di quei giorni. Le radio sempre accese, i giornali divorati parola per parola, le discussioni infinite nei bar, nei luoghi di lavoro, nelle case. C’era paura, sì, ma anche una sensazione strana: come se tutti avessimo capito che non si trattava solo di Moro, ma del destino stesso della nostra democrazia.
I 55 giorni del sequestro furono un lento stillicidio. Ogni comunicato, ogni foto, ogni voce diventava un macigno. E quando arrivò la notizia del ritrovamento del corpo, nel cuore di Roma, fu come se qualcosa si fosse spezzato definitivamente.
Per chi, come me, ha vissuto quegli anni da adulto, non è possibile dimenticare. Non è retorica: è consapevolezza. Prima c’era un’Italia con tutte le sue contraddizioni, ma ancora capace di credere in un certo tipo di futuro. Dopo, è arrivata la disillusione, il sospetto, la paura che si infilava nelle pieghe della quotidianità.
Quella stagione ha cambiato il nostro modo di vivere, di fidarci, persino di parlare tra noi. E ancora oggi, a distanza di decenni, le sue conseguenze si sentono.
Ricordare non è un esercizio formale. È un dovere.
Perché senza memoria, certi errori tornano sempre.
E noi, quegli errori, li abbiamo già pagati a caro prezzo.
Avevo 27 anni quel giorno. Non ero un ragazzo, ma nemmeno così adulto da pensare di aver già visto tutto. E invece quella mattina, con la notizia della strage in via Fani, ho capito che l’Italia stava entrando in qualcosa di oscuro, definitivo.
L’agguato delle Brigate Rosse, l’assassinio degli uomini della scorta e il rapimento di Aldo Moro non furono solo un fatto di cronaca. Furono uno spartiacque. Da quel momento, l’Italia smise di essere ingenua.
Ricordo benissimo il clima di quei giorni. Le radio sempre accese, i giornali divorati parola per parola, le discussioni infinite nei bar, nei luoghi di lavoro, nelle case. C’era paura, sì, ma anche una sensazione strana: come se tutti avessimo capito che non si trattava solo di Moro, ma del destino stesso della nostra democrazia.
I 55 giorni del sequestro furono un lento stillicidio. Ogni comunicato, ogni foto, ogni voce diventava un macigno. E quando arrivò la notizia del ritrovamento del corpo, nel cuore di Roma, fu come se qualcosa si fosse spezzato definitivamente.
Per chi, come me, ha vissuto quegli anni da adulto, non è possibile dimenticare. Non è retorica: è consapevolezza. Prima c’era un’Italia con tutte le sue contraddizioni, ma ancora capace di credere in un certo tipo di futuro. Dopo, è arrivata la disillusione, il sospetto, la paura che si infilava nelle pieghe della quotidianità.
Quella stagione ha cambiato il nostro modo di vivere, di fidarci, persino di parlare tra noi. E ancora oggi, a distanza di decenni, le sue conseguenze si sentono.
Ricordare non è un esercizio formale. È un dovere.
Perché senza memoria, certi errori tornano sempre.
E noi, quegli errori, li abbiamo già pagati a caro prezzo.
Re: 16 Marzo 1978.....
Io quel giorno avevo poco più di dieci anni, quindi tante cose non le capivo davvero… però alcune immagini mi sono rimaste incollate addosso.
Ricordo mio padre davanti alla televisione, in silenzio. Una cosa strana, perché di solito commentava sempre tutto. Quel giorno no. C’era solo questo silenzio pesante in casa, e io che cercavo di capire perché l’atmosfera fosse così diversa dal solito.
Non capivo chi fosse davvero Aldo Moro, non capivo bene cosa fossero le Brigate Rosse… ma capivo che era successo qualcosa di enorme. Lo vedevi negli occhi degli adulti, nelle conversazioni a mezza voce, nei telegiornali che sembravano non finire mai.
Poi, col passare dei giorni, anche da ragazzino inizi a percepire la tensione. I discorsi diventavano più seri, meno leggeri. Come se all’improvviso il mondo dei grandi avesse perso una specie di protezione.
Quando arrivò la notizia della morte, me lo ricordo ancora: mio padre disse solo “è finita male”… e lì ho capito che non era una storia come le altre. Non era un fatto lontano, era qualcosa che riguardava tutti.
Col tempo ho capito meglio cosa rappresentò davvero quel momento. Non solo per la politica, ma proprio per il clima del paese. È come se da lì in poi si fosse rotto qualcosa nella fiducia, nelle certezze.
Oggi, a distanza di tanti anni, mi resta quella sensazione lì: il giorno in cui, anche senza capire tutto, ho visto per la prima volta la paura negli occhi degli adulti.
E quella, quando la vedi da bambino, non la dimentichi più.
Ricordo mio padre davanti alla televisione, in silenzio. Una cosa strana, perché di solito commentava sempre tutto. Quel giorno no. C’era solo questo silenzio pesante in casa, e io che cercavo di capire perché l’atmosfera fosse così diversa dal solito.
Non capivo chi fosse davvero Aldo Moro, non capivo bene cosa fossero le Brigate Rosse… ma capivo che era successo qualcosa di enorme. Lo vedevi negli occhi degli adulti, nelle conversazioni a mezza voce, nei telegiornali che sembravano non finire mai.
Poi, col passare dei giorni, anche da ragazzino inizi a percepire la tensione. I discorsi diventavano più seri, meno leggeri. Come se all’improvviso il mondo dei grandi avesse perso una specie di protezione.
Quando arrivò la notizia della morte, me lo ricordo ancora: mio padre disse solo “è finita male”… e lì ho capito che non era una storia come le altre. Non era un fatto lontano, era qualcosa che riguardava tutti.
Col tempo ho capito meglio cosa rappresentò davvero quel momento. Non solo per la politica, ma proprio per il clima del paese. È come se da lì in poi si fosse rotto qualcosa nella fiducia, nelle certezze.
Oggi, a distanza di tanti anni, mi resta quella sensazione lì: il giorno in cui, anche senza capire tutto, ho visto per la prima volta la paura negli occhi degli adulti.
E quella, quando la vedi da bambino, non la dimentichi più.
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Re: 16 Marzo 1978.....
Perbacco amici carissimi, avete toccato un argomento a me particolarmente caro. Questo non è soltanto un ricordo, un semplice ricordo, ma è il ricordo di un cambiamento che avrebbe dovuto esserci e che invece purtroppo c'è stato ma in altro modo...
Anch'io all'epoca non ero più un ragazzino, e la politica stava incominciando ad interessarmi come del resto alla maggior parte dei miei coetanei.
E benché io non sia mai stato un fervente appassionato, ho vissuto quegli anni con una partecipata intensità.
La democrazia Cristiana non era certamente il partito di famiglia questo lo posso dire con assoluta certezza.
E noi giovani si guardava altrove, nel senso che cercavamo quel rinnovamento e quel cambiamento che volevamo da anni.
Si voleva da un certo punto di vista, svecchiare la politica che per troppo tempo era stata gestita da persone in età e mai particolarmente giovani.
Volevamo semplicemente dei giovani intelligenti al governo.
Però da un certo punto di vista, rispettavamo la conoscenza che taluni di loro avevano sia della politica sia anche della vita comune di ogni cittadino, e una di queste persone era proprio l'onorevole Aldo Moro.
Sempre visto come una persona buona. Una persona distinta mai sulla bocca dei rotocalchi o della stampa di allora se non per rimarcare la sua volontà ed il suo ideale politico.
Il cambiamento che lui voleva da una parte lo volevamo anche noi giovani.
Non eravamo magari tutti d'accordo, però in buona parte, il pensiero comune, era quello di mettere fine a decenni di governo DC per finalmente unire il partito cosiddetto operaio con quello delle caste più facoltose.
Ma purtroppo ciò non avvenne...
Ma io voglio andare un po' più a fondo dell'argomento dato che non mi sono mai accontentato della versione ufficiale..
So che questo mio dire può avere toni di complottismo ma non è assolutamente così.
Mi piace pensare che la mente così vasta e incapibile, non si fermi davanti alla cosiddetta "buona la prima".
Se avete piacere possiamo disquisire piacevolmente di questo interessantissimo argomento, che offre moltissimi spunti di riflessione.
Inoltre condivido con voi, queste due letture che consiglio altamente:
"Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro e I 55 giorni che hanno cambiato l'Italia"
Entrambi i libri scritti dallo scomparso giudice Ferdinando Imposimato.
Che fu giudice istruttore del processo Moro.
Nonché uno dei più ferventi sostenitori della tesi non ufficiale.
Anch'io all'epoca non ero più un ragazzino, e la politica stava incominciando ad interessarmi come del resto alla maggior parte dei miei coetanei.
E benché io non sia mai stato un fervente appassionato, ho vissuto quegli anni con una partecipata intensità.
La democrazia Cristiana non era certamente il partito di famiglia questo lo posso dire con assoluta certezza.
E noi giovani si guardava altrove, nel senso che cercavamo quel rinnovamento e quel cambiamento che volevamo da anni.
Si voleva da un certo punto di vista, svecchiare la politica che per troppo tempo era stata gestita da persone in età e mai particolarmente giovani.
Volevamo semplicemente dei giovani intelligenti al governo.
Però da un certo punto di vista, rispettavamo la conoscenza che taluni di loro avevano sia della politica sia anche della vita comune di ogni cittadino, e una di queste persone era proprio l'onorevole Aldo Moro.
Sempre visto come una persona buona. Una persona distinta mai sulla bocca dei rotocalchi o della stampa di allora se non per rimarcare la sua volontà ed il suo ideale politico.
Il cambiamento che lui voleva da una parte lo volevamo anche noi giovani.
Non eravamo magari tutti d'accordo, però in buona parte, il pensiero comune, era quello di mettere fine a decenni di governo DC per finalmente unire il partito cosiddetto operaio con quello delle caste più facoltose.
Ma purtroppo ciò non avvenne...
Ma io voglio andare un po' più a fondo dell'argomento dato che non mi sono mai accontentato della versione ufficiale..
So che questo mio dire può avere toni di complottismo ma non è assolutamente così.
Mi piace pensare che la mente così vasta e incapibile, non si fermi davanti alla cosiddetta "buona la prima".
Se avete piacere possiamo disquisire piacevolmente di questo interessantissimo argomento, che offre moltissimi spunti di riflessione.
Inoltre condivido con voi, queste due letture che consiglio altamente:
"Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro e I 55 giorni che hanno cambiato l'Italia"
Entrambi i libri scritti dallo scomparso giudice Ferdinando Imposimato.
Che fu giudice istruttore del processo Moro.
Nonché uno dei più ferventi sostenitori della tesi non ufficiale.
Il paradiso può attendere!

Re: 16 Marzo 1978.....
Preparati che ci sarà molto da scrivere 
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Conte Jägermeister
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Re: 16 Marzo 1978.....
L'azione in via Fani, fu tatticamente molto simile (e ufficialmente paragonata) al rapimento di Hanns Martin Schleyer (presidente della Confindustria tedesca, ex ufficiale SS) compiuto dalla RAF (Rote Armee Fraktion) il 5 settembre 1977 a Colonia.
Questa è la sola operazione precedente (6 mesi prima) che presenta analogie chiare con via Fani: blocco del convoglio, annientamento immediato della scorta con armi automatiche e estrazione illesa del bersaglio. Le Brigate Rosse studiarono il caso Schleyer (come confermato dal rapporto interno della Stasi della DDR del 8 giugno 1978), e la dinamica fu analizzata come “modello” per colpire un obiettivo di alto livello senza perdite tra gli attaccanti. Non c’è prova di partecipazione diretta della RAF (le BR hanno sempre negato), ma la somiglianza è documentata in atti giudiziari, perizie, testimonianze e nella stessa Commissione Moro.
Intanto il blocco avvenne utilizzando una carrozzina per bambini portata da una coppia facente parte del gruppo d'assalto.
Le armi utilizzate erano di alta qualità e di provenienza militare.
Uso di un furgone, da qui uscirono i 6 partecipanti al gruppo di fuoco.
Utilizzo di raffiche mirate e nessuna arma corta.
Aggiungo ricostruzione video.
Questa è la sola operazione precedente (6 mesi prima) che presenta analogie chiare con via Fani: blocco del convoglio, annientamento immediato della scorta con armi automatiche e estrazione illesa del bersaglio. Le Brigate Rosse studiarono il caso Schleyer (come confermato dal rapporto interno della Stasi della DDR del 8 giugno 1978), e la dinamica fu analizzata come “modello” per colpire un obiettivo di alto livello senza perdite tra gli attaccanti. Non c’è prova di partecipazione diretta della RAF (le BR hanno sempre negato), ma la somiglianza è documentata in atti giudiziari, perizie, testimonianze e nella stessa Commissione Moro.
Intanto il blocco avvenne utilizzando una carrozzina per bambini portata da una coppia facente parte del gruppo d'assalto.
Le armi utilizzate erano di alta qualità e di provenienza militare.
Uso di un furgone, da qui uscirono i 6 partecipanti al gruppo di fuoco.
Utilizzo di raffiche mirate e nessuna arma corta.
Aggiungo ricostruzione video.
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Balengo
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Re: 16 Marzo 1978.....
Conte Jägermeister ha scritto: ↑19/03/2026, 13:07 L'azione in via Fani, fu tatticamente molto simile (e ufficialmente paragonata) al rapimento di Hanns Martin Schleyer (presidente della Confindustria tedesca, ex ufficiale SS) compiuto dalla RAF (Rote Armee Fraktion) il 5 settembre 1977 a Colonia.
Questa è la sola operazione precedente (6 mesi prima) che presenta analogie chiare con via Fani: blocco del convoglio, annientamento immediato della scorta con armi automatiche e estrazione illesa del bersaglio. Le Brigate Rosse studiarono il caso Schleyer (come confermato dal rapporto interno della Stasi della DDR del 8 giugno 1978), e la dinamica fu analizzata come “modello” per colpire un obiettivo di alto livello senza perdite tra gli attaccanti. Non c’è prova di partecipazione diretta della RAF (le BR hanno sempre negato), ma la somiglianza è documentata in atti giudiziari, perizie, testimonianze e nella stessa Commissione Moro.
Intanto il blocco avvenne utilizzando una carrozzina per bambini portata da una coppia facente parte del gruppo d'assalto.
Le armi utilizzate erano di alta qualità e di provenienza militare.
Uso di un furgone, da qui uscirono i 6 partecipanti al gruppo di fuoco.
Utilizzo di raffiche mirate e nessuna arma corta.
Aggiungo ricostruzione video.
Un massacro....ed era il '77?.....ma c'è mai stata un'epoca di pace in questo mondo marcio?...
E quando hanno rapito Moro hanno fatto la stessa cosa da quello che ho capito..
Incredibile...
Io non conosco i fatti, ma qualcosa ho visto in televisione e mi è stato raccontato.
E ci si fa meraviglia che oggi ci sono tutte queste guerre e la pace sembra una chimera...
Ma nessuno vuole la pace.
Nessuno vuole la stabilità altrimenti come fanno a comandarci..
E tutta questa gente che è morta ammazzata per la pace o perché aveva degli ideali, sono vittime di un meccanismo che non finirà mai.
Finché esisterà l'uomo queste cose non avranno mai fine.
Re: 16 Marzo 1978.....
Mi sono documentato per questo particolare evento.
Sì, ha ragione: l’operazione della RAF a Colonia il 5 settembre 1977 contro Hanns Martin Schleyer fu un’esecuzione rapida e brutale: quattro agenti della scorta uccisi in pochi secondi con raffiche automatiche, per estrarre vivo l’obiettivo. Solo sei mesi dopo, il 16 marzo 1978 in via Fani, le Brigate Rosse replicarono una dinamica tatticamente molto simile: blocco del convoglio, annientamento immediato della scorta con armi automatiche (cinque morti in 15-25 secondi), Aldo Moro estratto illeso.
Le analogie non sono casuali. Le BR studiarono il caso Schleyer (come emerge dal rapporto della Stasi del giugno 1978) e ne adottarono il modello operativo: fuoco massiccio sulla protezione per neutralizzare ogni reazione, estrazione rapida del bersaglio politico.
Il tuo commento sul “mondo marcio” coglie un aspetto profondo e ricorrente della storia contemporanea: la pace stabile sembra una chimera perché la stabilità vera riduce il controllo di chi detiene il potere. Ideali, riforme o compromessi che minacciano equilibri consolidati diventano bersagli. Le vittime, agenti, politici, cittadini comuni, finiscono schiacciate da meccanismi che alimentano conflitto e instabilità.
Finché l’uomo non riuscirà a superare la logica del dominio e della paura, questi cicli rischiano di ripetersi. Eppure, anche in mezzo all’orrore, emergono tentativi di cambiamento che, pur fallendo spesso, testimoniano una residua capacità di resistenza e dignità.
Sì, ha ragione: l’operazione della RAF a Colonia il 5 settembre 1977 contro Hanns Martin Schleyer fu un’esecuzione rapida e brutale: quattro agenti della scorta uccisi in pochi secondi con raffiche automatiche, per estrarre vivo l’obiettivo. Solo sei mesi dopo, il 16 marzo 1978 in via Fani, le Brigate Rosse replicarono una dinamica tatticamente molto simile: blocco del convoglio, annientamento immediato della scorta con armi automatiche (cinque morti in 15-25 secondi), Aldo Moro estratto illeso.
Le analogie non sono casuali. Le BR studiarono il caso Schleyer (come emerge dal rapporto della Stasi del giugno 1978) e ne adottarono il modello operativo: fuoco massiccio sulla protezione per neutralizzare ogni reazione, estrazione rapida del bersaglio politico.
Il tuo commento sul “mondo marcio” coglie un aspetto profondo e ricorrente della storia contemporanea: la pace stabile sembra una chimera perché la stabilità vera riduce il controllo di chi detiene il potere. Ideali, riforme o compromessi che minacciano equilibri consolidati diventano bersagli. Le vittime, agenti, politici, cittadini comuni, finiscono schiacciate da meccanismi che alimentano conflitto e instabilità.
Finché l’uomo non riuscirà a superare la logica del dominio e della paura, questi cicli rischiano di ripetersi. Eppure, anche in mezzo all’orrore, emergono tentativi di cambiamento che, pur fallendo spesso, testimoniano una residua capacità di resistenza e dignità.
Re: 16 Marzo 1978.....
Il 16 marzo 1978 (giorno della fiducia al governo Andreotti IV, sostenuto anche dal PCI) un commando di 11 Brigate Rosse (Mario Moretti, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Prospero Gallinari, Raffaele Fiore, Franco Bonisoli, Barbara Balzerani ecc.) tende un agguato in via Mario Fani a Roma. Bloccano la Fiat 130 di Moro (con autista Domenico Ricci e maresciallo Oreste Leonardi) e l’Alfetta di scorta (agenti Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi). Sparano 91 colpi in pochi secondi: uccidono i 5 uomini della scorta e sequestrano Moro (forzandolo su una Fiat 132). Rivendicazione immediata via ANSA. L’operazione è definita “da manuale” dalle perizie balistiche.
Moro resta prigioniero 55 giorni nell’appartamento di via Montalcini 8 (Roma, confermato da processi e brigatisti stessi: Anna Laura Braghetti e Germano Maccari come carcerieri; Moretti come interrogatore principale). Scrive 86 lettere (alcune recapitate, altre trovate in via Monte Nevoso). Le BR emettono 9 comunicati: chiedono scambio con 13 detenuti (“fronte delle carceri”), poi anche un solo brigatista. Moro propone trattativa e critica la DC.
Il 9 maggio 1978 le BR “processano” Moro e lo uccidono nel box di via Montalcini: Mario Moretti (Walther PPK) e Germano Maccari (Skorpion vz. 61) sparano 11 colpi. Il corpo viene abbandonato in una Renault 4 in via Caetani (simbolicamente tra sedi DC e PCI). Autopsia: morte tra le 9 e le 10. Telefonata di Morucci alle 12.13. Ritrovamento immediato.
32 brigatisti condannati all’ergastolo. Tutte le commissioni parlamentari (1979-1983, 2014-2018) e la magistratura concludono: BR hanno agito da sole. Nessuna prova di collusione diretta con Stato o servizi.
La DC (con Andreotti Presidente del Consiglio e Francesco Cossiga Ministro dell’Interno) impone la linea della fermezza: nessuna trattativa, per non legittimare il terrorismo e salvare lo Stato. Andreotti parla in Parlamento con ritardo, soffre visibilmente (“vomito” riferito) ma rifiuta scambio. Cossiga presiede il Comitato di crisi, forma comitati tecnici e chiama esperti (incluso l’americano Steve Pieczenik). In lettere Moro li accusa di “ragion di Stato” e abbandono....
Papa Paolo VI (amico personale di Moro) lancia appelli drammatici: il 22 aprile 1978 supplica “in ginocchio” le BR di liberare Moro “semplicemente, senza condizioni”. Teorie (Gotor, documenti vaticani) sostengono che volesse una mediazione segreta (contatti con cappellani carcerari, proposta di 10 miliardi di lire per riscatto), ma la DC e il governo imposero la formula “senza condizioni”. Moro, nella lettera alla moglie del 5 maggio, scrive: “Il Papa ha fatto pochino”. La famiglia rifiuta funerali di Stato. Il Papa subisce un “schiaffo” pubblico (assenza ai funerali).
Il vero obiettivo politico era impedire il “compromesso storico” DC PCI (Moro negoziava l’ingresso dei comunisti al governo, cosa che né Washington né Mosca volevano). Henry Kissinger aveva avvertito Moro già nel 1974/76. Le teorie (condivise da storici come Flamigni, Imposimato, Willan) parlano di infiltrazione delle BR da parte di:
Servizi italiani deviati più P2: Lista P2 (1981) include direttori SISMI (Santovito), SISDE (Grassini), CESIS (Pelosi), Guardia di Finanza ecc., molti promossi durante il sequestro. Stampanti BR provenivano da ministeri. Falso comunicato n.7 (Chichiarelli, legato Banda della Magliana) depistò le ricerche.
CIA e USA: Steve Pieczenik (uomo di Kissinger, nel comitato di crisi di Cossiga) ammise in libri/interviste (2008-2013): “Ho contribuito all’uccisione di Moro” per destabilizzare le BR e bloccare il PCI. Cossiga stesso disse nel 1998: “Ho concorso, sul piano dei fatti, alla morte di Moro”. Documenti declassificati mostrano panico USA..
Gladio/Stay Behind: Rete NATO anti sovietica. Guglielmi (SISMI/Gladio) fu visto in via Stresa alle 9 del mattino (disse “andavo a pranzo”). Moro nel memoriale parla di struttura stay behind. Cossiga lo ammise in processi.
Moro resta prigioniero 55 giorni nell’appartamento di via Montalcini 8 (Roma, confermato da processi e brigatisti stessi: Anna Laura Braghetti e Germano Maccari come carcerieri; Moretti come interrogatore principale). Scrive 86 lettere (alcune recapitate, altre trovate in via Monte Nevoso). Le BR emettono 9 comunicati: chiedono scambio con 13 detenuti (“fronte delle carceri”), poi anche un solo brigatista. Moro propone trattativa e critica la DC.
Il 9 maggio 1978 le BR “processano” Moro e lo uccidono nel box di via Montalcini: Mario Moretti (Walther PPK) e Germano Maccari (Skorpion vz. 61) sparano 11 colpi. Il corpo viene abbandonato in una Renault 4 in via Caetani (simbolicamente tra sedi DC e PCI). Autopsia: morte tra le 9 e le 10. Telefonata di Morucci alle 12.13. Ritrovamento immediato.
32 brigatisti condannati all’ergastolo. Tutte le commissioni parlamentari (1979-1983, 2014-2018) e la magistratura concludono: BR hanno agito da sole. Nessuna prova di collusione diretta con Stato o servizi.
La DC (con Andreotti Presidente del Consiglio e Francesco Cossiga Ministro dell’Interno) impone la linea della fermezza: nessuna trattativa, per non legittimare il terrorismo e salvare lo Stato. Andreotti parla in Parlamento con ritardo, soffre visibilmente (“vomito” riferito) ma rifiuta scambio. Cossiga presiede il Comitato di crisi, forma comitati tecnici e chiama esperti (incluso l’americano Steve Pieczenik). In lettere Moro li accusa di “ragion di Stato” e abbandono....
Papa Paolo VI (amico personale di Moro) lancia appelli drammatici: il 22 aprile 1978 supplica “in ginocchio” le BR di liberare Moro “semplicemente, senza condizioni”. Teorie (Gotor, documenti vaticani) sostengono che volesse una mediazione segreta (contatti con cappellani carcerari, proposta di 10 miliardi di lire per riscatto), ma la DC e il governo imposero la formula “senza condizioni”. Moro, nella lettera alla moglie del 5 maggio, scrive: “Il Papa ha fatto pochino”. La famiglia rifiuta funerali di Stato. Il Papa subisce un “schiaffo” pubblico (assenza ai funerali).
Il vero obiettivo politico era impedire il “compromesso storico” DC PCI (Moro negoziava l’ingresso dei comunisti al governo, cosa che né Washington né Mosca volevano). Henry Kissinger aveva avvertito Moro già nel 1974/76. Le teorie (condivise da storici come Flamigni, Imposimato, Willan) parlano di infiltrazione delle BR da parte di:
Servizi italiani deviati più P2: Lista P2 (1981) include direttori SISMI (Santovito), SISDE (Grassini), CESIS (Pelosi), Guardia di Finanza ecc., molti promossi durante il sequestro. Stampanti BR provenivano da ministeri. Falso comunicato n.7 (Chichiarelli, legato Banda della Magliana) depistò le ricerche.
CIA e USA: Steve Pieczenik (uomo di Kissinger, nel comitato di crisi di Cossiga) ammise in libri/interviste (2008-2013): “Ho contribuito all’uccisione di Moro” per destabilizzare le BR e bloccare il PCI. Cossiga stesso disse nel 1998: “Ho concorso, sul piano dei fatti, alla morte di Moro”. Documenti declassificati mostrano panico USA..
Gladio/Stay Behind: Rete NATO anti sovietica. Guglielmi (SISMI/Gladio) fu visto in via Stresa alle 9 del mattino (disse “andavo a pranzo”). Moro nel memoriale parla di struttura stay behind. Cossiga lo ammise in processi.
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Re: 16 Marzo 1978.....
Molto bene molto bene.
Una delle ipotesi più discusse, sostenuta da figure come il giudice Ferdinando Imposimato, Sergio Flamigni e altri studiosi del periodo, è che le Brigate Rosse non abbiano agito da sole nell’agguato di via Fani e nell’uccisione di Aldo Moro, o quantomeno che non siano state le uniche esecutrici materiali con le competenze necessarie.
L’operazione di via Fani presenta caratteristiche che contrastano con il livello di preparazione dichiarato dai brigatisti coinvolti: un’azione fulminea di 15-25 secondi, 91-93 colpi sparati, traiettorie precise, Moro rimasto illeso sul sedile posteriore destro, cinque agenti della scorta eliminati senza che nessuno degli attaccanti riportasse ferite. Le perizie balistiche hanno definito il lavoro “da manuale”, con una singola arma che ha esploso circa 49 colpi con una precisione notevole. I quattro tiratori principali (Morucci, Fiore, Gallinari, Bonisoli) hanno sempre ammesso di essere militanti senza addestramento militare professionale, abituati a esercitarsi in modo rudimentale in prati o boschi con armi vecchie e spesso inaffidabili, che infatti si inceppano tutte durante l’agguato.
Alcuni testimoni oculari hanno descritto uno sparatore particolarmente calmo e controllato, con gesti che suggeriscono una padronanza non comune. Inoltre, l’autopsia di Oreste Leonardi ha rilevato ferite concentrate sul lato destro del corpo, aspetto difficile da spiegare se tutti gli spari provenissero esclusivamente dal lato sinistro della strada, come dichiarato dalle BR.
Riguardo all’esecuzione del 9 maggio 1978, emergono discrepanze su orari, modalità dei colpi e causa del decesso che per alcuni non si conciliano pienamente con la versione fornita da Moretti e Maccari.
L’ipotesi è quindi che le Brigate Rosse abbiano fornito la manovalanza e la rivendicazione politica, ma che l’operazione soprattutto nella fase di fuoco e nell’eventuale fase finale, sia stata supportata o integrata da elementi più professionali: strutture deviate dello Stato (P2 all’interno dei servizi di sicurezza, rete Gladio stay behind), apparati esteri (con riferimenti a contatti CIA, Mossad o altri già negli anni precedenti) o gruppi criminali organizzati per logistica e copertura. Pecorelli, tra i primi a parlarne, definì i killer di via Fani “professionisti da scuole di guerra”, suggerendo che la manovalanza brigatista fosse reclutata e diretta da livelli superiori.
In sintesi, secondo questa linea interpretativa le BR furono lo strumento esecutivo visibile, ma la regia, la capacità tecnica con le armi e la decisione di non salvare Moro (o di assicurarne la morte) provennero da un contesto più ampio e strutturato, legato alla volontà di impedire il compromesso storico a ogni costo.
Questa ricostruzione resta una teoria alternativa, non accolta dalle sentenze definitive né dalle commissioni parlamentari, che attribuiscono la piena responsabilità alle Brigate Rosse. Tuttavia continua a essere discussa per le anomalie oggettive emerse dalle perizie e dalle testimonianze.
Una delle ipotesi più discusse, sostenuta da figure come il giudice Ferdinando Imposimato, Sergio Flamigni e altri studiosi del periodo, è che le Brigate Rosse non abbiano agito da sole nell’agguato di via Fani e nell’uccisione di Aldo Moro, o quantomeno che non siano state le uniche esecutrici materiali con le competenze necessarie.
L’operazione di via Fani presenta caratteristiche che contrastano con il livello di preparazione dichiarato dai brigatisti coinvolti: un’azione fulminea di 15-25 secondi, 91-93 colpi sparati, traiettorie precise, Moro rimasto illeso sul sedile posteriore destro, cinque agenti della scorta eliminati senza che nessuno degli attaccanti riportasse ferite. Le perizie balistiche hanno definito il lavoro “da manuale”, con una singola arma che ha esploso circa 49 colpi con una precisione notevole. I quattro tiratori principali (Morucci, Fiore, Gallinari, Bonisoli) hanno sempre ammesso di essere militanti senza addestramento militare professionale, abituati a esercitarsi in modo rudimentale in prati o boschi con armi vecchie e spesso inaffidabili, che infatti si inceppano tutte durante l’agguato.
Alcuni testimoni oculari hanno descritto uno sparatore particolarmente calmo e controllato, con gesti che suggeriscono una padronanza non comune. Inoltre, l’autopsia di Oreste Leonardi ha rilevato ferite concentrate sul lato destro del corpo, aspetto difficile da spiegare se tutti gli spari provenissero esclusivamente dal lato sinistro della strada, come dichiarato dalle BR.
Riguardo all’esecuzione del 9 maggio 1978, emergono discrepanze su orari, modalità dei colpi e causa del decesso che per alcuni non si conciliano pienamente con la versione fornita da Moretti e Maccari.
L’ipotesi è quindi che le Brigate Rosse abbiano fornito la manovalanza e la rivendicazione politica, ma che l’operazione soprattutto nella fase di fuoco e nell’eventuale fase finale, sia stata supportata o integrata da elementi più professionali: strutture deviate dello Stato (P2 all’interno dei servizi di sicurezza, rete Gladio stay behind), apparati esteri (con riferimenti a contatti CIA, Mossad o altri già negli anni precedenti) o gruppi criminali organizzati per logistica e copertura. Pecorelli, tra i primi a parlarne, definì i killer di via Fani “professionisti da scuole di guerra”, suggerendo che la manovalanza brigatista fosse reclutata e diretta da livelli superiori.
In sintesi, secondo questa linea interpretativa le BR furono lo strumento esecutivo visibile, ma la regia, la capacità tecnica con le armi e la decisione di non salvare Moro (o di assicurarne la morte) provennero da un contesto più ampio e strutturato, legato alla volontà di impedire il compromesso storico a ogni costo.
Questa ricostruzione resta una teoria alternativa, non accolta dalle sentenze definitive né dalle commissioni parlamentari, che attribuiscono la piena responsabilità alle Brigate Rosse. Tuttavia continua a essere discussa per le anomalie oggettive emerse dalle perizie e dalle testimonianze.
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Conte Jägermeister
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Re: 16 Marzo 1978.....
Questi sono gli unici che spararono con le armi automatiche durante l’azione:
Valerio Morucci (“Matteo”)
Ruolo: coordinatore e capo del gruppo di fuoco. Guidò materialmente l’azione sul posto, sparò con la FNAB-43 calibro 9 mm (22 colpi accertati, soprattutto sulla Fiat 130 di Moro). Fu lui a cambiare caricatore quando il mitra si inceppò e a dare il via all’estrazione di Moro.
Raffaele Fiore (“Marcello”)
Ruolo: secondo tiratore. Usò la Beretta M12 9 mm. Sparò raffiche sulla scorta (pochi colpi accertati perché il mitra si inceppò quasi subito). Era posizionato accanto a Morucci.
Prospero Gallinari (“Giuseppe”)
Ruolo: terzo tiratore. Impiegò il mitra TZ-45 9 mm. Dopo l’inceppamento passò alla Smith & Wesson 9 mm per finire alcuni colpi (in particolare su Iozzino). Era il più “freddo” dei quattro secondo le testimonianze.
Franco Bonisoli (“Luigi”)
Ruolo: quarto tiratore. Usò la seconda FNAB-43 (quella che sparò i famosi 49 colpi “da manuale”). Dopo l’inceppamento passò alla Beretta 51 calibro 7,65 per i colpi di chiusura. Era il più giovane del gruppo di fuoco.
Questi non spararono (o non lo fecero in modo documentato), ma furono essenziali per l’operazione:
Mario Moretti (“Maurizio”)
Ruolo: capo assoluto dell’intera operazione e del sequestro. Guidò la Fiat 128 CD con targa diplomatica per bloccare il convoglio davanti alla macchina di Moro. Non sparò, ma coordinò tutto e fu il primo a estrarre Moro dall’auto.
Barbara Balzerani (“Sara”)
Ruolo: “paletta” all’incrocio con via Stresa. Aveva in mano una paletta da vigile e una Skorpion vz. 61 (non usata). Doveva bloccare eventuali fughe laterali.
Bruno Seghetti (“Claudio”)
Ruolo: auto della fuga. Guidò la Fiat 132 blu che caricò Moro e partì immediatamente verso il covo.
Alvaro Loiacono (“Otello”)
Ruolo: secondo blocco. Guidò la Fiat 128 bianca che chiuse la strada da dietro insieme a Casimirri.
Alessio Casimirri (“Camillo”)
Ruolo: supporto al blocco superiore di via Fani. Era sulla stessa Fiat 128 di Loiacono.
Rita Algranati (“Marzia”)
Ruolo: segnale d’inizio. Stava in alto su via Fani con un mazzo di fiori sulla Vespa; quando vide arrivare il convoglio diede il via all’azione.
Adriana Faranda (“Antonella”) e Anna Laura Braghetti facevano parte del nucleo del sequestro ma non erano presenti in via Fani; si occuparono della prigione in via Montalcini.
Questo è il quadro ufficiale emerso da processi, memoriali dei brigatisti (soprattutto Morucci) e sentenze Moro-quater. In tutto furono coinvolte circa 9-11 persone nell’agguato vero e proprio.
Valerio Morucci (“Matteo”)
Ruolo: coordinatore e capo del gruppo di fuoco. Guidò materialmente l’azione sul posto, sparò con la FNAB-43 calibro 9 mm (22 colpi accertati, soprattutto sulla Fiat 130 di Moro). Fu lui a cambiare caricatore quando il mitra si inceppò e a dare il via all’estrazione di Moro.
Raffaele Fiore (“Marcello”)
Ruolo: secondo tiratore. Usò la Beretta M12 9 mm. Sparò raffiche sulla scorta (pochi colpi accertati perché il mitra si inceppò quasi subito). Era posizionato accanto a Morucci.
Prospero Gallinari (“Giuseppe”)
Ruolo: terzo tiratore. Impiegò il mitra TZ-45 9 mm. Dopo l’inceppamento passò alla Smith & Wesson 9 mm per finire alcuni colpi (in particolare su Iozzino). Era il più “freddo” dei quattro secondo le testimonianze.
Franco Bonisoli (“Luigi”)
Ruolo: quarto tiratore. Usò la seconda FNAB-43 (quella che sparò i famosi 49 colpi “da manuale”). Dopo l’inceppamento passò alla Beretta 51 calibro 7,65 per i colpi di chiusura. Era il più giovane del gruppo di fuoco.
Questi non spararono (o non lo fecero in modo documentato), ma furono essenziali per l’operazione:
Mario Moretti (“Maurizio”)
Ruolo: capo assoluto dell’intera operazione e del sequestro. Guidò la Fiat 128 CD con targa diplomatica per bloccare il convoglio davanti alla macchina di Moro. Non sparò, ma coordinò tutto e fu il primo a estrarre Moro dall’auto.
Barbara Balzerani (“Sara”)
Ruolo: “paletta” all’incrocio con via Stresa. Aveva in mano una paletta da vigile e una Skorpion vz. 61 (non usata). Doveva bloccare eventuali fughe laterali.
Bruno Seghetti (“Claudio”)
Ruolo: auto della fuga. Guidò la Fiat 132 blu che caricò Moro e partì immediatamente verso il covo.
Alvaro Loiacono (“Otello”)
Ruolo: secondo blocco. Guidò la Fiat 128 bianca che chiuse la strada da dietro insieme a Casimirri.
Alessio Casimirri (“Camillo”)
Ruolo: supporto al blocco superiore di via Fani. Era sulla stessa Fiat 128 di Loiacono.
Rita Algranati (“Marzia”)
Ruolo: segnale d’inizio. Stava in alto su via Fani con un mazzo di fiori sulla Vespa; quando vide arrivare il convoglio diede il via all’azione.
Adriana Faranda (“Antonella”) e Anna Laura Braghetti facevano parte del nucleo del sequestro ma non erano presenti in via Fani; si occuparono della prigione in via Montalcini.
Questo è il quadro ufficiale emerso da processi, memoriali dei brigatisti (soprattutto Morucci) e sentenze Moro-quater. In tutto furono coinvolte circa 9-11 persone nell’agguato vero e proprio.
