Bob107 ha scritto: 04/06/2026, 21:55
Boss Hogg ha scritto: 03/06/2026, 9:14
Se proviamo a spogliarci per un attimo del tifo da curva e guardiamo la questione dall'alto, ci accorgiamo che stiamo parlando di qualcosa che va ben oltre il metallo e i marchi sul serbatoio. È una questione di identità.
È innegabile che la storia del motociclismo sia fatta di grandi narrazioni, tutte ugualmente nobili. Ma il "Pianeta Custom" ha una particolarità che lo rende unico: non vende prestazioni, vende un'estensione dell'anima di chi guida. Chi sceglie questo mondo, specialmente con un'Harley, non cerca un mezzo di trasporto, cerca una scenografia per la propria libertà, un ritmo che si sincronizzi con il battito del proprio cuore. Ed è vero che questa è una realtà densa di sfumature, di estetica e di sensazioni che un motociclista prettamente "prestazionale" non cercherà, né capirà mai. Fino a qui, ha perfettamente senso considerarlo un mondo a sé.
Ma se facciamo un passo più in là, con la lucidità di chi la strada la mastica davvero, dobbiamo chiederci: dove finisce la bellezza di questa unicità e dove inizia l'illusione?
Il rischio del nostro mondo è quello di essersi innamorato più del mito di se stesso che della realtà. Abbiamo creato un linguaggio fatto di patch, di cromature, di rituali e di una presunta fratellanza esclusiva. Ma la verità è che quel senso di appartenenza, che una volta si guadagnava con i chilometri e il grasso sotto le unghie, oggi spesso si compra in concessionaria, preconfezionato.
Ed è qui che nasce il cortocircuito, quello che poi si palesa drammaticamente nell'episodio del ciglio della strada. Ci convinciamo di vivere emozioni più profonde, di far parte di un'élite dello spirito su due ruote, e poi rischiamo di perdere di vista l'abc del motociclismo. Quando un gruppo di customisti tira dritto davanti a una moto ferma e un ultrasessantenne su una vecchia sportiva si gira per darti una mano, crolla tutto il castello di carte. In quel preciso istante, il "mondo a sé" si rivela per quello che rischia di diventare: una recita. Mentre il vero spirito motociclistico, quello ancestrale, nato quando si viaggiava su strade sterrate con fari che sembravano candele, si sposta temporaneamente sotto la tuta di pelle di uno sconosciuto.
Quindi, ha senso difendere la particolarità della nostra passione? Assolutamente sì, perché è una cultura meravigliosa, viva e pulsante. Ma dobbiamo farlo con l'umiltà di chi sa che il marchio sul serbatoio non eleva lo spirito di nessuno. Le nostre sono storie di serie A, sì, ma lo sono solo se siamo noi i primi a renderle tali con il nostro comportamento sulla strada, e non con il catalogo degli accessori in mano. Essere diversi è un valore, sentirsi diversi è solo l'inizio dell'isolamento.
Per me, la bellezza finisce quando iniziano i pregiudizi, le forme di gerarchie e il senso di superiorità.
Cose che non mancano in questo ambiente, purtroppo.
Però non posso soffermare la mia attenzione soltanto a questo.
Capisco tutto il tuo ragionamento ma, personalmente, quando parlo di custom, non ne faccio una questione di fede come fosse quella calcistica.
Mi baso sulle mie personali esperienze e su quello che è il mio rapporto diretto con queste motociclette, senza nessuna illusione!
Il mio "siamo tutti fratelli motociclisti" era per dire che condividiamo lo stesso piacere di andare in moto ma nonostante non siamo tutti uguali (perché non lo siamo) si convive ugualmente senza nessun problema.
La diversità però non include obbligatoriamente dei dislivelli, ognuno vive la propria esperienza come meglio crede senza avere niente di più e niente di meno rispetto ad altri.
L'isolamento, per carità , non è una bella cosa, ma non in tutti i casi è un male, soprattutto quando è il prezzo da pagare per tenersi la propria libertà.
E la storia del customista che non si ferma la possiamo tranquillamente raccontare anche al contrario perché succede pure l'opposto, non per questo però, va sminuito tutto.
C'è sempre una parte bella e importante, fatta anche di cose sane e positive.
Nel mio racconto ho sottolineato quelli che mi hanno colpito di più, gli harleysti in gruppo. Ma erano passate anche molte moto da strada e altro.
Ecco perché, come scrivi "la bellezza finisce quando iniziano i pregiudizi", ho notato in quel caso che probabilmente ce n'erano molti..
Perché non fermarsi se presumi che uno sia a piedi, oggi può essere visto in varie maniere, ma se al posto nostro ci fosse stata una ragazza in moto, do per scontato che ci sarebbe stata la fila.
E questo è un altro tipo di pregiudizio.
Ma tralasciando quest'ultimo che è fin troppo ovvio, sposto l'attenzione su qualcosa che per me è molto più importante e cioè: siamo una categoria bellissima. Colorata.
Fatta di gente che ha in comune il gesto di infilarsi un casco e scegliere una destinazione. Con qualsiasi tempo.
Perché una categoria simile è così disunita fino al punto di non considerarsi gli uni con gli altri?
Non siamo allo stadio, dove ci sono due tifoserie e due squadre che si giocano una partita.
Non esiste in questo caso una squadra migliore o una squadra peggiore. Un vincente o un perdente.
Ma ciò che ho provato io quando mi sono avvicinato al mondo degli harleysti è stata la sensazione di squadra vincente.
Della squadra migliore, che si eleva al di sopra delle altre perché si autodefinisce una élite.
E quando pensi di essere una élite non puoi guardare gli altri allo stesso modo.
Un po' come il nonnismo da caserma, se non ti uniformi allo standard voluto da tutti, o sei dentro o sei fuori.
Ma una volta fuori, verrai etichettato come un "perdente"..
Questa è stata la mia sensazione.
Ma non è soltanto la mia, ma è anche quella di tanta altra gente con cui ho parlato, e che mi ha confermato le stesse sensazioni.
C'è gente che lamenta il fatto, che molti non salutano più con la mano..
Ma io trovo più importante che qualcuno si fermi ad aiutare un'altro motociclista che ha problemi, e che magari con il mio aiuto incompetente o con quello più esperto di qualcun altro, questo motociclista possa ritornare a casa magari senza dover spendere un botto di soldi in un carro attrezzi per esempio.
Ma ormai, già solo come esseri umani, stiamo tenendo sempre più le distanze dagli altri, figuriamoci "divisi" per marchio o per modello.....
E approposito di modello, mi hanno raccontato, sempre gente più grande di me e con molta più esperienza motociclistica, che c'è stato un periodo, dove capitava che anche quelli con lo Sportster venissero criticati.
Criticati da altri harleysti, perché da quando è stata eletta "moto da donne", in molti ci andavano giù pesante con questo appellativo..
Invece stranamente, nei raduni dove erano quasi tutte moto custom giapponesi, questo non succedeva..
Questo è il motivo per cui il mio immaginario iniziale è cambiato drasticamente.
Ho capito che anche un mondo così bello e così libero, è fatto di etichette, di classi sociali e di tanti pregiudizi inutili e assurdi....