Pianeta Custom..
Re: Pianeta Custom..
Harley racconta, una storia.
BMW racconta una storia.
Honda racconta una storia.
Ecc. Ecc. Ecc.
Sono tutte storie di serie "A"
Siamo tutti "fratelli motociclisti" dove non esistono migliori o peggiori, ma per esperienze NON possiamo dire che siamo tutti uguali perché non lo siamo.
E visto che l'argomento è "Pianeta custom" ci tengo a precisare che è giusto considerarlo un mondo a sé perché effettivamente è così. Non sto affermando niente di più e niente di meno.
Semplicemente una bella realtà, viva e sentita, fatta di tante sfumature e colori che altri motociclisti non vivono alla stessa identica maniera.
BMW racconta una storia.
Honda racconta una storia.
Ecc. Ecc. Ecc.
Sono tutte storie di serie "A"
Siamo tutti "fratelli motociclisti" dove non esistono migliori o peggiori, ma per esperienze NON possiamo dire che siamo tutti uguali perché non lo siamo.
E visto che l'argomento è "Pianeta custom" ci tengo a precisare che è giusto considerarlo un mondo a sé perché effettivamente è così. Non sto affermando niente di più e niente di meno.
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Re: Pianeta Custom..
Conte Jägermeister ha scritto: 02/06/2026, 9:29 Credo che alla fine il punto sia molto più semplice di quanto sembri.
Le Harley hanno certamente una personalità fortissima, un'identità che pochi marchi motociclistici possono vantare e una capacità rara di creare un legame emotivo con chi le guida. Questo sarebbe sciocco negarlo.
Quello su cui invece continuo a non essere d'accordo è l'idea che esista una sorta di esperienza motociclistica "speciale" riservata a chi possiede una determinata moto. Perché la storia del motociclismo è piena di persone che hanno vissuto avventure straordinarie, amicizie profonde, viaggi memorabili e passioni travolgenti senza essere mai salite su una Harley.
Forse il vero errore è cercare l'unicità nel mezzo anziché nelle persone.
Una Harley può essere il sogno di una vita per qualcuno e lasciare completamente indifferente qualcun altro. Una vecchia Moto Guzzi può rappresentare la stessa cosa per un altro motociclista. Una BMW, una Ducati, una Honda o qualsiasi altra moto possono generare lo stesso identico attaccamento emotivo in chi le vive con passione.
Alla fine, ciò che rende speciale una moto non è tanto ciò che è, ma ciò che rappresenta per chi la guida.
E forse è proprio qui che si trova la vera essenza del motociclismo: non nell'appartenenza a un marchio, a una categoria o a una filosofia, ma nella libertà di trovare la propria strada senza sentirsi obbligati a riconoscere quella degli altri come inferiore, incompleta o meno autentica.
Perché se c'è una cosa che oltre cinquant'anni di motociclismo ci hanno insegnato, è che le moto cambiano, i marchi cambiano, le mode passano, ma la passione resta sempre una faccenda profondamente personale. Ed è proprio per questo che non può essere misurata dal logo che c'è sul serbatoio.
Io sono d'accordissimo con te.
È chiaro che, personalmente, esalto ciò che piace a me e, nello stesso tempo, rimango indifferente su ciò che non mi attira e non trovo interesse.
Quando parlo di custom, in particolare di HD, è chiaro che lo faccio con l'entusiasmo che mi arriva da questa esperienza. Dove sta l'errore?
Perché dovrei dire che una HD con una BMW, Honda o Guzzi, sono la stessa cosa quando per me (e non soltanto per me) non è così? E comunque, a prescindere dai gusti personali, affermando questo, non è che sto dicendo una cosa non vera.
Ho forse detto che chi non possiede una custom non può provare emozioni forti? Non mi pare, ma sicuramente non proverà le STESSE emozioni che può provare un Harleysta, come un Harleysta non proverà le stesse emozioni di un altro motociclista che possiede una naked, un multistrada ecc. ecc.
Esaltare qualcosa di bello non significa mascherare i difetti, ma non è neanche giusto non riconoscere la grandezza di una realtà che va ancora forte ed è sentita da milioni di persone.
Sarebbe come dire che non significa niente, ma non è proprio così.
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Balengo
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Re: Pianeta Custom..
Secondo me stiamo girando tutti in tondo proprio perché l'argomento è "il mondo delle custom".
E come tale, dovrebbe comprendere tutte le tipologie di moto Harley e non ad esso collegato.
Una moto custom alla fine, è semplicemente qualcosa di modificato.
Badate bene che in origine, le Harley, erano identiche a tutte le altre moto nate agli inizi del 900.
Erano perlopiù biciclette con un motore.
Solo 40/50 anni dopo, ha incominciato a prendere forma un certo stile, un certo modo di modificare la propria moto che prima non esisteva.
Quindi è una storia abbastanza recente e non così vecchia come molti credono.
Certo, non è roba dell'altro ieri ma nemmeno di due secoli fa'.
Sul "fratelli motociclisti" immagino sia solo una concessione lessicale perché nella realtà, non ci crede veramente nessuno.
Forse una volta, agli albori, agli inizi di questa storia, sia per valori, sia per educazione e desiderio di conoscere, era una realtà più evidente.
Quando ho preso la mia Harley, alcuni vecchi motociclisti delle mie parti mi avevano spiegato alcune cose, cose che mi avevano anche stupito.
Quando non avevo ancora una moto e vedevo gli altri andarci, pensavo che questo mondo su due ruote fosse un mondo bellissimo dove tutti si rispettano e si "vogliono bene".
Sì lo ammetto...ne avevo una visione un po' "colorata", ma la mia immaginazione mi portava a pensare questo.
Poi mi hanno raccontato che non è proprio così.
C'era una battuta che mi ha sempre colpito più di tutte ed è quella del "Se resti fermo sul ciglio della strada".
All'inizio non capivo cosa volessero intendere.
Poi più che spiegarmelo a parole me lo hanno mostrato con i fatti.
Eravamo in due, su una Honda Hornet.
Ci siamo fermati a lato strada facendo finta di essere fermi per un guasto.
Non so quanto tempo sia passato, ma di tutte le moto che ho visto passare compreso delle Harley, nessuno si era fermato.
Poi è passata una vecchia super sportiva, con sopra uno con la tuta di pelle.
Lo vedo passare e ad un certo punto lo vedo tornare indietro e fermarsi proprio davanti a noi.
Il tipo avrà avuto più di 60 anni abbronzatissimo sotto il casco.
Ci grida "Tutto bene, s'è rotto qualcosa??"
Allora il mio amico proprietario della Honda, gli dice che no tutto a posto che c'era stato solamente un malfunzionamento che poi si è risolto.
Allora il tipo con la super sportiva, ci fa pollice sù da due colpi di gas e sparisce in una fumata azzurra.
Proprio chi non avrei mai pensato che si potesse fermare si era fermato.
Tutti gli altri, molti con le custom con i giubbetti pieni di pezze ecc, ci avevano praticamente snobbato...
Quel giorno ho capito che su 100 motociclisti uno fa' sempre la differenza.
Gli altri 99......sono una realtà a sé.
E come tale, dovrebbe comprendere tutte le tipologie di moto Harley e non ad esso collegato.
Una moto custom alla fine, è semplicemente qualcosa di modificato.
Badate bene che in origine, le Harley, erano identiche a tutte le altre moto nate agli inizi del 900.
Erano perlopiù biciclette con un motore.
Solo 40/50 anni dopo, ha incominciato a prendere forma un certo stile, un certo modo di modificare la propria moto che prima non esisteva.
Quindi è una storia abbastanza recente e non così vecchia come molti credono.
Certo, non è roba dell'altro ieri ma nemmeno di due secoli fa'.
Sul "fratelli motociclisti" immagino sia solo una concessione lessicale perché nella realtà, non ci crede veramente nessuno.
Forse una volta, agli albori, agli inizi di questa storia, sia per valori, sia per educazione e desiderio di conoscere, era una realtà più evidente.
Quando ho preso la mia Harley, alcuni vecchi motociclisti delle mie parti mi avevano spiegato alcune cose, cose che mi avevano anche stupito.
Quando non avevo ancora una moto e vedevo gli altri andarci, pensavo che questo mondo su due ruote fosse un mondo bellissimo dove tutti si rispettano e si "vogliono bene".
Sì lo ammetto...ne avevo una visione un po' "colorata", ma la mia immaginazione mi portava a pensare questo.
Poi mi hanno raccontato che non è proprio così.
C'era una battuta che mi ha sempre colpito più di tutte ed è quella del "Se resti fermo sul ciglio della strada".
All'inizio non capivo cosa volessero intendere.
Poi più che spiegarmelo a parole me lo hanno mostrato con i fatti.
Eravamo in due, su una Honda Hornet.
Ci siamo fermati a lato strada facendo finta di essere fermi per un guasto.
Non so quanto tempo sia passato, ma di tutte le moto che ho visto passare compreso delle Harley, nessuno si era fermato.
Poi è passata una vecchia super sportiva, con sopra uno con la tuta di pelle.
Lo vedo passare e ad un certo punto lo vedo tornare indietro e fermarsi proprio davanti a noi.
Il tipo avrà avuto più di 60 anni abbronzatissimo sotto il casco.
Ci grida "Tutto bene, s'è rotto qualcosa??"
Allora il mio amico proprietario della Honda, gli dice che no tutto a posto che c'era stato solamente un malfunzionamento che poi si è risolto.
Allora il tipo con la super sportiva, ci fa pollice sù da due colpi di gas e sparisce in una fumata azzurra.
Proprio chi non avrei mai pensato che si potesse fermare si era fermato.
Tutti gli altri, molti con le custom con i giubbetti pieni di pezze ecc, ci avevano praticamente snobbato...
Quel giorno ho capito che su 100 motociclisti uno fa' sempre la differenza.
Gli altri 99......sono una realtà a sé.
Re: Pianeta Custom..
Questo è un dibattito che ciclicamente torna a galla nei forum ed è sempre interessante fermarsi a riflettere, perché tocca da vicino l'essenza stessa di quello che guidiamo e del perché lo guidiamo. Ci sono dentro due visioni che sembrano viaggiare su binari paralleli, ma che alla fine si scontrano con la realtà della strada.
Da una parte c'è l'innegabile verità storica e culturale: il "mondo custom" non è nato con le tavole di pietra di Mosè, è una storia relativamente recente, figlia del dopoguerra, dei reduci americani e di quel bisogno di tagliare, alleggerire e personalizzare ferro e motori che all'inizio erano tutti uguali, che fossero biciclette con un motore o mezzi militari. Su questa storia la Motor Company ci ha costruito un mito. Ed è un mito giustificato: l'entusiasmo che trasmette un'Harley, la vibrazione, il sound, la filosofia di viaggio incentrata sulle sensazioni e non sulla prestazione pura, sono uniche. Inutile girarci intorno o fare finti buonismi per non urtare la sensibilità di chi guida altro: una custom di Milwaukee ti dà emozioni diverse rispetto a una naked, a una stradale o a una maxi enduro. Non migliori o peggiori in assoluto, ma diverse. Riconoscerlo e vantarne i pregi non significa avere i paraocchi o nasconderne i difetti (che conosciamo tutti benissimo), significa solo essere fieri di quello che si ha sotto il sedere.
Dall'altra parte, però, c'è il rischio concreto di confondere il mito con la realtà, specialmente quando si parla della fantomatica "fratellanza dei motociclisti".
Troppo spesso oggi il mondo custom si è trasformato in una sfilata di moda. Ci sono personaggi che comprano il pacchetto completo, moto da migliaia di euro, giubbotto d'ordinanza pieno di pezze, atteggiamento da duri, ma che poi non hanno la minima idea di cosa sia lo spirito della strada. Ed è qui che casca l'asino. La storia del motociclista fermo sul ciglio della strada per un guasto che viene ignorato dai "fratelli" in custom e aiutato magari da un ultrasessantenne con una vecchia super sportiva e la tuta di pelle, è la fotografia perfetta di questa ipocrisia.
Chi va in moto da una vita sa benissimo che lo spirito motociclistico non si compra dal concessionario insieme agli accessori cromati. C'è chi passa il tempo a fare il figo al bar selezionando chi salutare in base al marchio sul serbatoio, e chi invece, sotto un casco strisciato, conserva ancora il rispetto per chiunque sia su due ruote, pronto a girare la moto e tornare indietro se vede qualcuno in difficoltà.
In conclusione, amare un marchio, esaltarlo e godere di quelle specifiche vibrazioni fa parte del gioco ed è il bello di questa passione. Ma la patch sulla schiena o il logo Harley non fanno l'uomo, né tantomenos il motociclista. Per strada, alla fine, siamo tutti esposti allo stesso vento e alla stessa pioggia. Quell'uno su cento che fa ancora la differenza e si ferma ad aiutarti lo trovi ovunque, dal chopper radicale al vecchio CBR fumoso. Gli altri novantanove fanno solo tanto rumore.
Da una parte c'è l'innegabile verità storica e culturale: il "mondo custom" non è nato con le tavole di pietra di Mosè, è una storia relativamente recente, figlia del dopoguerra, dei reduci americani e di quel bisogno di tagliare, alleggerire e personalizzare ferro e motori che all'inizio erano tutti uguali, che fossero biciclette con un motore o mezzi militari. Su questa storia la Motor Company ci ha costruito un mito. Ed è un mito giustificato: l'entusiasmo che trasmette un'Harley, la vibrazione, il sound, la filosofia di viaggio incentrata sulle sensazioni e non sulla prestazione pura, sono uniche. Inutile girarci intorno o fare finti buonismi per non urtare la sensibilità di chi guida altro: una custom di Milwaukee ti dà emozioni diverse rispetto a una naked, a una stradale o a una maxi enduro. Non migliori o peggiori in assoluto, ma diverse. Riconoscerlo e vantarne i pregi non significa avere i paraocchi o nasconderne i difetti (che conosciamo tutti benissimo), significa solo essere fieri di quello che si ha sotto il sedere.
Dall'altra parte, però, c'è il rischio concreto di confondere il mito con la realtà, specialmente quando si parla della fantomatica "fratellanza dei motociclisti".
Troppo spesso oggi il mondo custom si è trasformato in una sfilata di moda. Ci sono personaggi che comprano il pacchetto completo, moto da migliaia di euro, giubbotto d'ordinanza pieno di pezze, atteggiamento da duri, ma che poi non hanno la minima idea di cosa sia lo spirito della strada. Ed è qui che casca l'asino. La storia del motociclista fermo sul ciglio della strada per un guasto che viene ignorato dai "fratelli" in custom e aiutato magari da un ultrasessantenne con una vecchia super sportiva e la tuta di pelle, è la fotografia perfetta di questa ipocrisia.
Chi va in moto da una vita sa benissimo che lo spirito motociclistico non si compra dal concessionario insieme agli accessori cromati. C'è chi passa il tempo a fare il figo al bar selezionando chi salutare in base al marchio sul serbatoio, e chi invece, sotto un casco strisciato, conserva ancora il rispetto per chiunque sia su due ruote, pronto a girare la moto e tornare indietro se vede qualcuno in difficoltà.
In conclusione, amare un marchio, esaltarlo e godere di quelle specifiche vibrazioni fa parte del gioco ed è il bello di questa passione. Ma la patch sulla schiena o il logo Harley non fanno l'uomo, né tantomenos il motociclista. Per strada, alla fine, siamo tutti esposti allo stesso vento e alla stessa pioggia. Quell'uno su cento che fa ancora la differenza e si ferma ad aiutarti lo trovi ovunque, dal chopper radicale al vecchio CBR fumoso. Gli altri novantanove fanno solo tanto rumore.
Re: Pianeta Custom..
Bob107 ha scritto: 02/06/2026, 9:44 Harley racconta, una storia.
BMW racconta una storia.
Honda racconta una storia.
Ecc. Ecc. Ecc.
Sono tutte storie di serie "A"
Siamo tutti "fratelli motociclisti" dove non esistono migliori o peggiori, ma per esperienze NON possiamo dire che siamo tutti uguali perché non lo siamo.
E visto che l'argomento è "Pianeta custom" ci tengo a precisare che è giusto considerarlo un mondo a sé perché effettivamente è così. Non sto affermando niente di più e niente di meno.
Semplicemente una bella realtà, viva e sentita, fatta di tante sfumature e colori che altri motociclisti non vivono alla stessa identica maniera.
Se proviamo a spogliarci per un attimo del tifo da curva e guardiamo la questione dall'alto, ci accorgiamo che stiamo parlando di qualcosa che va ben oltre il metallo e i marchi sul serbatoio. È una questione di identità.
È innegabile che la storia del motociclismo sia fatta di grandi narrazioni, tutte ugualmente nobili. Ma il "Pianeta Custom" ha una particolarità che lo rende unico: non vende prestazioni, vende un'estensione dell'anima di chi guida. Chi sceglie questo mondo, specialmente con un'Harley, non cerca un mezzo di trasporto, cerca una scenografia per la propria libertà, un ritmo che si sincronizzi con il battito del proprio cuore. Ed è vero che questa è una realtà densa di sfumature, di estetica e di sensazioni che un motociclista prettamente "prestazionale" non cercherà, né capirà mai. Fino a qui, ha perfettamente senso considerarlo un mondo a sé.
Ma se facciamo un passo più in là, con la lucidità di chi la strada la mastica davvero, dobbiamo chiederci: dove finisce la bellezza di questa unicità e dove inizia l'illusione?
Il rischio del nostro mondo è quello di essersi innamorato più del mito di se stesso che della realtà. Abbiamo creato un linguaggio fatto di patch, di cromature, di rituali e di una presunta fratellanza esclusiva. Ma la verità è che quel senso di appartenenza, che una volta si guadagnava con i chilometri e il grasso sotto le unghie, oggi spesso si compra in concessionaria, preconfezionato.
Ed è qui che nasce il cortocircuito, quello che poi si palesa drammaticamente nell'episodio del ciglio della strada. Ci convinciamo di vivere emozioni più profonde, di far parte di un'élite dello spirito su due ruote, e poi rischiamo di perdere di vista l'abc del motociclismo. Quando un gruppo di customisti tira dritto davanti a una moto ferma e un ultrasessantenne su una vecchia sportiva si gira per darti una mano, crolla tutto il castello di carte. In quel preciso istante, il "mondo a sé" si rivela per quello che rischia di diventare: una recita. Mentre il vero spirito motociclistico, quello ancestrale, nato quando si viaggiava su strade sterrate con fari che sembravano candele, si sposta temporaneamente sotto la tuta di pelle di uno sconosciuto.
Quindi, ha senso difendere la particolarità della nostra passione? Assolutamente sì, perché è una cultura meravigliosa, viva e pulsante. Ma dobbiamo farlo con l'umiltà di chi sa che il marchio sul serbatoio non eleva lo spirito di nessuno. Le nostre sono storie di serie A, sì, ma lo sono solo se siamo noi i primi a renderle tali con il nostro comportamento sulla strada, e non con il catalogo degli accessori in mano. Essere diversi è un valore, sentirsi diversi è solo l'inizio dell'isolamento.
Re: Pianeta Custom..
Boss Hogg ha scritto: 03/06/2026, 9:14
Se proviamo a spogliarci per un attimo del tifo da curva e guardiamo la questione dall'alto, ci accorgiamo che stiamo parlando di qualcosa che va ben oltre il metallo e i marchi sul serbatoio. È una questione di identità.
È innegabile che la storia del motociclismo sia fatta di grandi narrazioni, tutte ugualmente nobili. Ma il "Pianeta Custom" ha una particolarità che lo rende unico: non vende prestazioni, vende un'estensione dell'anima di chi guida. Chi sceglie questo mondo, specialmente con un'Harley, non cerca un mezzo di trasporto, cerca una scenografia per la propria libertà, un ritmo che si sincronizzi con il battito del proprio cuore. Ed è vero che questa è una realtà densa di sfumature, di estetica e di sensazioni che un motociclista prettamente "prestazionale" non cercherà, né capirà mai. Fino a qui, ha perfettamente senso considerarlo un mondo a sé.
Ma se facciamo un passo più in là, con la lucidità di chi la strada la mastica davvero, dobbiamo chiederci: dove finisce la bellezza di questa unicità e dove inizia l'illusione?
Il rischio del nostro mondo è quello di essersi innamorato più del mito di se stesso che della realtà. Abbiamo creato un linguaggio fatto di patch, di cromature, di rituali e di una presunta fratellanza esclusiva. Ma la verità è che quel senso di appartenenza, che una volta si guadagnava con i chilometri e il grasso sotto le unghie, oggi spesso si compra in concessionaria, preconfezionato.
Ed è qui che nasce il cortocircuito, quello che poi si palesa drammaticamente nell'episodio del ciglio della strada. Ci convinciamo di vivere emozioni più profonde, di far parte di un'élite dello spirito su due ruote, e poi rischiamo di perdere di vista l'abc del motociclismo. Quando un gruppo di customisti tira dritto davanti a una moto ferma e un ultrasessantenne su una vecchia sportiva si gira per darti una mano, crolla tutto il castello di carte. In quel preciso istante, il "mondo a sé" si rivela per quello che rischia di diventare: una recita. Mentre il vero spirito motociclistico, quello ancestrale, nato quando si viaggiava su strade sterrate con fari che sembravano candele, si sposta temporaneamente sotto la tuta di pelle di uno sconosciuto.
Quindi, ha senso difendere la particolarità della nostra passione? Assolutamente sì, perché è una cultura meravigliosa, viva e pulsante. Ma dobbiamo farlo con l'umiltà di chi sa che il marchio sul serbatoio non eleva lo spirito di nessuno. Le nostre sono storie di serie A, sì, ma lo sono solo se siamo noi i primi a renderle tali con il nostro comportamento sulla strada, e non con il catalogo degli accessori in mano. Essere diversi è un valore, sentirsi diversi è solo l'inizio dell'isolamento.
Per me, la bellezza finisce quando iniziano i pregiudizi, le forme di gerarchie e il senso di superiorità.
Cose che non mancano in questo ambiente, purtroppo.
Però non posso soffermare la mia attenzione soltanto a questo.
Capisco tutto il tuo ragionamento ma, personalmente, quando parlo di custom, non ne faccio una questione di fede come fosse quella calcistica.
Mi baso sulle mie personali esperienze e su quello che è il mio rapporto diretto con queste motociclette, senza nessuna illusione!
Il mio "siamo tutti fratelli motociclisti" era per dire che condividiamo lo stesso piacere di andare in moto ma nonostante non siamo tutti uguali (perché non lo siamo) si convive ugualmente senza nessun problema.
La diversità però non include obbligatoriamente dei dislivelli, ognuno vive la propria esperienza come meglio crede senza avere niente di più e niente di meno rispetto ad altri.
L'isolamento, per carità , non è una bella cosa, ma non in tutti i casi è un male, soprattutto quando è il prezzo da pagare per tenersi la propria libertà.
E la storia del customista che non si ferma la possiamo tranquillamente raccontare anche al contrario perché succede pure l'opposto, non per questo però, va sminuito tutto.
C'è sempre una parte bella e importante, fatta anche di cose sane e positive.
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Re: Pianeta Custom..
Bob107 ha scritto: 04/06/2026, 21:55Boss Hogg ha scritto: 03/06/2026, 9:14
Se proviamo a spogliarci per un attimo del tifo da curva e guardiamo la questione dall'alto, ci accorgiamo che stiamo parlando di qualcosa che va ben oltre il metallo e i marchi sul serbatoio. È una questione di identità.
È innegabile che la storia del motociclismo sia fatta di grandi narrazioni, tutte ugualmente nobili. Ma il "Pianeta Custom" ha una particolarità che lo rende unico: non vende prestazioni, vende un'estensione dell'anima di chi guida. Chi sceglie questo mondo, specialmente con un'Harley, non cerca un mezzo di trasporto, cerca una scenografia per la propria libertà, un ritmo che si sincronizzi con il battito del proprio cuore. Ed è vero che questa è una realtà densa di sfumature, di estetica e di sensazioni che un motociclista prettamente "prestazionale" non cercherà, né capirà mai. Fino a qui, ha perfettamente senso considerarlo un mondo a sé.
Ma se facciamo un passo più in là, con la lucidità di chi la strada la mastica davvero, dobbiamo chiederci: dove finisce la bellezza di questa unicità e dove inizia l'illusione?
Il rischio del nostro mondo è quello di essersi innamorato più del mito di se stesso che della realtà. Abbiamo creato un linguaggio fatto di patch, di cromature, di rituali e di una presunta fratellanza esclusiva. Ma la verità è che quel senso di appartenenza, che una volta si guadagnava con i chilometri e il grasso sotto le unghie, oggi spesso si compra in concessionaria, preconfezionato.
Ed è qui che nasce il cortocircuito, quello che poi si palesa drammaticamente nell'episodio del ciglio della strada. Ci convinciamo di vivere emozioni più profonde, di far parte di un'élite dello spirito su due ruote, e poi rischiamo di perdere di vista l'abc del motociclismo. Quando un gruppo di customisti tira dritto davanti a una moto ferma e un ultrasessantenne su una vecchia sportiva si gira per darti una mano, crolla tutto il castello di carte. In quel preciso istante, il "mondo a sé" si rivela per quello che rischia di diventare: una recita. Mentre il vero spirito motociclistico, quello ancestrale, nato quando si viaggiava su strade sterrate con fari che sembravano candele, si sposta temporaneamente sotto la tuta di pelle di uno sconosciuto.
Quindi, ha senso difendere la particolarità della nostra passione? Assolutamente sì, perché è una cultura meravigliosa, viva e pulsante. Ma dobbiamo farlo con l'umiltà di chi sa che il marchio sul serbatoio non eleva lo spirito di nessuno. Le nostre sono storie di serie A, sì, ma lo sono solo se siamo noi i primi a renderle tali con il nostro comportamento sulla strada, e non con il catalogo degli accessori in mano. Essere diversi è un valore, sentirsi diversi è solo l'inizio dell'isolamento.
Per me, la bellezza finisce quando iniziano i pregiudizi, le forme di gerarchie e il senso di superiorità.
Cose che non mancano in questo ambiente, purtroppo.
Però non posso soffermare la mia attenzione soltanto a questo.
Capisco tutto il tuo ragionamento ma, personalmente, quando parlo di custom, non ne faccio una questione di fede come fosse quella calcistica.
Mi baso sulle mie personali esperienze e su quello che è il mio rapporto diretto con queste motociclette, senza nessuna illusione!
Il mio "siamo tutti fratelli motociclisti" era per dire che condividiamo lo stesso piacere di andare in moto ma nonostante non siamo tutti uguali (perché non lo siamo) si convive ugualmente senza nessun problema.
La diversità però non include obbligatoriamente dei dislivelli, ognuno vive la propria esperienza come meglio crede senza avere niente di più e niente di meno rispetto ad altri.
L'isolamento, per carità , non è una bella cosa, ma non in tutti i casi è un male, soprattutto quando è il prezzo da pagare per tenersi la propria libertà.
E la storia del customista che non si ferma la possiamo tranquillamente raccontare anche al contrario perché succede pure l'opposto, non per questo però, va sminuito tutto.
C'è sempre una parte bella e importante, fatta anche di cose sane e positive.
Nel mio racconto ho sottolineato quelli che mi hanno colpito di più, gli harleysti in gruppo. Ma erano passate anche molte moto da strada e altro.
Ecco perché, come scrivi "la bellezza finisce quando iniziano i pregiudizi", ho notato in quel caso che probabilmente ce n'erano molti..
Perché non fermarsi se presumi che uno sia a piedi, oggi può essere visto in varie maniere, ma se al posto nostro ci fosse stata una ragazza in moto, do per scontato che ci sarebbe stata la fila.
E questo è un altro tipo di pregiudizio.
Ma tralasciando quest'ultimo che è fin troppo ovvio, sposto l'attenzione su qualcosa che per me è molto più importante e cioè: siamo una categoria bellissima. Colorata.
Fatta di gente che ha in comune il gesto di infilarsi un casco e scegliere una destinazione. Con qualsiasi tempo.
Perché una categoria simile è così disunita fino al punto di non considerarsi gli uni con gli altri?
Non siamo allo stadio, dove ci sono due tifoserie e due squadre che si giocano una partita.
Non esiste in questo caso una squadra migliore o una squadra peggiore. Un vincente o un perdente.
Ma ciò che ho provato io quando mi sono avvicinato al mondo degli harleysti è stata la sensazione di squadra vincente.
Della squadra migliore, che si eleva al di sopra delle altre perché si autodefinisce una élite.
E quando pensi di essere una élite non puoi guardare gli altri allo stesso modo.
Un po' come il nonnismo da caserma, se non ti uniformi allo standard voluto da tutti, o sei dentro o sei fuori.
Ma una volta fuori, verrai etichettato come un "perdente"..
Questa è stata la mia sensazione.
Ma non è soltanto la mia, ma è anche quella di tanta altra gente con cui ho parlato, e che mi ha confermato le stesse sensazioni.
C'è gente che lamenta il fatto, che molti non salutano più con la mano..
Ma io trovo più importante che qualcuno si fermi ad aiutare un'altro motociclista che ha problemi, e che magari con il mio aiuto incompetente o con quello più esperto di qualcun altro, questo motociclista possa ritornare a casa magari senza dover spendere un botto di soldi in un carro attrezzi per esempio.
Ma ormai, già solo come esseri umani, stiamo tenendo sempre più le distanze dagli altri, figuriamoci "divisi" per marchio o per modello.....
E approposito di modello, mi hanno raccontato, sempre gente più grande di me e con molta più esperienza motociclistica, che c'è stato un periodo, dove capitava che anche quelli con lo Sportster venissero criticati.
Criticati da altri harleysti, perché da quando è stata eletta "moto da donne", in molti ci andavano giù pesante con questo appellativo..
Invece stranamente, nei raduni dove erano quasi tutte moto custom giapponesi, questo non succedeva..
Questo è il motivo per cui il mio immaginario iniziale è cambiato drasticamente.
Ho capito che anche un mondo così bello e così libero, è fatto di etichette, di classi sociali e di tanti pregiudizi inutili e assurdi....
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Re: Pianeta Custom..
Mio caro Balengo, capisco e comprendo perfettamente ciò da te ottimamente scritto.
Comprendo inoltre, quando mi scrivi che "immaginavi altro" e questa è la parte che più mi ha fatto riflettere.
Perché tu sei partito con tutti i buoni propositi, ma poi in un certo qual modo, sei rimasto deluso e di questo mi dispiace.
Ma se posso dirti, c'è stata e c'è ancora una buona fetta di motociclisti che ancora si ferma se vede qualcuno in difficoltà.
Io ero uno di loro e oggi purtroppo come ben sai, non lo sono più ma perché privo ovviamente della motocicletta....
Ma ho ancora amici che guidano motociclette varie, che non hanno mai smesso di avere questo rapporto con gli altri motociclisti e se possono, una mano la danno sempre.
Non c'è cosa più bella di una grazie, detto da un "collega" con la moto ferma.
O per una caduta.
Quando riparti ti senti davvero molto bene e non perché hai fatto chissà cosa.
Ma perché il tuo credo vive e continua a vivere anche negli altri.
E il gesto di fermarsi e aiutare non verrà dimenticato.
Io non lo farò di certo e ho ben in mente tutte le volte che ho dato una mano e tutte le volte che una mano l'ho ricevuta.
Comprendo inoltre, quando mi scrivi che "immaginavi altro" e questa è la parte che più mi ha fatto riflettere.
Perché tu sei partito con tutti i buoni propositi, ma poi in un certo qual modo, sei rimasto deluso e di questo mi dispiace.
Ma se posso dirti, c'è stata e c'è ancora una buona fetta di motociclisti che ancora si ferma se vede qualcuno in difficoltà.
Io ero uno di loro e oggi purtroppo come ben sai, non lo sono più ma perché privo ovviamente della motocicletta....
Ma ho ancora amici che guidano motociclette varie, che non hanno mai smesso di avere questo rapporto con gli altri motociclisti e se possono, una mano la danno sempre.
Non c'è cosa più bella di una grazie, detto da un "collega" con la moto ferma.
O per una caduta.
Quando riparti ti senti davvero molto bene e non perché hai fatto chissà cosa.
Ma perché il tuo credo vive e continua a vivere anche negli altri.
E il gesto di fermarsi e aiutare non verrà dimenticato.
Io non lo farò di certo e ho ben in mente tutte le volte che ho dato una mano e tutte le volte che una mano l'ho ricevuta.
Il paradiso può attendere!

- Palmambrogio
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Re: Pianeta Custom..
Boss Hogg ha scritto: 03/06/2026, 9:14Bob107 ha scritto: 02/06/2026, 9:44 Harley racconta, una storia.
BMW racconta una storia.
Honda racconta una storia.
Ecc. Ecc. Ecc.
Sono tutte storie di serie "A"
Siamo tutti "fratelli motociclisti" dove non esistono migliori o peggiori, ma per esperienze NON possiamo dire che siamo tutti uguali perché non lo siamo.
E visto che l'argomento è "Pianeta custom" ci tengo a precisare che è giusto considerarlo un mondo a sé perché effettivamente è così. Non sto affermando niente di più e niente di meno.
Semplicemente una bella realtà, viva e sentita, fatta di tante sfumature e colori che altri motociclisti non vivono alla stessa identica maniera.
Se proviamo a spogliarci per un attimo del tifo da curva e guardiamo la questione dall'alto, ci accorgiamo che stiamo parlando di qualcosa che va ben oltre il metallo e i marchi sul serbatoio. È una questione di identità.
È innegabile che la storia del motociclismo sia fatta di grandi narrazioni, tutte ugualmente nobili. Ma il "Pianeta Custom" ha una particolarità che lo rende unico: non vende prestazioni, vende un'estensione dell'anima di chi guida. Chi sceglie questo mondo, specialmente con un'Harley, non cerca un mezzo di trasporto, cerca una scenografia per la propria libertà, un ritmo che si sincronizzi con il battito del proprio cuore. Ed è vero che questa è una realtà densa di sfumature, di estetica e di sensazioni che un motociclista prettamente "prestazionale" non cercherà, né capirà mai. Fino a qui, ha perfettamente senso considerarlo un mondo a sé.
Ma se facciamo un passo più in là, con la lucidità di chi la strada la mastica davvero, dobbiamo chiederci: dove finisce la bellezza di questa unicità e dove inizia l'illusione?
Il rischio del nostro mondo è quello di essersi innamorato più del mito di se stesso che della realtà. Abbiamo creato un linguaggio fatto di patch, di cromature, di rituali e di una presunta fratellanza esclusiva. Ma la verità è che quel senso di appartenenza, che una volta si guadagnava con i chilometri e il grasso sotto le unghie, oggi spesso si compra in concessionaria, preconfezionato.
Ed è qui che nasce il cortocircuito, quello che poi si palesa drammaticamente nell'episodio del ciglio della strada. Ci convinciamo di vivere emozioni più profonde, di far parte di un'élite dello spirito su due ruote, e poi rischiamo di perdere di vista l'abc del motociclismo. Quando un gruppo di customisti tira dritto davanti a una moto ferma e un ultrasessantenne su una vecchia sportiva si gira per darti una mano, crolla tutto il castello di carte. In quel preciso istante, il "mondo a sé" si rivela per quello che rischia di diventare: una recita. Mentre il vero spirito motociclistico, quello ancestrale, nato quando si viaggiava su strade sterrate con fari che sembravano candele, si sposta temporaneamente sotto la tuta di pelle di uno sconosciuto.
Quindi, ha senso difendere la particolarità della nostra passione? Assolutamente sì, perché è una cultura meravigliosa, viva e pulsante. Ma dobbiamo farlo con l'umiltà di chi sa che il marchio sul serbatoio non eleva lo spirito di nessuno. Le nostre sono storie di serie A, sì, ma lo sono solo se siamo noi i primi a renderle tali con il nostro comportamento sulla strada, e non con il catalogo degli accessori in mano. Essere diversi è un valore, sentirsi diversi è solo l'inizio dell'isolamento.
Trovo questa parte che ho evidenziato in neretto pura poesia!
Il paradiso può attendere!
