16 Marzo 1978.....
Inviato: 17/03/2026, 9:28
Ci sono date che non sono solo numeri sul calendario, ma ferite aperte nella memoria di un paese. Il 16 marzo 1978 è una di quelle.
Avevo 27 anni quel giorno. Non ero un ragazzo, ma nemmeno così adulto da pensare di aver già visto tutto. E invece quella mattina, con la notizia della strage in via Fani, ho capito che l’Italia stava entrando in qualcosa di oscuro, definitivo.
L’agguato delle Brigate Rosse, l’assassinio degli uomini della scorta e il rapimento di Aldo Moro non furono solo un fatto di cronaca. Furono uno spartiacque. Da quel momento, l’Italia smise di essere ingenua.
Ricordo benissimo il clima di quei giorni. Le radio sempre accese, i giornali divorati parola per parola, le discussioni infinite nei bar, nei luoghi di lavoro, nelle case. C’era paura, sì, ma anche una sensazione strana: come se tutti avessimo capito che non si trattava solo di Moro, ma del destino stesso della nostra democrazia.
I 55 giorni del sequestro furono un lento stillicidio. Ogni comunicato, ogni foto, ogni voce diventava un macigno. E quando arrivò la notizia del ritrovamento del corpo, nel cuore di Roma, fu come se qualcosa si fosse spezzato definitivamente.
Per chi, come me, ha vissuto quegli anni da adulto, non è possibile dimenticare. Non è retorica: è consapevolezza. Prima c’era un’Italia con tutte le sue contraddizioni, ma ancora capace di credere in un certo tipo di futuro. Dopo, è arrivata la disillusione, il sospetto, la paura che si infilava nelle pieghe della quotidianità.
Quella stagione ha cambiato il nostro modo di vivere, di fidarci, persino di parlare tra noi. E ancora oggi, a distanza di decenni, le sue conseguenze si sentono.
Ricordare non è un esercizio formale. È un dovere.
Perché senza memoria, certi errori tornano sempre.
E noi, quegli errori, li abbiamo già pagati a caro prezzo.
Avevo 27 anni quel giorno. Non ero un ragazzo, ma nemmeno così adulto da pensare di aver già visto tutto. E invece quella mattina, con la notizia della strage in via Fani, ho capito che l’Italia stava entrando in qualcosa di oscuro, definitivo.
L’agguato delle Brigate Rosse, l’assassinio degli uomini della scorta e il rapimento di Aldo Moro non furono solo un fatto di cronaca. Furono uno spartiacque. Da quel momento, l’Italia smise di essere ingenua.
Ricordo benissimo il clima di quei giorni. Le radio sempre accese, i giornali divorati parola per parola, le discussioni infinite nei bar, nei luoghi di lavoro, nelle case. C’era paura, sì, ma anche una sensazione strana: come se tutti avessimo capito che non si trattava solo di Moro, ma del destino stesso della nostra democrazia.
I 55 giorni del sequestro furono un lento stillicidio. Ogni comunicato, ogni foto, ogni voce diventava un macigno. E quando arrivò la notizia del ritrovamento del corpo, nel cuore di Roma, fu come se qualcosa si fosse spezzato definitivamente.
Per chi, come me, ha vissuto quegli anni da adulto, non è possibile dimenticare. Non è retorica: è consapevolezza. Prima c’era un’Italia con tutte le sue contraddizioni, ma ancora capace di credere in un certo tipo di futuro. Dopo, è arrivata la disillusione, il sospetto, la paura che si infilava nelle pieghe della quotidianità.
Quella stagione ha cambiato il nostro modo di vivere, di fidarci, persino di parlare tra noi. E ancora oggi, a distanza di decenni, le sue conseguenze si sentono.
Ricordare non è un esercizio formale. È un dovere.
Perché senza memoria, certi errori tornano sempre.
E noi, quegli errori, li abbiamo già pagati a caro prezzo.