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Re: Perché HARLEY DAVIDSON
Inviato: 20/01/2026, 8:54
da Conte Jägermeister
Palmambrogio ha scritto: ↑19/01/2026, 16:07
Bob107 ha scritto: ↑18/01/2026, 20:56
E alla fine quindi, mi pare di capire, che nel bene e nel male, se siamo arrivati dove siamo arrivati è grazie ad un certo Talamo se oggi per comprare una motocicletta HD bisogna svenarsi, è corretto o sbaglio qualcosa?
Voi all'epoca, perché avete acquistato una HD e non una motocicletta qualsiasi?
Che le cose cambiano è normalissimo, tutto cambia e si evolve.
Qui si parla di moto e motociclisti ma i rapporti umani sono cambiati a prescindere se si ha una motocicletta o meno e non è colpa di un marchio se anche tra motociclisti sono cambiati questi rapporti, anzi, HD è uno dei marchi che ancora unisce tanti appassionati, e se non è più una motocicletta per tutti (ammesso che prima lo era) bisognerebbe prendersela con l'artefice, colui che vi/ci ha dato la possibilità di conoscerle.
Cari amici ma non sapete quanto mi sta piacendo questa conversazione come non ne accadevano da tanto tempo su questo forum

Non essere d'accordo su qualcosa è molto meglio che stare qui a raccontarsela dicendo tutti quanti insieme coralmente "ma quanto ci piace questo ma quanto ci piace quello! ".
Il sale ed il divertimento di un luogo del genere, è appunto Il poter dissentire di ciò che dice qualcun altro e dire la propria.
Perciò tranquillamente dico la mia come faccio del resto da sempre da che sono venuto al mondo, serenamente sulla base della mia esperienza.
Ebbene:
Dico all'amico Bob con tutta la simpatia che ho per lui, che il suo riferimento a Carlo Talamo l'ho perfettamente compreso come ho compreso che lo ha utilizzato come una leva da usare tra virgolette contro di noi.

Ma mio caro amico ben ti hanno risposto gli altri utenti dicendoti, che se non ci fosse stato il signor Carlo, la motocicletta Harley Davidson che tu ora stai guidando forse non ci sarebbe neanche stata..
Perciò è a lui che si deve il presente.
Poi, che sia stato un furbacchione o per meglio dire, una gran volpe con un grandissimo fiuto per gli affari, lo possiamo dire tranquillamente.
Ma è proprio per questo motivo che è stato un gran personaggio.
E oggi ancora in molti ne sentono la sua mancanza....
Lui aveva capito che i figli dei ricchi erano disposti in quegli anni a buttarsi in qualsiasi avventura pur di superare la noia che li attanagliava.
Una volta compreso questo e visto il consenso non solo da parte dei figli dei ricchi, ma anche dagli amici degli amici dei figli dei ricchi, un po' meno ricchi, ha incominciato a plasmare il meccanismo per bene utilizzando ciò che sapeva fare meglio e cioè creare pubblicità.
Io ti do un consiglio spassionato, di quelli che una persona più anziana può dare ad una più giovane:
Se trovi su Internet qualcosa che parla di lui leggi e documentati.
Perché magari è una cosa che può non interessarti, però sapere perché la tua motocicletta oggi è lì dov'è e cioè sotto al tuo sedere, potrebbe essere molto interessante da scoprire.
E con essa scopriresti anche un mondo che non conosci perché non c'eri o perché eri troppo piccolo o perché non l'hai vissuto.
Non voglio certamente stare qui a fare il professore in cattedra a dire quello che devono fare gli altri, ma è semplicemente un consiglio che ti do.
Il tuo entusiasmo e la tua difesa a spada tratta nei confronti delle nuove motociclette Harley Davidson la capisco e la rispetto.
Ma va rispettata anche la realtà di un cambiamento che non per forza di cose è sempre positivo.
Che poi noi "vecchi" tendiamo al nostalgico è un dato di fatto, è qualcosa che sperimenterai anche tu tu tra una decina o una ventina di anni.
Quando ricorderai questi giorni in sella alla tua motocicletta Harley Davidson e vedrai il mondo cambiato fin troppo cambiato.

Re: Perché HARLEY DAVIDSON
Inviato: 20/01/2026, 9:00
da Conte Jägermeister
Per molti, il cambiamento di Harley degli ultimi anni viene vissuto come un tradimento, non perché “il nuovo è brutto” o perché si voglia tornare all’età della pietra, ma perché per decenni Harley ha raccontato e venduto una storia molto precisa.
Harley non diceva solo “facciamo moto”.
Diceva: noi siamo diversi.
Diversi dalle giapponesi, considerate fredde, perfette, ipertecnologiche.
Diversi perché rumorose, imperfette, meccaniche, analogiche, fatte più di sensazioni che di numeri.
E questa cosa non l’ha detta una volta: l’ha martellata per quarant’anni.
Qui entra l’esempio MP3 e CD, che secondo me rende bene l’idea (che poi è il mio campo di studio e di lavoro).
Per anni ti ho venduto il CD audio dicendoti:
“Questo è il suono vero, pieno, caldo, completo.
L’MP3 è comodo, ma perde qualcosa. È compresso.”
Poi, a un certo punto, ti dico:
“Guarda che l’MP3 è il massimo della qualità.
Anzi, è meglio del CD.”
Capisci dov’è il problema?
Non è che l’MP3 faccia schifo.
È che non puoi passare da una narrazione all’altra senza lasciare feriti.
Chi per anni ha scelto il CD perché credeva in quel messaggio, si sente preso in giro.
Il digitale sulle Harley oggi funziona allo stesso modo.
Non è il display in sé il problema.
È il fatto che per una vita Harley ha detto che il valore stava nell’analogico, nel contatto diretto, nella meccanica che “la senti”.
Poi, di colpo, ti ritrovi cruscotti digitali, elettronica ovunque, logiche molto più vicine a quelle che un tempo venivano criticate.
E attenzione:
vent’anni fa, se qualcuno avesse montato un cruscotto digitale su una Harley, gli harleysti lo avrebbero crocifisso in piazza.
Oggi invece molti lo difendono come fosse sempre stato così.
Questo non è un giudizio morale, è la fotografia di un cambiamento culturale enorme.
Il V-Rod è l’esempio perfetto di tutto questo.
Quando uscì, moltissimi si sentirono traditi.
“Non è una Harley”, “raffreddata a liquido”, “troppo moderna”.
Eppure, col senno di poi, il V-Rod dimostrava una cosa chiarissima:
Harley era perfettamente capace di innovare, solo che lo faceva rompendo uno schema che lei stessa aveva costruito.
E qui entra Porsche.
Harley non ha collaborato con Porsche perché non sapesse fare motori.
Ha collaborato perché Porsche sapeva fare cose che Harley, per scelta e per tradizione, non aveva mai voluto fare fino in fondo:
raffreddamento moderno, affidabilità ad alti regimi, precisione progettuale spinta.
Non era una questione di ignoranza tecnica.
Era una questione di identità.
Oggi il punto non è dire:
“Le nuove Harley sono brutte”
o
“Le nuove Harley sono fantastiche”.
Il punto è capire perché una parte degli appassionati si sente spiazzata.
Perché per anni gli è stato detto:
“Questa moto è come un CD audio”.
E oggi gli viene detto:
“Tranquillo, l’MP3 è la vera qualità”.
Non è nostalgia.
È coerenza narrativa.
Poi ognuno scelga quello che vuole, ci mancherebbe.
Ma fingere che questo passaggio sia indolore o che chi lo critica “abbia dei problemi” significa non voler vedere il quadro completo.
Harley non sta solo cambiando moto.
Sta cambiando racconto.
Ed è lì che nasce il senso di "tradimento".
Re: Perché HARLEY DAVIDSON
Inviato: 20/01/2026, 9:03
da Conte Jägermeister
Aggiungo un pezzo fondamentale del puzzle, perché senza marketing e cambiamenti sociali il discorso resta monco.
Harley non prende decisioni nel vuoto. Le prende guardando chi compra, come compra e perché compra. E negli ultimi vent’anni il mondo è cambiato parecchio: meno tempo, meno manualità, meno “garage”, più immagine, più status, più bisogno di riconoscersi in un marchio forte. Questo non lo dico io, lo dicono i numeri di mercato.
Il rialzo dei prezzi non è solo “avidità” o “inflazione”, anche se entrambe contano. È una scelta precisa di posizionamento. Harley, soprattutto dagli anni 2000 in poi, ha deciso di non essere più “una moto che puoi permetterti”, ma un oggetto aspirazionale. Meno volumi, margini più alti, cliente più selezionato. È la stessa logica del lusso: non vendere a tutti, ma vendere caro a chi resta. Funziona? Sì, finché funziona. Ma il prezzo da pagare è che perdi una parte della base storica.
La questione Dyna è emblematica. Ufficialmente: razionalizzazione della gamma, riduzione dei costi, semplificazione produttiva. Tutto vero.
Ma non raccontiamocela tutta: la Dyna era una linea scomoda.
Era troppo “vera”, troppo personalizzabile, troppo meccanica, troppo poco incasellabile nel nuovo storytelling premium. Era la moto che compravi e smontavi. Quella che non aveva bisogno di essere spiegata. E soprattutto era una piattaforma che lasciava troppo spazio all’utente e troppo poco controllo al marchio.
Con la Softail unificata fai una cosa geniale dal punto di vista marketing:
Una sola piattaforma.
Tante varianti estetiche.
Costi industriali sotto controllo.
Prezzo medio più alto.
Meno caos, più “ordine”..
Dal punto di vista industriale, mossa perfetta.
Dal punto di vista emotivo? Per molti, un colpo al cuore.
Ed è qui che torniamo al punto del “tradimento”.
Harley non ha tradito perché ha cambiato moto.
Ha tradito perché ha cambiato pubblico di riferimento.
Prima parlava a chi voleva una moto da vivere, modificare, sopportare, capire.
Oggi parla molto di più a chi vuole una moto da possedere, mostrare, usare senza troppe rogne, con tutto già pronto e spiegato.
Non è giusto o sbagliato in assoluto.
È una strategia.
Ma quando per decenni costruisci un’identità basata su “imperfezione, analogico, ribellione, meccanica”, e poi ti sposti verso “ordine, tecnologia, premium, controllo”, è normale che qualcuno dica:
“Ok, funziona… ma non è più la stessa cosa”.
Il marketing non crea solo prodotti.
Crea aspettative.
E quando le cambi, il conto prima o poi arriva.
Il punto non è difendere o attaccare Harley.
Il punto è avere l’onestà di dire che non è solo evoluzione tecnica: è una scelta culturale, economica e sociale ben precisa.
E come tutte le scelte di questo tipo, ha vinto qualcosa… e perso qualcos’altro.
Re: Perché HARLEY DAVIDSON
Inviato: 20/01/2026, 11:58
da Boss Hogg
Il V-Rod va raccontato come si raccontano certe storie che, col senno di poi, capisci solo molti anni dopo.
Perché il V-Rod non è stato “una Harley sbagliata”. È stato una Harley arrivata troppo presto… e nel modo sbagliato.
Torniamo indietro un attimo.
A metà anni ’90 Harley Davidson è viva, ma non è tranquilla. I Big Twin raffreddati ad aria sono iconici, sì, ma il mondo sta cambiando: normative antinquinamento sempre più severe, concorrenza giapponese tecnologicamente avanti, clienti più giovani che vogliono prestazioni vere, non solo atmosfera.
Harley sa benissimo che, continuare così per sempre non è possibile.
Ed è qui che nasce il progetto V-Rod, o meglio: il progetto Revolution.
Harley decide una cosa enorme, quasi sacrilega:
“Facciamo un motore che non assomigli a nulla di quello che abbiamo fatto prima.”
Per questo entra in gioco Porsche Engineering.
Non perché Harley “non sapesse fare motori”, ma perché non aveva esperienza su quel tipo di motore:
Raffreddamento a liquido.
Doppio albero a camme in testa.
4 valvole per cilindro.
Regimi di rotazione impensabili per una Harley tradizionale (non si se mi spiego..)
Il Revolution 1130 cc (poi 1250) era un V-Twin a 60°, compatto, robusto, capace di girare alto e, soprattutto, di fare cavalli veri.
Non “coppia da bar”, ma potenza misurabile.
Per la prima volta una Harley accelerava davvero. E frenava. E teneva la strada.
Il telaio? Moderno.
Il forcellone? Alluminio.
Il baricentro? Basso.
La posizione di guida? Drag style, lunga, cattiva, completamente diversa.
Il problema?
Era "troppo diversa".
Quando uscì nel 2001, molti harleysti reagirono come se qualcuno avesse profanato una chiesa.
“Non vibra abbastanza.”
“Non suona giusta.”
“Non sembra una Harley.”
Ed è qui che arriva il paradosso:
Harley aveva fatto esattamente quello che tutti dicevano di volere (“evolvetevi!”), ma non quello che erano pronti ad accettare.
Il V-Rod non era una Harley per chi voleva “la solita Harley”.
Era una Harley per chi voleva vedere fin dove poteva arrivare il marchio.
E qui entra in gioco il Progetto Nova degli anni ’80.
Pochi lo ricordano, ma Harley già allora aveva capito che l’aria stava finendo. Il progetto Nova prevedeva una gamma completamente nuova:
Motori raffreddati a liquido.
Più cilindri.
Moto più moderne, quasi “giapponesi” nel concetto
Il progetto era avanti anni luce… ma...mancavano i soldi....
Harley in quel periodo stava lottando per sopravvivere, non per sperimentare. Nova venne chiuso, archiviato, quasi dimenticato.
Ma l’idea restò lì, sotto la cenere.
Il V-Rod è, di fatto, "il figlio tardivo del Progetto Nova".
La prova che Harley ha sempre saputo che prima o poi avrebbe dovuto cambiare pelle.
Perché allora il V-Rod non è stato amato?
Perché non faceva sconti a nessuno.
Non cercava di sembrare “un po’ Harley e un po’ no”.
Era una Harley che diceva:
“Questo è il futuro. Se ti va, sali. Se no, resta dove sei.”
Oggi, col senno di poi, il V-Rod è rivalutato, rispettato, quasi mitizzato.
Molti di quelli che lo criticavano allora oggi dicono:
“Forse avevano visto giusto.”
Ed è questo il punto.
Il V-Rod non è stato un errore tecnico.
È stato un trauma culturale.
Harley voleva cambiare.
Poteva farlo.
Lo ha fatto.
Ma ha scoperto che cambiare una moto è facile.
Cambiare la testa di chi la guida, molto meno.
E questa lezione, nel bene e nel male, Harley Davidson se la sta ancora portando dietro oggi.
Re: Perché HARLEY DAVIDSON
Inviato: 20/01/2026, 12:12
da Boss Hogg
Palmambrogio ha scritto: ↑19/01/2026, 16:07
Bob107 ha scritto: ↑18/01/2026, 20:56
E alla fine quindi, mi pare di capire, che nel bene e nel male, se siamo arrivati dove siamo arrivati è grazie ad un certo Talamo se oggi per comprare una motocicletta HD bisogna svenarsi, è corretto o sbaglio qualcosa?
Voi all'epoca, perché avete acquistato una HD e non una motocicletta qualsiasi?
Che le cose cambiano è normalissimo, tutto cambia e si evolve.
Qui si parla di moto e motociclisti ma i rapporti umani sono cambiati a prescindere se si ha una motocicletta o meno e non è colpa di un marchio se anche tra motociclisti sono cambiati questi rapporti, anzi, HD è uno dei marchi che ancora unisce tanti appassionati, e se non è più una motocicletta per tutti (ammesso che prima lo era) bisognerebbe prendersela con l'artefice, colui che vi/ci ha dato la possibilità di conoscerle.
Cari amici ma non sapete quanto mi sta piacendo questa conversazione come non ne accadevano da tanto tempo su questo forum

Non essere d'accordo su qualcosa è molto meglio che stare qui a raccontarsela dicendo tutti quanti insieme coralmente "ma quanto ci piace questo ma quanto ci piace quello! ".
Il sale ed il divertimento di un luogo del genere, è appunto Il poter dissentire di ciò che dice qualcun altro e dire la propria.
Perciò tranquillamente dico la mia come faccio del resto da sempre da che sono venuto al mondo, serenamente sulla base della mia esperienza.
Ebbene:
Dico all'amico Bob con tutta la simpatia che ho per lui, che il suo riferimento a Carlo Talamo l'ho perfettamente compreso come ho compreso che lo ha utilizzato come una leva da usare tra virgolette contro di noi.

Ma mio caro amico ben ti hanno risposto gli altri utenti dicendoti, che se non ci fosse stato il signor Carlo, la motocicletta Harley Davidson che tu ora stai guidando forse non ci sarebbe neanche stata..
Perciò è a lui che si deve il presente.
Poi, che sia stato un furbacchione o per meglio dire, una gran volpe con un grandissimo fiuto per gli affari, lo possiamo dire tranquillamente.
Ma è proprio per questo motivo che è stato un gran personaggio.
E oggi ancora in molti ne sentono la sua mancanza....
Lui aveva capito che i figli dei ricchi erano disposti in quegli anni a buttarsi in qualsiasi avventura pur di superare la noia che li attanagliava.
Una volta compreso questo e visto il consenso non solo da parte dei figli dei ricchi, ma anche dagli amici degli amici dei figli dei ricchi, un po' meno ricchi, ha incominciato a plasmare il meccanismo per bene utilizzando ciò che sapeva fare meglio e cioè creare pubblicità.
Io ti do un consiglio spassionato, di quelli che una persona più anziana può dare ad una più giovane:
Se trovi su Internet qualcosa che parla di lui leggi e documentati.
Perché magari è una cosa che può non interessarti, però sapere perché la tua motocicletta oggi è lì dov'è e cioè sotto al tuo sedere, potrebbe essere molto interessante da scoprire.
E con essa scopriresti anche un mondo che non conosci perché non c'eri o perché eri troppo piccolo o perché non l'hai vissuto.
Non voglio certamente stare qui a fare il professore in cattedra a dire quello che devono fare gli altri, ma è semplicemente un consiglio che ti do.
Il tuo entusiasmo e la tua difesa a spada tratta nei confronti delle nuove motociclette Harley Davidson la capisco e la rispetto.
Ma va rispettata anche la realtà di un cambiamento che non per forza di cose è sempre positivo.
Che poi noi "vecchi" tendiamo al nostalgico è un dato di fatto, è qualcosa che sperimenterai anche tu tu tra una decina o una ventina di anni.
Quando ricorderai questi giorni in sella alla tua motocicletta Harley Davidson e vedrai il mondo cambiato fin troppo cambiato.
Palmambrogio, qui non si tratta di nostalgia sterile, e tu lo sai bene. È vero: i nuovi harleysti si entusiasmano, vanno ai raduni, sorridono, ma rischiano di vedere solo la parte più appariscente, senza capire quanto lavoro, intuizione e qualche mossa da volpe siano serviti per arrivare a questo punto. Carlo Talamo non era solo un venditore: era uno stratega che ha saputo leggere il mercato, capire i comportamenti sociali, e costruire un ecosistema attorno a Harley in Italia. Senza di lui, molte delle moto che amiamo oggi non sarebbero nemmeno arrivate qui.
Il punto è che il cambiamento ha sempre un prezzo. Non tutto ciò che è nuovo è automaticamente buono, e non tutto ciò che è tradizione è superato. Il tuo richiamo al “troppo cambiato” è perfetto: chi non c’era allora non può sempre comprendere le ragioni delle scelte, le difficoltà e le strategie di marketing necessarie per far sopravvivere Harley in tempi non facili.
Ecco perché il tuo consiglio di documentarsi è fondamentale. Serve a non limitarsi a guardare la moto sotto il sedere, ma capire anche il contesto, le scelte difficili e il perché alcune decisioni che oggi sembrano naturali allora avrebbero fatto infuriare chiunque. Harley non è solo un marchio, è una storia fatta di intuizioni, compromessi e, sì, qualche colpo da maestro che ha fatto la differenza.
Alla fine, il bello è proprio questo: poter discutere, dissentire, capire e crescere, senza sentirsi obbligati a cantare tutti in coro quanto sia perfetta la moto nuova. Perché la passione vera nasce anche dal confronto, e non dal semplice entusiasmo condiviso.
Re: Perché HARLEY DAVIDSON
Inviato: 20/01/2026, 12:20
da Boss Hogg
Quando parliamo di Carlo Talamo e della nascita della Numero Uno, non parliamo solo di una concessionaria: parliamo di un progetto studiato in ogni minimo dettaglio. Talamo voleva che chi varcasse quella soglia sentisse subito di entrare in un mondo diverso, esclusivo, lontano dai negozi tradizionali di moto. Non era solo una vetrina, era un’esperienza immersiva Harley.
Gli interni? Tutto pensato per far respirare il mito americano, con materiali caldi e robusti: pavimenti in legno scuro, pareti in mattoni a vista, espositori in metallo che ricordavano officine di motociclette d’epoca. C’erano luci calde, punti strategici dove il cromato delle Harley rifletteva creando un effetto “wow” appena entravi. Ogni moto non era messa a caso: ogni posizione era studiata per essere ammirata e fotografata, quasi come in una galleria d’arte.
Talamo curava anche i dettagli più piccoli: dal banco vendita, progettato come un vero e proprio “cockpit” dove il cliente poteva sentirsi a suo agio, fino agli angoli lounge dove potevi incontrare altri appassionati, sfogliare riviste, parlare di viaggi in moto o di personalizzazioni. C’era un’area dedicata agli eventi, perché lui sapeva che una Harley non si vive solo guidandola: si vive condividendo la passione, partecipando a raduni e spettacoli.
Non a caso la Numero Uno non sembrava solo una concessionaria, ma un piccolo tempio della cultura Harley, con quel giusto mix di eleganza, funzionalità e atmosfera ribelle che parlava direttamente al cuore dei clienti. Talamo aveva chiaro che non bastava vendere una moto, bisognava vendere sogni e appartenenza, e ogni scelta di design, di spazio, di percorso del cliente dentro la Numero Uno era fatta per rafforzare questa idea.
In pratica: chi entrava lì non comprava solo una motocicletta, entrava in un mondo fatto di mito, libertà e comunità, e usciva con la convinzione che Harley Davidson non fosse solo un marchio, ma uno stile di vita tangibile. Ecco perché ancora oggi, più di 40 anni dopo, chi conosce la storia della Numero Uno sente rispetto per Talamo: non ha venduto solo moto, ha creato un’icona dal cuore pulsante.
Inoltre, quello che rendeva il lavoro di Talamo ancora più straordinario era quanto fosse diverso da come si vendevano le Harley in America. Negli Stati Uniti, a quegli anni, la vendita di motociclette era piuttosto standard: entri, guardi la moto, magari fai un giro di prova, firmi il contratto. Non c’era nulla di immersivo, nulla che trasmettesse il mito Harley in modo esperienziale. Era quasi freddo, quasi “commerciale”, senza quel senso di comunità e appartenenza che Talamo sapeva costruire.
Talamo invece cambiava le regole del gioco: creava un percorso emozionale, dal momento in cui il cliente varcava la soglia fino al momento in cui usciva con la chiave in mano. La Numero Uno non era solo un negozio, era un luogo dove si respirava lo spirito Harley, un’esperienza unica che in America quasi non esisteva. Mostrava che una Harley non era solo una moto, ma un mondo da vivere, e questo approccio personalizzato, curato nei dettagli e immersivo, era totalmente sconosciuto ai concessionari americani di quegli anni.
In sostanza, Talamo non copiava l’America: inventava una nuova maniera di vivere Harley, italiana nel gusto ma fedele alla leggenda americana. Chi entrava nella Numero Uno non acquistava semplicemente un mezzo, acquistava un pezzo di cultura, di storia, di mito, qualcosa che oltreoceano, alla stessa epoca, era impensabile trovare.
Re: Perché HARLEY DAVIDSON
Inviato: 21/01/2026, 14:25
da Balengo
Boss Hogg ha scritto: ↑20/01/2026, 12:20
Quando parliamo di Carlo Talamo e della nascita della Numero Uno, non parliamo solo di una concessionaria: parliamo di un progetto studiato in ogni minimo dettaglio. Talamo voleva che chi varcasse quella soglia sentisse subito di entrare in un mondo diverso, esclusivo, lontano dai negozi tradizionali di moto. Non era solo una vetrina, era un’esperienza immersiva Harley.
Gli interni? Tutto pensato per far respirare il mito americano, con materiali caldi e robusti: pavimenti in legno scuro, pareti in mattoni a vista, espositori in metallo che ricordavano officine di motociclette d’epoca. C’erano luci calde, punti strategici dove il cromato delle Harley rifletteva creando un effetto “wow” appena entravi. Ogni moto non era messa a caso: ogni posizione era studiata per essere ammirata e fotografata, quasi come in una galleria d’arte.
Talamo curava anche i dettagli più piccoli: dal banco vendita, progettato come un vero e proprio “cockpit” dove il cliente poteva sentirsi a suo agio, fino agli angoli lounge dove potevi incontrare altri appassionati, sfogliare riviste, parlare di viaggi in moto o di personalizzazioni. C’era un’area dedicata agli eventi, perché lui sapeva che una Harley non si vive solo guidandola: si vive condividendo la passione, partecipando a raduni e spettacoli.
Non a caso la Numero Uno non sembrava solo una concessionaria, ma un piccolo tempio della cultura Harley, con quel giusto mix di eleganza, funzionalità e atmosfera ribelle che parlava direttamente al cuore dei clienti. Talamo aveva chiaro che non bastava vendere una moto, bisognava vendere sogni e appartenenza, e ogni scelta di design, di spazio, di percorso del cliente dentro la Numero Uno era fatta per rafforzare questa idea.
In pratica: chi entrava lì non comprava solo una motocicletta, entrava in un mondo fatto di mito, libertà e comunità, e usciva con la convinzione che Harley Davidson non fosse solo un marchio, ma uno stile di vita tangibile. Ecco perché ancora oggi, più di 40 anni dopo, chi conosce la storia della Numero Uno sente rispetto per Talamo: non ha venduto solo moto, ha creato un’icona dal cuore pulsante.
Inoltre, quello che rendeva il lavoro di Talamo ancora più straordinario era quanto fosse diverso da come si vendevano le Harley in America. Negli Stati Uniti, a quegli anni, la vendita di motociclette era piuttosto standard: entri, guardi la moto, magari fai un giro di prova, firmi il contratto. Non c’era nulla di immersivo, nulla che trasmettesse il mito Harley in modo esperienziale. Era quasi freddo, quasi “commerciale”, senza quel senso di comunità e appartenenza che Talamo sapeva costruire.
Talamo invece cambiava le regole del gioco: creava un percorso emozionale, dal momento in cui il cliente varcava la soglia fino al momento in cui usciva con la chiave in mano. La Numero Uno non era solo un negozio, era un luogo dove si respirava lo spirito Harley, un’esperienza unica che in America quasi non esisteva. Mostrava che una Harley non era solo una moto, ma un mondo da vivere, e questo approccio personalizzato, curato nei dettagli e immersivo, era totalmente sconosciuto ai concessionari americani di quegli anni.
In sostanza, Talamo non copiava l’America: inventava una nuova maniera di vivere Harley, italiana nel gusto ma fedele alla leggenda americana. Chi entrava nella Numero Uno non acquistava semplicemente un mezzo, acquistava un pezzo di cultura, di storia, di mito, qualcosa che oltreoceano, alla stessa epoca, era impensabile trovare.
Straordinaria questa spiegazione su Talamo. Io non l'ho mai conosciuto e non ho mai letto nulla su di lui ma qui mi sto facendo una cultura!

Re: Perché HARLEY DAVIDSON
Inviato: 21/01/2026, 14:27
da Balengo
Boss Hogg ha scritto: ↑20/01/2026, 11:58
Il V-Rod va raccontato come si raccontano certe storie che, col senno di poi, capisci solo molti anni dopo.
Perché il V-Rod non è stato “una Harley sbagliata”. È stato una Harley arrivata troppo presto… e nel modo sbagliato.
Torniamo indietro un attimo.
A metà anni ’90 Harley Davidson è viva, ma non è tranquilla. I Big Twin raffreddati ad aria sono iconici, sì, ma il mondo sta cambiando: normative antinquinamento sempre più severe, concorrenza giapponese tecnologicamente avanti, clienti più giovani che vogliono prestazioni vere, non solo atmosfera.
Harley sa benissimo che, continuare così per sempre non è possibile.
Ed è qui che nasce il progetto V-Rod, o meglio: il progetto Revolution.
Harley decide una cosa enorme, quasi sacrilega:
“Facciamo un motore che non assomigli a nulla di quello che abbiamo fatto prima.”
Per questo entra in gioco Porsche Engineering.
Non perché Harley “non sapesse fare motori”, ma perché non aveva esperienza su quel tipo di motore:
Raffreddamento a liquido.
Doppio albero a camme in testa.
4 valvole per cilindro.
Regimi di rotazione impensabili per una Harley tradizionale (non si se mi spiego..)
Il Revolution 1130 cc (poi 1250) era un V-Twin a 60°, compatto, robusto, capace di girare alto e, soprattutto, di fare cavalli veri.
Non “coppia da bar”, ma potenza misurabile.
Per la prima volta una Harley accelerava davvero. E frenava. E teneva la strada.
Il telaio? Moderno.
Il forcellone? Alluminio.
Il baricentro? Basso.
La posizione di guida? Drag style, lunga, cattiva, completamente diversa.
Il problema?
Era "troppo diversa".
Quando uscì nel 2001, molti harleysti reagirono come se qualcuno avesse profanato una chiesa.
“Non vibra abbastanza.”
“Non suona giusta.”
“Non sembra una Harley.”
Ed è qui che arriva il paradosso:
Harley aveva fatto esattamente quello che tutti dicevano di volere (“evolvetevi!”), ma non quello che erano pronti ad accettare.
Il V-Rod non era una Harley per chi voleva “la solita Harley”.
Era una Harley per chi voleva vedere fin dove poteva arrivare il marchio.
E qui entra in gioco il Progetto Nova degli anni ’80.
Pochi lo ricordano, ma Harley già allora aveva capito che l’aria stava finendo. Il progetto Nova prevedeva una gamma completamente nuova:
Motori raffreddati a liquido.
Più cilindri.
Moto più moderne, quasi “giapponesi” nel concetto
Il progetto era avanti anni luce… ma...mancavano i soldi....
Harley in quel periodo stava lottando per sopravvivere, non per sperimentare. Nova venne chiuso, archiviato, quasi dimenticato.
Ma l’idea restò lì, sotto la cenere.
Il V-Rod è, di fatto, "il figlio tardivo del Progetto Nova".
La prova che Harley ha sempre saputo che prima o poi avrebbe dovuto cambiare pelle.
Perché allora il V-Rod non è stato amato?
Perché non faceva sconti a nessuno.
Non cercava di sembrare “un po’ Harley e un po’ no”.
Era una Harley che diceva:
“Questo è il futuro. Se ti va, sali. Se no, resta dove sei.”
Oggi, col senno di poi, il V-Rod è rivalutato, rispettato, quasi mitizzato.
Molti di quelli che lo criticavano allora oggi dicono:
“Forse avevano visto giusto.”
Ed è questo il punto.
Il V-Rod non è stato un errore tecnico.
È stato un trauma culturale.
Harley voleva cambiare.
Poteva farlo.
Lo ha fatto.
Ma ha scoperto che cambiare una moto è facile.
Cambiare la testa di chi la guida, molto meno.
E questa lezione, nel bene e nel male, Harley Davidson se la sta ancora portando dietro oggi.
Bello il V-Rod. Se ne trovassi uno a buon prezzo lo prenderei.
Tenuto bene.
Secondo me all'epoca gli harleysti di allora non hanno capito una sega..
Questa cosa del criticare ce l'hanno sempre avuta..
Ma non sono mica cambiati tanto eh..
Re: Perché HARLEY DAVIDSON
Inviato: 21/01/2026, 22:03
da Bob107
Ci tengo a precisare che non voglio offendere nessuno quando dico che siete diventati "vecchi". È più che altro una provocazione/reazione a ciò che leggo nei confronti di qualcosa che per me oggi ha un valore e un perché.
Anche su Carlo Talamo, facendo intendere di aver avuto sia il merito che la colpa di valorizzare le HD come nessuno mai, vuole essere una provocazione, nel senso che, avendo portato prestigio al marchio, lo stesso poi è stato sfruttato come trampolino per rilanciare altri obiettivi portando poi il prezzo delle motociclette alle stelle.
Capisco che non parlate a caso e aldilà delle divergenze di pensiero, resta il fatto che rispetto il vostro trascorso, questo sia chiaro. Non ho la presunzione di sapere e non considero rinco... nessuno. Semplicemente leggo cose che non condivido perché non corrispondono a ciò che sto vivendo io da quando sono entrato a fare parte di questo mondo.
Il problema più grande mi pare sia però, digerire la parola "cambiamento".
È normale che uno come me, entrato nel mondo HD appena cinque anni fa, non avendo un background culturale, non proverà tutta questa amarezza, per esempio, se un'icona storica come la Sportster improvvisamente va fuori produzione. Credo sia normale per me.
E non per questo mi devo sentire un harleysta di serie b soltanto perché non ero presente all'inaugurazione della Numero Uno nell'84 e non ho vissuto quegli anni lì. Non so se mi sono spiegato.
Ho un'altra HD, diversa dalle vostre in passato, con un'altra pelle (diciamo così) ma sempre una HD è.
D'accordo, i cambiamenti non sono facili da accettare, non è semplice switchare e fare finta che non fosse mai successo niente, questo lo comprendo bene, però anche oggi le nuove HD sono figlie della stessa idea nata nel 1903, non sono affatto estranee.
E poi, se vi hanno raccontato una favola e adesso ne raccontano un'altra, come ci avete creduto voi prima, perché non dovrei crederci io adesso?
A qualcuno da fastidio chiamarla "evoluzione" ma, per me, di questo si tratta.
Hanno perso l'anima perché non hanno più quell'aria selvaggia e ribelle? Probabilmente nella società attuale non interessa più sentirsi né selvaggi né tantomeno ribelli, ma l'anima c'è e come se c'è.
Sì cambia per esigenza, per necessità, per piacere, ma si cambia.
Quando eravate giovani e belli, e guidavate le vostre amate HD, non sapevate cosa fosse un navigatore o meglio ancora uno smartphone perché non esistevano, di conseguenza non sentivate nemmeno il bisogno di averlo con voi. Oggi non si può pretendere che il motociclista viaggia con la cartina in mano o non richieda la disponibilità di una porta usb.
Quanti sono rimasti che apprezzano la puzza di benzina e le macchie d'olio, e soprattutto per quanto tempo ancora! Nessuno vuole più tornare da un viaggio e mettersi a stringere bulloni per le vibrazioni.
Sul sound sapete meglio di me che le norme anti inquinamento impongono dei limiti.
Inoltre, ho sempre considerato sbagliato paragonare una HD ad una moto giapponese, anzi a QUALSIASI altra moto, perché HD sarà SEMPRE un'altra cosa e non è una frase fatta. Molti continuano a paragonarle con le moto più prestanti in circolazione e lamentano carenze, esprimono il desiderio di vedere HD finalmente degne per competere con le migliori motociclette come il GS (tanto per dirne uno) ma non sarà mai così, perché saranno sempre due cose diverse. Poi però quando esce una novità... bum!! partono le critiche pesanti.
Non che le critiche siano sbagliate, per carità, non voglio dire questo, assolutamente! Ma sembra come se non si è mai soddisfatti.
Più volte mi è capitato di leggere frasi del tipo: "Esistono le moto e le Harley" e mi son detto..: "Cavolo, però è vero!..". Oggi, aggiungerei anche: "Ci sono i motociclisti e gli harleysti" e non tanto per "dividere" la categoria esaltando gli harleysti, ma per rafforzare il concetto che andare su una HD non è andare su una moto generica, è un'esperienza unica.
La mia verità resta questa ed è una verità non condizionata dalla storia e da niente, anche perché prima di acquistare la mia attuale e unica motocicletta, conoscevo solo il nome ma non la storia, non ho frequentato nessuno e non sapevo nulla di motori. Sono andato "a pelle" e le mie sensazioni si sono confermate giuste, provando piacere anche ben oltre le mie aspettative. Molto ben oltre!
Sembro io un rinco... a dire queste cose ma sappiate che è bellissimo essere rinco... se è questo ciò che si prova.
E leggere oggi la delusione di molti di voi mi fa pensare che siete stati "superati" dal mito stesso che avete amato e portato avanti per tanti anni.
Non lo dico con cattiveria.
C'è anche da dire che, nel frattempo, non tutti si sono sentiti traditi e sono rimasti fermi ai box. Non mi sembra che il club degli harleysti sia formato da motociclisti di primissimo pelo, anche se le generazioni dopo non stanno mancando all'appello.
Ripeto il concetto, non saranno più le Harley che hanno raccontato a voi, ma sono sempre Harley.
Non c'è più il promotore italiano che scrive poesie e non ci sarà più un marketing genuino, ma l'interesse che gira attorno a queste motociclette rimane ancora alto, per la storia, per il mito, ma anche per le novità e per il fascino che continuano a suscitare.
È anche romantico pensare un mondo che resta uguale, ma non è possibile, purtroppo o per fortuna. Sono tempi diversi da allora anche fuori l'ambiente motociclistico. Harley non avrà la stessa filosofia ma la ricerca di libertà, il bisogno di evasione, di leggerezza e spensieratezza.. di avventura, che cerchiamo è sempre lo stesso, e le Harley sanno ancora come farti "viaggiare" in tutti i sensi.
Quando e se non mi trasmetteranno più niente, semplice, ne prenderò atto e deciderò se "farmi da parte" e vivere di ricordi o cercare di capire la nuova filosofia.
Di sicuro non dirò che erano Harley e ora non lo sono più, soprattutto se continuano ad essere apprezzate da milioni di appassionati.
Re: Perché HARLEY DAVIDSON
Inviato: 22/01/2026, 9:14
da Conte Jägermeister
Bob107 ha scritto: ↑21/01/2026, 22:03
Ci tengo a precisare che non voglio offendere nessuno quando dico che siete diventati "vecchi". È più che altro una provocazione/reazione a ciò che leggo nei confronti di qualcosa che per me oggi ha un valore e un perché.
Anche su Carlo Talamo, facendo intendere di aver avuto sia il merito che la colpa di valorizzare le HD come nessuno mai, vuole essere una provocazione, nel senso che, avendo portato prestigio al marchio, lo stesso poi è stato sfruttato come trampolino per rilanciare altri obiettivi portando poi il prezzo delle motociclette alle stelle.
Capisco che non parlate a caso e aldilà delle divergenze di pensiero, resta il fatto che rispetto il vostro trascorso, questo sia chiaro. Non ho la presunzione di sapere e non considero rinco... nessuno. Semplicemente leggo cose che non condivido perché non corrispondono a ciò che sto vivendo io da quando sono entrato a fare parte di questo mondo.
Il problema più grande mi pare sia però, digerire la parola "cambiamento".
È normale che uno come me, entrato nel mondo HD appena cinque anni fa, non avendo un background culturale, non proverà tutta questa amarezza, per esempio, se un'icona storica come la Sportster improvvisamente va fuori produzione. Credo sia normale per me.
E non per questo mi devo sentire un harleysta di serie b soltanto perché non ero presente all'inaugurazione della Numero Uno nell'84 e non ho vissuto quegli anni lì. Non so se mi sono spiegato.
Ho un'altra HD, diversa dalle vostre in passato, con un'altra pelle (diciamo così) ma sempre una HD è.
D'accordo, i cambiamenti non sono facili da accettare, non è semplice switchare e fare finta che non fosse mai successo niente, questo lo comprendo bene, però anche oggi le nuove HD sono figlie della stessa idea nata nel 1903, non sono affatto estranee.
E poi, se vi hanno raccontato una favola e adesso ne raccontano un'altra, come ci avete creduto voi prima, perché non dovrei crederci io adesso?
A qualcuno da fastidio chiamarla "evoluzione" ma, per me, di questo si tratta.
Hanno perso l'anima perché non hanno più quell'aria selvaggia e ribelle? Probabilmente nella società attuale non interessa più sentirsi né selvaggi né tantomeno ribelli, ma l'anima c'è e come se c'è.
Sì cambia per esigenza, per necessità, per piacere, ma si cambia.
Quando eravate giovani e belli, e guidavate le vostre amate HD, non sapevate cosa fosse un navigatore o meglio ancora uno smartphone perché non esistevano, di conseguenza non sentivate nemmeno il bisogno di averlo con voi. Oggi non si può pretendere che il motociclista viaggia con la cartina in mano o non richieda la disponibilità di una porta usb.
Quanti sono rimasti che apprezzano la puzza di benzina e le macchie d'olio, e soprattutto per quanto tempo ancora! Nessuno vuole più tornare da un viaggio e mettersi a stringere bulloni per le vibrazioni.
Sul sound sapete meglio di me che le norme anti inquinamento impongono dei limiti.
Inoltre, ho sempre considerato sbagliato paragonare una HD ad una moto giapponese, anzi a QUALSIASI altra moto, perché HD sarà SEMPRE un'altra cosa e non è una frase fatta. Molti continuano a paragonarle con le moto più prestanti in circolazione e lamentano carenze, esprimono il desiderio di vedere HD finalmente degne per competere con le migliori motociclette come il GS (tanto per dirne uno) ma non sarà mai così, perché saranno sempre due cose diverse. Poi però quando esce una novità... bum!! partono le critiche pesanti.
Non che le critiche siano sbagliate, per carità, non voglio dire questo, assolutamente! Ma sembra come se non si è mai soddisfatti.
Più volte mi è capitato di leggere frasi del tipo: "Esistono le moto e le Harley" e mi son detto..: "Cavolo, però è vero!..". Oggi, aggiungerei anche: "Ci sono i motociclisti e gli harleysti" e non tanto per "dividere" la categoria esaltando gli harleysti, ma per rafforzare il concetto che andare su una HD non è andare su una moto generica, è un'esperienza unica.
La mia verità resta questa ed è una verità non condizionata dalla storia e da niente, anche perché prima di acquistare la mia attuale e unica motocicletta, conoscevo solo il nome ma non la storia, non ho frequentato nessuno e non sapevo nulla di motori. Sono andato "a pelle" e le mie sensazioni si sono confermate giuste, provando piacere anche ben oltre le mie aspettative. Molto ben oltre!
Sembro io un rinco... a dire queste cose ma sappiate che è bellissimo essere rinco... se è questo ciò che si prova.
E leggere oggi la delusione di molti di voi mi fa pensare che siete stati "superati" dal mito stesso che avete amato e portato avanti per tanti anni.
Non lo dico con cattiveria.
C'è anche da dire che, nel frattempo, non tutti si sono sentiti traditi e sono rimasti fermi ai box. Non mi sembra che il club degli harleysti sia formato da motociclisti di primissimo pelo, anche se le generazioni dopo non stanno mancando all'appello.
Ripeto il concetto, non saranno più le Harley che hanno raccontato a voi, ma sono sempre Harley.
Non c'è più il promotore italiano che scrive poesie e non ci sarà più un marketing genuino, ma l'interesse che gira attorno a queste motociclette rimane ancora alto, per la storia, per il mito, ma anche per le novità e per il fascino che continuano a suscitare.
È anche romantico pensare un mondo che resta uguale, ma non è possibile, purtroppo o per fortuna. Sono tempi diversi da allora anche fuori l'ambiente motociclistico. Harley non avrà la stessa filosofia ma la ricerca di libertà, il bisogno di evasione, di leggerezza e spensieratezza.. di avventura, che cerchiamo è sempre lo stesso, e le Harley sanno ancora come farti "viaggiare" in tutti i sensi.
Quando e se non mi trasmetteranno più niente, semplice, ne prenderò atto e deciderò se "farmi da parte" e vivere di ricordi o cercare di capire la nuova filosofia.
Di sicuro non dirò che erano Harley e ora non lo sono più, soprattutto se continuano ad essere apprezzate da milioni di appassionati.
Capisco quello che dici, ed è vero: il mondo cambia, le persone cambiano, e nessun marchio può restare congelato nel tempo senza diventare un museo viaggiante. Su questo non c’è discussione.
Però secondo me c’è un punto che va chiarito: dire che sono “sempre Harley” non chiude il discorso, lo apre.
Il fatto che piacciano ancora a milioni di persone non è una prova definitiva che non siano cambiate in profondità. È la prova che il marchio è fortissimo, che il mito regge, che l’immaginario funziona ancora. Ma marchio e prodotto non sono sempre la stessa cosa al 100%.
Quando dici “non sono più quelle che hanno raccontato a voi”, secondo me tocchi il punto centrale senza volerlo:
quelle moto non raccontano più la stessa storia.
Non è un giudizio morale, è una constatazione.
La libertà, l’evasione, il viaggio… certo che restano. Ma oggi sono concetti molto più mediati, più confezionati, più rassicuranti. Prima erano grezzi, imperfetti, a volte scomodi. Oggi sono più accessibili, più guidati, più “chiavi in mano”. Per molti è un bene, per altri è una perdita. Entrambe le letture sono legittime.
E attenzione: nessuno sta dicendo “non sono più Harley” perché non piacciono.
Si dice che sono Harley diverse, figlie di un’epoca diversa, di un’industria diversa e di un marketing molto più strutturato. Negarlo, secondo me, è semplificare troppo.
Il tuo approccio personale lo rispetto molto: “finché mi trasmettono qualcosa, le vivo; quando non lo faranno più, deciderò”. È sano.
Ma non tutti reagiscono allo stesso modo: c’è anche chi sente che quel passaggio è già avvenuto, e non per snobismo o per posa.
In sintesi:
non è romanticismo voler capire cosa è cambiato,
non è integralismo dirlo ad alta voce,
e non è eresia amare Harley proprio perché le si è conosciute diverse.
Il confronto serve a questo.
Se fossimo tutti d’accordo, sì… saremmo davvero fermi ai box.