Balengo ha scritto: 20/04/2026, 15:18
Però ci siamo fermati con la narrazione degli eventi del '78.
Non credo l'argomento sia esaurito nonostante siamo soltanto noi a commentare.
Ok la questione colpe o non colpe, ma penso che ormai abbia poca importanza.
Chi era giovane allora come oggi e come sempre, avrà pensato a fare il giovane e non certo a buttarsi in una guerra contro lo stato.
Chi l'ha fatto seriamente poi ha pagato con la galera...
Chi l'ha fatto in pace non è andato da nessuna parte.
Mi viene in mente Pannella.
Non faceva gli scioperi della fame per protesta?
Non mi pare che gli siano serviti a molto se non a mantenersi in forma.
Però era uno che si batteva per determinate ingiustizie anche sbagliando o associandosi poi a personaggi di dubbia funzionalità....
Secondo me hai ragione su una cosa importante: la narrazione del ’78 non è affatto esaurita. Anzi, forse uno dei problemi è proprio che spesso ci si ferma ai grandi passaggi simbolici, via Fani, i comunicati, la prigionia, via Caetani e si finisce per perdere tutto ciò che stava intorno: il clima, le paure, le ambiguità, le scelte mancate, le responsabilità diffuse, il modo in cui un Paese intero visse quei cinquantacinque giorni.
Però non sono del tutto d’accordo sul fatto che la questione delle colpe abbia ormai poca importanza. Capisco cosa intendi: dopo tanti anni, il rischio è trasformare tutto in un processo infinito, dove ognuno cerca solo il colpevole utile alla propria tesi. Ma le responsabilità contano ancora. Non per vendetta, non per riaprire tribunali morali senza fine, ma perché senza responsabilità la memoria diventa nebbia. E nella nebbia tutto si confonde: chi ha scelto la violenza, chi l’ha subita, chi ha servito lo Stato, chi lo ha tradito, chi ha taciuto, chi ha provato a capire.
Detto questo, è vero anche che non si può raccontare una generazione intera come se fosse stata tutta dentro la guerra allo Stato. La maggioranza dei giovani, allora come oggi, viveva la propria età: studiava, lavorava, amava, sbagliava, cercava un posto nel mondo. Solo che lo faceva dentro un tempo molto più carico di ideologia, di paura e di appartenenza. E in certi momenti storici anche chi vorrebbe soltanto vivere viene trascinato dentro un clima che non ha scelto fino in fondo.
Chi imboccò la strada della lotta armata fece una scelta precisa, e quella scelta non può essere annacquata nel “clima dell’epoca”. Il clima spiega, ma non assolve. La storia può aiutare a comprendere perché certe idee attecchirono, perché certi linguaggi divennero estremi, perché alcuni arrivarono a credere che uccidere fosse un atto politico. Ma resta il punto morale: a un certo momento qualcuno decise che una persona poteva diventare un bersaglio. Ed è lì che si passa dalla politica al baratro.
Su chi “l’ha fatto in pace” il discorso è più amaro e forse più interessante. È vero: spesso chi sceglie la via nonviolenta sembra non andare da nessuna parte, almeno nell’immediato. La violenza fa rumore, costringe tutti a guardare, produce trauma. La nonviolenza, invece, lavora in modo più lento, quasi ingrato. Non sempre vince. Non sempre ottiene ciò che chiede. A volte sembra persino ridicola agli occhi di chi misura la politica solo con il potere immediato.
Però non liquiderei Pannella così facilmente. Si può discutere tutto di lui: le alleanze, le provocazioni, certe compagnie discutibili, il narcisismo politico, il gusto per il gesto estremo. Ma gli scioperi della fame non erano soltanto “proteste per mantenersi in forma”. Erano un modo per trasformare il corpo in argomento politico, per obbligare l’opinione pubblica a guardare ciò che preferiva ignorare: carceri, diritti civili, giustizia, obiezione di coscienza, libertà individuali, minoranze dimenticate.
Il punto non è santificare Pannella. Il punto è che in un Paese attraversato da chi pensava di cambiare la storia con le pistole, lui rappresentò, con tutti i suoi limiti, un’altra idea di conflitto: durissima, radicale, fastidiosa, ma non armata. Una forma di pressione morale, non di eliminazione fisica dell’avversario.
E forse proprio qui sta una delle lezioni più profonde di quegli anni: non basta dire “protestare è giusto” o “protestare è inutile”. Bisogna chiedersi che tipo di protesta costruisce una comunità e quale invece la distrugge. Perché il dissenso può essere scomodo, esasperante, persino eccessivo; ma finché riconosce l’altro come essere umano, resta dentro la democrazia. Quando invece l’altro diventa un ostacolo da abbattere, allora si apre una porta che poi è difficilissimo richiudere.
Il ’78 non è esaurito proprio perché continua a metterci davanti a questa domanda: come si tiene insieme il conflitto con il limite? Come si lotta contro ciò che si ritiene ingiusto senza perdere la propria umanità? E come si impedisce alla memoria di diventare solo una conta di colpe, senza però rinunciare alla verità?
Forse parlarne ancora, anche se siamo in pochi a farlo, serve proprio a questo: non a chiudere definitivamente il passato, ma a impedirgli di diventare indistinto.