Pianeta Custom..

Discussioni generali intorno alle moto e i biker, discorsi da bar...
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Bob107
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Re: Pianeta Custom..

Messaggio da Bob107 »

Boss Hogg ha scritto: 03/05/2026, 10:14
Secondo me in quello che dici ci sono due piani diversi, ed è proprio lì che nasce spesso l’equivoco.
Sul primo sono d’accordo: Harley non è “solo una moda”. Sarebbe troppo facile liquidarla così. Ci sono marchi, moto, motori e sensazioni che quando ti entrano sotto pelle non li vivi più come un semplice mezzo di trasporto. Un Harley, per chi la sente davvero, non è soltanto una moto comprata perché fa scena al bar. È un certo modo di stare in sella, un certo ritmo, un certo rumore, un certo rapporto con la strada. Magari non sarà il modo migliore in assoluto di intendere la moto, ma è un modo molto preciso, molto riconoscibile, e per tanti è davvero qualcosa di irrinunciabile.
Però proprio perché la passione è una cosa seria, secondo me bisogna stare attenti a non confonderla con l’appartenenza “di facciata”.
Il caso del tizio che si è sentito fuori posto perché non aveva la giacca originale Harley, purtroppo, non mi stupisce. Non perché il mondo Harley sia tutto così, anzi, ma perché in qualunque ambiente molto identitario trovi sempre qualcuno che scambia la passione per uniforme. E lì secondo me si rovina tutto. Se uno arriva con una giacca qualsiasi, una giapponese custom, una Sportster vissuta, una Electra lucida da salotto o un chopper fatto in garage, la prima cosa che dovremmo guardare non è l’etichetta cucita addosso, ma che rapporto ha con la moto.
Capisco anche il discorso sulle aspettative create da Easy Rider ,Sons of Anarchy e compagnia. Il cinema ti vende un mito, la realtà spesso ti presenta un parcheggio, un gruppo WhatsApp, due aperitivi, qualche fenomeno e qualche persona splendida. Se uno entra nel mondo Harley pensando di trovare automaticamente fratellanza, libertà, ribellione e autenticità, rischia di restare deluso. Ma lì il problema non è Harley: è l’aver scambiato un immaginario per la vita vera.
Sono d'accordo quando dici che essere harleysta parte da dentro e non da fuori. Se uno ha bisogno dell’approvazione del gruppo, del gilet giusto, della patch giusta, dello scarico giusto e del marchio su ogni centimetro di abbigliamento per sentirsi qualcuno, allora forse non sta cercando una moto: sta cercando un’identità pronta da indossare. E questo può succedere con Harley, con Ducati, con BMW, con le supersportive, con l’enduro, con qualsiasi tribù motociclistica.
Dove invece sono un po’ più cauto è sulla distinzione netta tra biker e harleysta.
Che l’harleysta sia una categoria riconoscibile, sì, ci sta. Harley ha una storia, un’estetica, una meccanica, un suono e un mondo attorno che non sono sovrapponibili a tutto il resto. Sarebbe ipocrita dire che un Harley e una qualsiasi altra moto siano la stessa cosa con un logo diverso. Non lo sono. Cambia il modo di guidare, cambia il rapporto con il mezzo, cambia anche il tipo di immaginario che ti porti dietro.
Però non trasformerei questa differenza in una gerarchia.
L’harleysta può essere una categoria a parte per cultura, gusto e tradizione. Ma non per “valore motociclistico”. Perché ho conosciuto gente su Harley che della moto aveva capito tutto, e gente su Harley che aveva capito solo il catalogo accessori. Così come ho conosciuto motociclisti su giapponesi, inglesi, italiane o ferri assemblati in garage con più spirito biker di tanti personaggi vestiti da copertina.
Quindi sì, la differenza c’è. Ma secondo me non sta nel marchio in sé. Sta in come vivi quel marchio.
Uno può essere harleysta fino al midollo senza doverlo dimostrare a nessuno. E uno può avere un Harley in garage senza essere minimamente dentro a quello spirito. La moto può essere speciale, il marchio può essere speciale, la storia può essere speciale. Ma alla fine la differenza vera la fa sempre chi ci sale sopra.
Per me il punto è questo: Harley non è una moda, ma può diventarlo nelle mani sbagliate. Non è solo immagine, ma può essere ridotta a immagine. Non è solo appartenenza, ma può diventare recinto.

E quando diventa recinto, secondo me tradisce proprio quella libertà che dice di rappresentare.


Per me, non esistono motociclisti di serie A e di serie B, per "categoria a parte" (riferita agli harleysti), non intendo in senso di superiorità (mi vergognerei solo a pensarla una cosa del genere), parlo soltanto di motociclisti che vivono un certo tipo di esperienze con le motociclette, diversamente da tutti gli altri, e quando si concepisce la moto e la strada in modo differente, è normale che si creano delle distinzioni.
Il fatto stesso che la comunità harleysta sia così tanto diffusa, rafforza ancora di più questo concetto di stile a sé, rendendola anche particolarmente significativa.
Escludendo la parte ipocrita del sistema che alimenta false aspettative dietro ideologie finalizzate fondamentalmente al lucro o chi utilizza la moto e l'abbigliamento come status symbol, rimane, comunque, una bella parte genuina di persone innamorate e sedotte da questo stile che, una volta "entrati", è facile non abbandonano più.
Capisco chi dice di sentirsi "vero biker solo dopo aver guidato una HD", perché, da appassionato, penso che se coglie l'essenza di queste motociclette e ti piace, può provare belle emozioni che lo accompagneranno per tutta la vita.
Sai di provare sensazioni che con altre tipologie di moto non avrà mai, non trovi, non esistono nemmeno lontanamente. Per questo penso che Harley, rispetto a tutto il resto, che non sia custom, è e sarà sempre un'altra cosa.
L'harleysta o chi guida una custom in generale, ama adattare la motocicletta a sé stesso/a piuttosto che adattarsi lui/lei agli standard stabiliti e già questa creatività nella personalizzazione si può tradurre tranquillamente in una forma di libertà che altre motociclette non possono dare.
Poi si distinguono anche per la loro particolarità, con caratteristiche che entrano diretti nel cuore dei motociclisti. Estetica, suono, comodità, spirito.. e sono molto di più di semplici motociclette. Per molti le Harley diventano la loro vita, come se la moto fosse un'estensione del proprio corpo.
Per quanto riguarda tutto il resto mi trovi pienamente d'accordo. Non esistono (o non dovrebbero esistere) divisioni, muri, gerarchie e menate varie tra motociclisti. Questa dovrebbe essere la normalità.
Poi certo, non possiamo dire che nella realtà sia sempre così, però se il centro di tutto per me è la motocicletta ed è la mia passione, di quello che ci ruota attorno posso sempre prendere la parte che mi piace di più e il resto non considerarlo nemmeno.
Di sicuro non mi serve l'approvazione di nessuno e nemmeno sentirmi accettato.
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Bob107
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Re: Pianeta Custom..

Messaggio da Bob107 »

Carbonkio ha scritto: 06/05/2026, 10:50
Boss Hogg ha scritto: 06/05/2026, 10:05
E quella sensazione, se è vera, non ha bisogno di nessun pubblico.
Sono io il pubblico di me stesso!!!

Voglio rendervi partecipi di una forte emozione provata domenica mattina.
Pedalavo in compagnia di amici sulla complanare della SS 131, quando sento in lontananza il suono di moto in avvicinamento. Era un gruppo di sole donne che si recava ad un incontro organizzato in una località sul mare. Fra quei diversi suoni ho riconosciuto chiaramente il borbottio dello sportsterino di mia moglie.
Ho atteso giusto qualche secondo per vederla passare a qualche metro da me e ho sorriso pensando che anche lei stesse sorridendo dentro al casco, felice, dopo un periodo buio che speriamo, sia stato definitivamente gettato alle spalle.
È bellissimo che tu abbia condiviso questa cosa, grazie!
L'ho immaginata come fosse la scena finale di un film romantico che parla di amore e di vita, dove le difficoltà a volte mettono a dura prova le persone, ma che dopo la tempesta torna il sereno e quell'amore che ha dovuto combattere dure battaglie, ora sorride nuovamente alla vita e torna a splendere, ancora più forte e ancora più unito.
Grazie e spero sia tutto passato, come dici. 🤞🏼
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Massimo
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Re: Pianeta Custom..

Messaggio da Massimo »

Leggendovi, mi pare di capire che per molti di voi il “pianeta custom”, o meglio ancora l’ambiente biker, oggi si basi in buona parte sul nulla. Pacche sulle spalle, strette di mano, sorrisi di circostanza e rapporti spesso più di facciata che di sostanza.
Ma ne siete davvero così sicuri?
Chi ha la mia età, o anche qualcosa in più, sa benissimo che non è sempre stato così. È esistito, e forse per qualcuno esiste ancora, un senso di appartenenza che andava ben oltre la motocicletta. Un qualcosa che non aveva bisogno di essere spiegato, perché lo vivevi e basta. Faceva parte di uno stile di vita, prima ancora che di una passione.
Certo, c’era chi queste cose riusciva a coglierle davvero e chi no. Ma una volta si dava molto più valore a certi aspetti umani. Il senso di comunità nasceva dal condividere momenti, problemi, esperienze vere, e non necessariamente dal marchio stampato sul serbatoio o dalla toppa cucita sulla schiena.
Avete citato i raduni, ma forse vi siete dimenticati cosa rappresentavano davvero e cosa potevano diventare.
Mi rivolgo ai “vecchi” come me, a quelli che c’erano e ricordano bene cosa fosse anche il più semplice dei raduni.
Una tenda rotta riparata da uno che fino a dieci minuti prima nemmeno conoscevi e che poi, davanti a una birra serale, diventava qualcuno da salutare con piacere e sincero rispetto ogni volta che lo ritrovavi nella tenda accanto.
Un problema alla moto e c’era sempre qualcuno disposto a fermarsi, sporcarsi le mani e aiutarti a rimetterti in strada. La pioggia presa insieme per spingere la moto di uno sconosciuto che, poche ore dopo, tanto sconosciuto non era più.
Quante belle amicizie ho visto nascere da momenti così.
E poi il far tardi, le notti lunghe, l’alba davanti a un fuoco, a raccontarsi storie senza paura di essere giudicati. Perché in fondo la mia storia diventava anche un po’ la tua, e viceversa.
Gli abbracci non erano una formalità, né una posa. Erano rispetto, riconoscenza, complicità. Cose che non avevano bisogno di essere ostentate.
Questa è solo una parte infinitesimale di un mondo che, lentamente, sta scomparendo. E forse il punto non è nemmeno la moto. Forse il punto è che si stanno perdendo certe persone, certi valori e quel modo genuino di stare insieme che oggi, diciamocelo senza ipocrisie, è diventato tremendamente raro.
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Palmambrogio
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Re: Pianeta Custom..

Messaggio da Palmambrogio »

Massimo ha scritto: ieri, 10:06 Leggendovi, mi pare di capire che per molti di voi il “pianeta custom”, o meglio ancora l’ambiente biker, oggi si basi in buona parte sul nulla. Pacche sulle spalle, strette di mano, sorrisi di circostanza e rapporti spesso più di facciata che di sostanza.
Ma ne siete davvero così sicuri?
Chi ha la mia età, o anche qualcosa in più, sa benissimo che non è sempre stato così. È esistito, e forse per qualcuno esiste ancora, un senso di appartenenza che andava ben oltre la motocicletta. Un qualcosa che non aveva bisogno di essere spiegato, perché lo vivevi e basta. Faceva parte di uno stile di vita, prima ancora che di una passione.
Certo, c’era chi queste cose riusciva a coglierle davvero e chi no. Ma una volta si dava molto più valore a certi aspetti umani. Il senso di comunità nasceva dal condividere momenti, problemi, esperienze vere, e non necessariamente dal marchio stampato sul serbatoio o dalla toppa cucita sulla schiena.
Avete citato i raduni, ma forse vi siete dimenticati cosa rappresentavano davvero e cosa potevano diventare.
Mi rivolgo ai “vecchi” come me, a quelli che c’erano e ricordano bene cosa fosse anche il più semplice dei raduni.
Una tenda rotta riparata da uno che fino a dieci minuti prima nemmeno conoscevi e che poi, davanti a una birra serale, diventava qualcuno da salutare con piacere e sincero rispetto ogni volta che lo ritrovavi nella tenda accanto.
Un problema alla moto e c’era sempre qualcuno disposto a fermarsi, sporcarsi le mani e aiutarti a rimetterti in strada. La pioggia presa insieme per spingere la moto di uno sconosciuto che, poche ore dopo, tanto sconosciuto non era più.
Quante belle amicizie ho visto nascere da momenti così.
E poi il far tardi, le notti lunghe, l’alba davanti a un fuoco, a raccontarsi storie senza paura di essere giudicati. Perché in fondo la mia storia diventava anche un po’ la tua, e viceversa.
Gli abbracci non erano una formalità, né una posa. Erano rispetto, riconoscenza, complicità. Cose che non avevano bisogno di essere ostentate.
Questa è solo una parte infinitesimale di un mondo che, lentamente, sta scomparendo. E forse il punto non è nemmeno la moto. Forse il punto è che si stanno perdendo certe persone, certi valori e quel modo genuino di stare insieme che oggi, diciamocelo senza ipocrisie, è diventato tremendamente raro.




Perbacco mio caro Massimo è un piacere rileggerti e spero che ci terrai compagnia più spesso.
Manca la tua presenza qui dentro.

Hai perfettamente ragione. Non vi è alcun dubbio, che le nostre disamine siano deviate da un argomento focalizzandosi su un altro.
Perché in effetti qui l'argomento è il pianeta custom e non Il pianeta delle motociclette Harley Davidson o degli arleisti.
E benché tutto questo, faccia parte del mondo delle motociclette custom, i cosiddetti arleisti agli albori non c'erano perché non c'erano proprio le motociclette a cui "aggrapparsi".
Ebbene da vecchio bacucco prontamente rispondo alla chiamata, e non posso che confermare e sottoscrivere ciò che l'amico Massimo con garbo nostalgico, ha descritto con grande dovizia.
Quei bei vecchi raduni di un volta, i primi raduni.
Ricordo che tra il 1972 e il 1974, andai con degli amici, tutti poco più o poco meno che ventenni, a svariati raduni che proprio raduni come li intendiamo oggi non erano.
Perlopiù erano incontri organizzati dal club motociclistico di zona (che si contavano su una sola mano), dove c'erano svariate tipologie di motociclette ma non le motociclette custom che pensiamo noi oggi.
C'erano soprattutto tante Moto Guzzi.
Perché il guzzista all'epoca era un motociclista ammirato da noi giovani e le motociclette Guzzi stesse, erano per alcuni di noi fonte di ispirazione.
C'erano svariate Laverda e Benelli.
Le Ducati e tra loro spiccavano certamente quelli con la scrambler, la sola e unica a distinguersi tra i "tutapellati" onnipresenti.
Le Moto Morini e poi c'erano quelli che per noi avevano "la grana" e cioè quelli con le motociclette giapponesi di media cilindrata.
Honda e Kawasaki perlopiù.
Erano le motociclette che molti di noi avevano appese in ritaglio di giornale o di rivista nel proprio garage di casa, o in formato più grande sotto forma di poster in camera da letto.
I sogni di noi giovani di paese.
Ed è proprio qui che mi collego prontamente a ciò che l'amico Massimo ha scritto e descritto.
In quegli anni (metà anni 70 inizi anni 80), c'era una gran voglia di conoscere e di ampliare i propri orizzonti.
Si voleva uscire dal paese con la propria motocicletta e incominciare a conoscere un po' il mondo.
Non mi riferisco al mondo in senso più grande del termine con viaggi chissà dove, ma con la compagnia di amici e ripeto di amici, si sognava seduti su panchine o su muretti di piazzette anonime, di viaggi in motocicletta da realizzarsi in compagnia.
E la compagnia, il gruppetto chiamatelo come volete, era formato il più delle volte da compagni di scuola o vicini di casa.
Amici del paese vicino con cui ci si aggregava e poi tutti insieme si organizzava queste uscite o brevi scorribande.
Ma il comune denominatore tra tutto questo, era la grande amicizia che c'era tra di noi.
Perché c'era chi una motocicletta non l'aveva e magari possedeva un motorino sgangherato impossibilitato a stare al passo..
E allora a turno lo si portava dietro, perché nessuno doveva restare da solo o isolato.
Noi ragionavamo in questa maniera e ne vado fiero.
Ai raduni o incontri che fossero, si incontrava sempre nuova gente con la nostra stessa passione.
Ragazzi che arrivavano da altre regioni d'Italia e in tenda se ci stavamo in due c'era posto anche per un terzo e così via.
Non ci importava nulla di che motocicletta uno guidava.
Semmai, provavamo ammirazione e a volte anche un pizzico di sana invidia in quelli più grandi di noi che arrivavano con motociclette a noi economicamente precluse.
Ma da loro, imparavamo molte cose.
Perché i vecchi motociclisti di allora, avevano la saggezza di chi aveva calcato strade oggi impensabili.
Gente che veniva giù dai monti nel più stretto senso del termine, affrontando strade un tempo molto pericolose per un motociclista.
E noi che lo sapevamo eravamo affascinati.
C'era sempre quello un po' strano... Quello un po' fuori dalle righe.
Ma era il suo bello.
E ci si aiutava, ma ci si aiutava sul serio e non tanto per dirlo.
Personalmente, con il vecchio Morini 350, una volta che decise di rognare più del solito in località Borghetto Santo Spirito, in una estate calda di metà anni 70, fui prontamente aiutato da una comitiva di amici del luogo.
Che portata la motocicletta in un garage privato lì vicino, si diedero il cambio a smontare e pulire i carburatori per permettermi di ripartire.
Non conoscevo questi ragazzi, perché erano amici di amici del luogo.
Ma come già è stato scritto, questi sconosciuti diventarono amici che poi ho frequentato negli anni a venire costantemente.
Con alcuni di loro sono ancora in contatto pensate un po'.
Ed è proprio vero che le strette di mano e gli abbracci una volta avevano un senso che oggi purtroppo pare si sia perso....
Noi questi sentimenti li sentivamo davvero perché partivano da dentro.
La motocicletta era solo un mezzo, un mezzo per trasportarci da una parte all'altra.
E seppure importante non contava quanto contava quel senso di coesione e di partecipazione.
Alla fine lo scopo non era il viaggio in sé ma era vivere un'avventura tutti insieme e condividerla con altre persone.
E quando si arrivava a destinazione si incontravano nuove persone che poi diventavano nuove amicizie.
Ovviamente c'era anche l'individualità motociclistica e cioè, il viaggiare da soli quando non si era insieme alla compagnia e questo era del tutto normale.
E viaggiare da soli per andare ad un ritrovo o ad un raduno significava poi alla fine comunque e sempre incontrarsi con altre persone.
Se oggi tutto è cambiato non lo so perché non frequento ormai da molto tempo più nulla.
Ma credo che di base, la sostanza sia rimasta la medesima.
Saranno cambiate molte cose e probabilmente la centralità di tutto questo non è più quella coesione così stretta che era così importante un tempo.
Ma vedo e sento persone attempate come il sottoscritto che ancora partecipano a motoraduni di una certa importanza e persone che portano avanti questa cosiddetta bandiera ce ne sono ancora.
Non saranno giovani, ma possono insegnare ai giovani molte cose.
Il paradiso può attendere! :saggio: :ciapet2:
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Re: Pianeta Custom..

Messaggio da Boss Hogg »

Forse c’era anche un entusiasmo diverso. Erano anni in cui tante esperienze erano ancora nuove, genuine, da costruire insieme. Oggi invece viviamo in un mondo dove si è visto tutto, fatto tutto, fotografato tutto. La novità dura poco e spesso si tende a vivere tutto in maniera più individuale, quasi più protetta.
Poi, inutile nasconderlo, secondo me anche gli ultimi anni hanno cambiato parecchio le persone. Dopo la pandemia vedo più diffidenza un po’ ovunque, meno spontaneità nei rapporti, quasi una fatica maggiore a lasciarsi andare e creare legami autentici. Non vale solo nel mondo biker, purtroppo.
Detto questo, penso anche che quello spirito non sia sparito del tutto. È più raro, questo sì, forse più nascosto, e dipende tantissimo dalle persone, dal loro carattere e da quanto vivono davvero questa passione. C’è ancora chi la moto la usa come occasione per condividere qualcosa di vero e non solo per fare presenza.
Forse oggi bisogna cercarselo di più quel clima, mentre una volta sembrava nascere quasi da solo. Ed è probabilmente questo che manca davvero a molti di noi.
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Re: Pianeta Custom..

Messaggio da Bob107 »

Boss Hogg ha scritto: oggi, 11:56 Forse c’era anche un entusiasmo diverso. Erano anni in cui tante esperienze erano ancora nuove, genuine, da costruire insieme. Oggi invece viviamo in un mondo dove si è visto tutto, fatto tutto, fotografato tutto. La novità dura poco e spesso si tende a vivere tutto in maniera più individuale, quasi più protetta.
Poi, inutile nasconderlo, secondo me anche gli ultimi anni hanno cambiato parecchio le persone. Dopo la pandemia vedo più diffidenza un po’ ovunque, meno spontaneità nei rapporti, quasi una fatica maggiore a lasciarsi andare e creare legami autentici. Non vale solo nel mondo biker, purtroppo.
Detto questo, penso anche che quello spirito non sia sparito del tutto. È più raro, questo sì, forse più nascosto, e dipende tantissimo dalle persone, dal loro carattere e da quanto vivono davvero questa passione. C’è ancora chi la moto la usa come occasione per condividere qualcosa di vero e non solo per fare presenza.
Forse oggi bisogna cercarselo di più quel clima, mentre una volta sembrava nascere quasi da solo. Ed è probabilmente questo che manca davvero a molti di noi.


Concordo!
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