Pianeta Custom..

Discussioni generali intorno alle moto e i biker, discorsi da bar...
Conte Jägermeister
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Re: Pianeta Custom..

Messaggio da Conte Jägermeister »

Balengo ha scritto: 04/05/2026, 15:27
Sedicesima Grifo ha scritto: 04/05/2026, 14:11
Carbonkio ha scritto: 04/05/2026, 11:11 Per quanto mi riguarda vengono prima le persone poi le moto che guidano.
E' normale che approcciare chi ha il tuo stesso mezzo sia più facile, ma è altrettanto facile capire che con tanta gente, non vorresti condividere la stessa passione e neanche lo stesso pianeta!!! :furbo:
Quoto e straquoto.

Prima si è amici e, se poi si condivide un interesse, è bellissimo trovarsi e organizzarsi.
Non basta certo avere una moto per essere belle persone né, tantomeno, avere una Harley.
Chiaramente due chiacchiere tra motociclisti scappano sempre ma non bastano a renderci "fratelli". E neppure cugini.

Sono assolutamente d'accordo.
Chi pensa che avere un Harley renda istantaneamente amico di tutta la "tribù" di harleysti si sbaglia di grosso.
Questa è una modalità di pensiero che ho trovato spesso.
Ora ho un Harley e perciò ora sono "integrato e accettato".
È la cosa più sbagliata che ci possa essere.
Primo perché non si può essere amici di perfetti sconosciuti se non c'è lunga frequentazione che sfocia in amicizia.
Secondo, molti scambiano una certa gestualità "quelle pacche sulle spalle" o "strette di mano alla biker", per dimostrazione di "affetto" o "rispetto"...
Laddove in alcuni casi, queste dimostrazioni, sono falsa cortesia e nulla più...



L’idea che possedere una Harley ti integri automaticamente nella “tribù” e ti renda istantaneamente accettato (o addirittura “fratello”) è una delle illusioni più diffuse e dannose nel mondo harleysta. Si tratta di una mentalità superficiale che scambia un possesso materiale per un legame autentico.
La realtà è più semplice e più dura: l’amicizia e la fiducia si costruiscono nel tempo, attraverso frequentazione, valori condivisi e rispetto reciproco. Non nasce da una giacca, da una pacca sulla spalla o da una stretta di mano “da biker”. Spesso quelle gestualità sono solo forma, cortesia di facciata o, peggio, rituali tribali che servono più a marcare il territorio che a creare connessioni vere.
Questo approccio ha finito per creare un ambiente in cui l’apparenza conta più della sostanza, generando aspettative irrealistiche (come nel caso della persona che ha venduto la moto) e tante delusioni.
La passione per la Harley può essere profonda e sincera, ma quando diventa il biglietto d’ingresso per un presunto club esclusivo, perde gran parte del suo valore e diventa più un ostacolo che un ponte.
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Conte Jägermeister
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Re: Pianeta Custom..

Messaggio da Conte Jägermeister »

Il mondo Harley Davidson ha costruito negli anni un’immagine patinata che, col tempo, è diventata quasi caricaturale. Concessionarie trasformate in boutique lifestyle, dove compri più merchandising che moto. Rider che posano plasticamente sulla sella come su un set fotografico, giacche perfettamente coordinate, baffi e barba curati e look “outlaw” acquistato in pacchetto completo. Un’estetica da copertina di rivista di moda più che da strada vera. E intorno a questo un piccolo esercito di personaggi stucchevoli: quelli che ti squadrano dalla testa ai piedi per verificare se sei “abbastanza Harley”, quelli che scambiano una pacca sulla spalla per cameratismo profondo e chi tratta la proprietà della moto come un titolo nobiliare.
Questa deriva ha trasformato una parte consistente del mondo harleysta in una tribù snob e autoreferenziale. Un club esclusivo dove l’appartenenza si misura più dall’ortodossia estetica e dal portafoglio che dalla passione autentica per la guida o dalla capacità di sporcarsi le mani. Il risultato è tristemente prevedibile: tante delusioni, gente che si allontana amareggiata (come il ragazzo della giacca non originale) e un’immagine esterna che spesso appare ridicola più che ribelle.
Eppure c’è stato un tempo in cui tutto questo era diverso. Prima che diventasse un brand così pesante, Harley rappresentava davvero qualcosa di grezzo e genuino: la strada, la libertà di andare dove ti pare, la compagnia di gente che si riconosceva nelle difficoltà condivise, nelle riparazioni fatte in due sotto un ponte, nei raduni veri dove si dormiva in tenda e si parlava fino all’alba. C’era un romanticismo ruvido, una comunità imperfetta ma autentica, fatta di personaggi veri e non di influencer da raduno.
Oggi quel nucleo originario esiste ancora, ma è sommerso da uno strato spesso di posa, marketing e formalismo. La moto è diventata spesso un accessorio di status, un’estensione dell’ego più che uno strumento di libertà. E l’Italia, come al solito, ha preso questo modello e lo ha spinto oltre, rendendolo ancora più estremo e caricaturale.
Il paradosso è feroce: una marca che si vende come simbolo di ribellione e individualismo ha finito per creare uno dei club più conformisti e giudicanti del panorama motociclistico.
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Balengo
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Re: Pianeta Custom..

Messaggio da Balengo »

Conte Jägermeister ha scritto: 05/05/2026, 9:31
Balengo ha scritto: 04/05/2026, 15:27
Sedicesima Grifo ha scritto: 04/05/2026, 14:11

Quoto e straquoto.

Prima si è amici e, se poi si condivide un interesse, è bellissimo trovarsi e organizzarsi.
Non basta certo avere una moto per essere belle persone né, tantomeno, avere una Harley.
Chiaramente due chiacchiere tra motociclisti scappano sempre ma non bastano a renderci "fratelli". E neppure cugini.

Sono assolutamente d'accordo.
Chi pensa che avere un Harley renda istantaneamente amico di tutta la "tribù" di harleysti si sbaglia di grosso.
Questa è una modalità di pensiero che ho trovato spesso.
Ora ho un Harley e perciò ora sono "integrato e accettato".
È la cosa più sbagliata che ci possa essere.
Primo perché non si può essere amici di perfetti sconosciuti se non c'è lunga frequentazione che sfocia in amicizia.
Secondo, molti scambiano una certa gestualità "quelle pacche sulle spalle" o "strette di mano alla biker", per dimostrazione di "affetto" o "rispetto"...
Laddove in alcuni casi, queste dimostrazioni, sono falsa cortesia e nulla più...



L’idea che possedere una Harley ti integri automaticamente nella “tribù” e ti renda istantaneamente accettato (o addirittura “fratello”) è una delle illusioni più diffuse e dannose nel mondo harleysta. Si tratta di una mentalità superficiale che scambia un possesso materiale per un legame autentico.
La realtà è più semplice e più dura: l’amicizia e la fiducia si costruiscono nel tempo, attraverso frequentazione, valori condivisi e rispetto reciproco. Non nasce da una giacca, da una pacca sulla spalla o da una stretta di mano “da biker”. Spesso quelle gestualità sono solo forma, cortesia di facciata o, peggio, rituali tribali che servono più a marcare il territorio che a creare connessioni vere.
Questo approccio ha finito per creare un ambiente in cui l’apparenza conta più della sostanza, generando aspettative irrealistiche (come nel caso della persona che ha venduto la moto) e tante delusioni.
La passione per la Harley può essere profonda e sincera, ma quando diventa il biglietto d’ingresso per un presunto club esclusivo, perde gran parte del suo valore e diventa più un ostacolo che un ponte.



Tutto vero straquoto.
Ho testato personalmente l'esperienza della frequentazione di alcuni ambienti legati alle concessionarie e soprattutto agli HOG..
Non potevo trovare di peggio..
Sono veramente un "club esclusivo" ma di quelli della peggior specie.
La puzza sotto il naso che hanno quando ti guardano per la prima volta per me è stata emblematica..
Come si fa a parlare di amicizia in ambienti del genere?
Probabilmente l'unica amicizia che esiste lì dentro scorre sul binario dei soldi e la "piramide" parte da chi ne ha di più a scendere..
C'è una sensazione di finta coesione o appartenenza, dimostrata dal fatto che nessuno ti chiede il tuo numero di telefono per esempio.
Ti dicono di frequentare di andare lì qualche volta a fare qualche uscita, così loro hanno modo di vedere e conoscerti e tu conoscere loro per vedere se si va d'accordo e cose di questo genere.
Peccato che associarti a loro non è gratuito ma comporta un costo annuo.
E se io pago mi dispiace ma questa storia del "vediamo come sei e tu vedi come siamo noi" non esiste proprio.
Proprio perché pago, nessuno mi può dire che devo aspettare il "loro consenso"...
Preferisco di gran lunga un gruppo di persone che si ritrovano e fanno qualche uscita tranquilla.
Niente di speciale.
Avere tutti un Harley non è fondamentale però può esserlo per determinate uscite.
Mi è capitato qualche volta di fare un giro con delle persone che conosco che hanno moto varie, stradali enduro eccetera.
Se non si è più che coesi e ci si conosce da un po', è normale che poi, quello con la stradale voglia andare un po' di più idem quello con l'enduro.
Li capisco perfettamente.
Però così alla fine, si perde il gusto dell'uscita tutti insieme.
Ecco perché sarebbe meglio che tutti avessero un Harley.
Preferisco andare in giro tranquillo e rilassato con gente che condivide il mio stesso modo di guidare, che andare in giro a fare le corse a rincorrere gli altri..
Ma di questi tempi comunque è già difficile fare amicizia.
La gente è diventata molto diffidente e io lo noto in tante cose della quotidianità.
Per cui se una volta frequentare certi ambienti era già difficile figuriamoci adesso....
Adesso ti chiedono la patente di harleysta doc!
Boss Hogg
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Re: Pianeta Custom..

Messaggio da Boss Hogg »

Conte Jägermeister ha scritto: 05/05/2026, 9:35 Il mondo Harley Davidson ha costruito negli anni un’immagine patinata che, col tempo, è diventata quasi caricaturale. Concessionarie trasformate in boutique lifestyle, dove compri più merchandising che moto. Rider che posano plasticamente sulla sella come su un set fotografico, giacche perfettamente coordinate, baffi e barba curati e look “outlaw” acquistato in pacchetto completo. Un’estetica da copertina di rivista di moda più che da strada vera. E intorno a questo un piccolo esercito di personaggi stucchevoli: quelli che ti squadrano dalla testa ai piedi per verificare se sei “abbastanza Harley”, quelli che scambiano una pacca sulla spalla per cameratismo profondo e chi tratta la proprietà della moto come un titolo nobiliare.
Questa deriva ha trasformato una parte consistente del mondo harleysta in una tribù snob e autoreferenziale. Un club esclusivo dove l’appartenenza si misura più dall’ortodossia estetica e dal portafoglio che dalla passione autentica per la guida o dalla capacità di sporcarsi le mani. Il risultato è tristemente prevedibile: tante delusioni, gente che si allontana amareggiata (come il ragazzo della giacca non originale) e un’immagine esterna che spesso appare ridicola più che ribelle.
Eppure c’è stato un tempo in cui tutto questo era diverso. Prima che diventasse un brand così pesante, Harley rappresentava davvero qualcosa di grezzo e genuino: la strada, la libertà di andare dove ti pare, la compagnia di gente che si riconosceva nelle difficoltà condivise, nelle riparazioni fatte in due sotto un ponte, nei raduni veri dove si dormiva in tenda e si parlava fino all’alba. C’era un romanticismo ruvido, una comunità imperfetta ma autentica, fatta di personaggi veri e non di influencer da raduno.
Oggi quel nucleo originario esiste ancora, ma è sommerso da uno strato spesso di posa, marketing e formalismo. La moto è diventata spesso un accessorio di status, un’estensione dell’ego più che uno strumento di libertà. E l’Italia, come al solito, ha preso questo modello e lo ha spinto oltre, rendendolo ancora più estremo e caricaturale.
Il paradosso è feroce: una marca che si vende come simbolo di ribellione e individualismo ha finito per creare uno dei club più conformisti e giudicanti del panorama motociclistico.





Quello che descrivi non è una deriva marginale, è diventato il volto principale di una parte consistente del mondo Harley, soprattutto in certi contesti legati agli Hog. Non è solo marketing, è proprio un modello sociale costruito attorno alla moto, dove l’appartenenza conta più dell’esperienza reale.
Il problema vero non è l’estetica, ognuno si veste come vuole, ma il fatto che si sia creata una sorta di “codice non scritto” che finisce per escludere più che includere. Se non rientri in certi canoni, vieni guardato storto. E lì la moto passa in secondo piano, diventa quasi un pretesto.
Questa cosa, a lungo andare, svuota il significato originale. Perché se la libertà diventa uniforme, e l’individualismo diventa imitazione, allora si sta semplicemente giocando a un ruolo. Ed è qui che scatta quella sensazione di artificiale che molti percepiscono.
Il punto più critico, secondo me, è proprio questo: un ambiente che si racconta come aperto e ribelle, ma che in pratica tende a essere chiuso e abbastanza rigido nei comportamenti. Non sempre, ma abbastanza spesso da diventare riconoscibile.
Poi è chiaro, sotto quella superficie esiste ancora gente vera che la moto la vive senza teatro. Ma oggi è meno visibile, quasi coperta da una rappresentazione che, alla lunga, rischia di allontanare proprio chi cerca qualcosa di autentico.
Boss Hogg
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Re: Pianeta Custom..

Messaggio da Boss Hogg »

Balengo ha scritto: 05/05/2026, 12:05
Conte Jägermeister ha scritto: 05/05/2026, 9:31
Balengo ha scritto: 04/05/2026, 15:27


Sono assolutamente d'accordo.
Chi pensa che avere un Harley renda istantaneamente amico di tutta la "tribù" di harleysti si sbaglia di grosso.
Questa è una modalità di pensiero che ho trovato spesso.
Ora ho un Harley e perciò ora sono "integrato e accettato".
È la cosa più sbagliata che ci possa essere.
Primo perché non si può essere amici di perfetti sconosciuti se non c'è lunga frequentazione che sfocia in amicizia.
Secondo, molti scambiano una certa gestualità "quelle pacche sulle spalle" o "strette di mano alla biker", per dimostrazione di "affetto" o "rispetto"...
Laddove in alcuni casi, queste dimostrazioni, sono falsa cortesia e nulla più...



L’idea che possedere una Harley ti integri automaticamente nella “tribù” e ti renda istantaneamente accettato (o addirittura “fratello”) è una delle illusioni più diffuse e dannose nel mondo harleysta. Si tratta di una mentalità superficiale che scambia un possesso materiale per un legame autentico.
La realtà è più semplice e più dura: l’amicizia e la fiducia si costruiscono nel tempo, attraverso frequentazione, valori condivisi e rispetto reciproco. Non nasce da una giacca, da una pacca sulla spalla o da una stretta di mano “da biker”. Spesso quelle gestualità sono solo forma, cortesia di facciata o, peggio, rituali tribali che servono più a marcare il territorio che a creare connessioni vere.
Questo approccio ha finito per creare un ambiente in cui l’apparenza conta più della sostanza, generando aspettative irrealistiche (come nel caso della persona che ha venduto la moto) e tante delusioni.
La passione per la Harley può essere profonda e sincera, ma quando diventa il biglietto d’ingresso per un presunto club esclusivo, perde gran parte del suo valore e diventa più un ostacolo che un ponte.



Tutto vero straquoto.
Ho testato personalmente l'esperienza della frequentazione di alcuni ambienti legati alle concessionarie e soprattutto agli HOG..
Non potevo trovare di peggio..
Sono veramente un "club esclusivo" ma di quelli della peggior specie.
La puzza sotto il naso che hanno quando ti guardano per la prima volta per me è stata emblematica..
Come si fa a parlare di amicizia in ambienti del genere?
Probabilmente l'unica amicizia che esiste lì dentro scorre sul binario dei soldi e la "piramide" parte da chi ne ha di più a scendere..
C'è una sensazione di finta coesione o appartenenza, dimostrata dal fatto che nessuno ti chiede il tuo numero di telefono per esempio.
Ti dicono di frequentare di andare lì qualche volta a fare qualche uscita, così loro hanno modo di vedere e conoscerti e tu conoscere loro per vedere se si va d'accordo e cose di questo genere.
Peccato che associarti a loro non è gratuito ma comporta un costo annuo.
E se io pago mi dispiace ma questa storia del "vediamo come sei e tu vedi come siamo noi" non esiste proprio.
Proprio perché pago, nessuno mi può dire che devo aspettare il "loro consenso"...
Preferisco di gran lunga un gruppo di persone che si ritrovano e fanno qualche uscita tranquilla.
Niente di speciale.
Avere tutti un Harley non è fondamentale però può esserlo per determinate uscite.
Mi è capitato qualche volta di fare un giro con delle persone che conosco che hanno moto varie, stradali enduro eccetera.
Se non si è più che coesi e ci si conosce da un po', è normale che poi, quello con la stradale voglia andare un po' di più idem quello con l'enduro.
Li capisco perfettamente.
Però così alla fine, si perde il gusto dell'uscita tutti insieme.
Ecco perché sarebbe meglio che tutti avessero un Harley.
Preferisco andare in giro tranquillo e rilassato con gente che condivide il mio stesso modo di guidare, che andare in giro a fare le corse a rincorrere gli altri..
Ma di questi tempi comunque è già difficile fare amicizia.
La gente è diventata molto diffidente e io lo noto in tante cose della quotidianità.
Per cui se una volta frequentare certi ambienti era già difficile figuriamoci adesso....
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Il punto critico non è il costo d’ingresso, quello può anche avere senso per organizzazione e servizi. Il problema è quando al costo economico si aggiunge un filtro “sociale” implicito, quasi una selezione informale basata su immagine, atteggiamento o percezione. Lì si rompe qualcosa, perché si crea una contraddizione: paghi per entrare, ma non sei davvero dentro finché non vieni “validato”.
Quella sensazione che descrivi, distanza, diffidenza, formalità, non è amicizia, è dinamica di gruppo chiuso. E nei gruppi chiusi spesso l’appartenenza conta più della persona. È un meccanismo umano prima ancora che motociclistico, ma in questo contesto è amplificato dal fatto che tutto ruota attorno a un marchio e a un’identità molto definita.
Sul tema della coesione, hai centrato un punto interessante: andare in moto insieme non è solo condividere il mezzo, è condividere il ritmo. Da questo punto di vista, avere moto simili aiuta davvero, perché allinea aspettative e stile di guida. Però quella coesione dovrebbe nascere in modo naturale, non imposta o filtrata da un ambiente che decide chi è “dentro” e chi no.
La verità, detta in modo semplice, è che esistono due mondi paralleli. Uno più strutturato, formale, spesso rigido. E uno più spontaneo, fatto di piccoli gruppi, conoscenze reali, meno apparenza e più sostanza. Il secondo è meno visibile, ma spesso molto più vicino a quello che molti cercano davvero.
E sì, oggi fare amicizia è più difficile, ovunque. Ma proprio per questo, ambienti troppo costruiti rischiano di allontanare invece che avvicinare. Quando per sentirti parte devi prima dimostrare qualcosa, vuol dire che si è perso un pezzo importante per strada.
Boss Hogg
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Re: Pianeta Custom..

Messaggio da Boss Hogg »

In ultima analisi, quello che colpisce osservando certi ambienti, è proprio questa inversione. L’attenzione si sposta dall’esperienza alla percezione, dal viaggio allo sguardo degli altri, dalla strada al contesto. E a lungo andare questo svuota tutto, perché toglie spontaneità. E senza spontaneità, la moto perde una parte fondamentale del suo senso.
Poi è chiaro, ognuno vive questo mondo come vuole. C’è chi trova piacere anche in quella dimensione più costruita, e va bene così. Ma se devo dire la mia, la parte più autentica resta sempre quella più semplice e meno visibile. Quella in cui non devi dimostrare niente a nessuno.
Perché alla fine, tolto tutto il resto, marchi, gruppi, estetiche, appartenenze, rimane una cosa sola: il rapporto tra te e la moto. Ed è un rapporto profondamente personale, quasi intimo. È lì che nasce tutto. È lì che senti se una moto ti parla oppure no.
Se quella connessione c’è, il resto diventa davvero secondario. Può esserci o non esserci, può piacere o infastidire, ma non cambia la sostanza. Se invece quella connessione manca, allora puoi anche avere tutto il contorno perfetto, ma resterà sempre qualcosa di vuoto.
Per questo, al di là di tutto, la cosa più importante è non perdere di vista il motivo per cui si è saliti su una moto la prima volta. Non per essere visti, non per appartenere, ma per sentire qualcosa.
E quella sensazione, se è vera, non ha bisogno di nessun pubblico.
Carbonkio
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Re: Pianeta Custom..

Messaggio da Carbonkio »

Boss Hogg ha scritto: 06/05/2026, 10:05
E quella sensazione, se è vera, non ha bisogno di nessun pubblico.
Sono io il pubblico di me stesso!!!

Voglio rendervi partecipi di una forte emozione provata domenica mattina.
Pedalavo in compagnia di amici sulla complanare della SS 131, quando sento in lontananza il suono di moto in avvicinamento. Era un gruppo di sole donne che si recava ad un incontro organizzato in una località sul mare. Fra quei diversi suoni ho riconosciuto chiaramente il borbottio dello sportsterino di mia moglie.
Ho atteso giusto qualche secondo per vederla passare a qualche metro da me e ho sorriso pensando che anche lei stesse sorridendo dentro al casco, felice, dopo un periodo buio che speriamo, sia stato definitivamente gettato alle spalle.
Balengo
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Re: Pianeta Custom..

Messaggio da Balengo »

Carbonkio ha scritto: 06/05/2026, 10:50
Boss Hogg ha scritto: 06/05/2026, 10:05
E quella sensazione, se è vera, non ha bisogno di nessun pubblico.
Sono io il pubblico di me stesso!!!

Voglio rendervi partecipi di una forte emozione provata domenica mattina.
Pedalavo in compagnia di amici sulla complanare della SS 131, quando sento in lontananza il suono di moto in avvicinamento. Era un gruppo di sole donne che si recava ad un incontro organizzato in una località sul mare. Fra quei diversi suoni ho riconosciuto chiaramente il borbottio dello sportsterino di mia moglie.
Ho atteso giusto qualche secondo per vederla passare a qualche metro da me e ho sorriso pensando che anche lei stesse sorridendo dentro al casco, felice, dopo un periodo buio che speriamo, sia stato definitivamente gettato alle spalle.


Molto bello questo momento e grazie per averlo condiviso. :ok:
Quando scrivi (periodo di buio) ti capisco anche se non so di cosa si tratti, ma uscendo anch'io da un periodo chiamiamolo così, posso capire perfettamente come ci si sente.
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Re: Pianeta Custom..

Messaggio da Balengo »

Boss Hogg ha scritto: 06/05/2026, 10:05 In ultima analisi, quello che colpisce osservando certi ambienti, è proprio questa inversione. L’attenzione si sposta dall’esperienza alla percezione, dal viaggio allo sguardo degli altri, dalla strada al contesto. E a lungo andare questo svuota tutto, perché toglie spontaneità. E senza spontaneità, la moto perde una parte fondamentale del suo senso.
Poi è chiaro, ognuno vive questo mondo come vuole. C’è chi trova piacere anche in quella dimensione più costruita, e va bene così. Ma se devo dire la mia, la parte più autentica resta sempre quella più semplice e meno visibile. Quella in cui non devi dimostrare niente a nessuno.
Perché alla fine, tolto tutto il resto, marchi, gruppi, estetiche, appartenenze, rimane una cosa sola: il rapporto tra te e la moto. Ed è un rapporto profondamente personale, quasi intimo. È lì che nasce tutto. È lì che senti se una moto ti parla oppure no.
Se quella connessione c’è, il resto diventa davvero secondario. Può esserci o non esserci, può piacere o infastidire, ma non cambia la sostanza. Se invece quella connessione manca, allora puoi anche avere tutto il contorno perfetto, ma resterà sempre qualcosa di vuoto.
Per questo, al di là di tutto, la cosa più importante è non perdere di vista il motivo per cui si è saliti su una moto la prima volta. Non per essere visti, non per appartenere, ma per sentire qualcosa.
E quella sensazione, se è vera, non ha bisogno di nessun pubblico.


Più che giusto. :ok: :ok:
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Re: Pianeta Custom..

Messaggio da Palmambrogio »

Carbonkio ha scritto: 06/05/2026, 10:50
Boss Hogg ha scritto: 06/05/2026, 10:05
E quella sensazione, se è vera, non ha bisogno di nessun pubblico.
Sono io il pubblico di me stesso!!!

Voglio rendervi partecipi di una forte emozione provata domenica mattina.
Pedalavo in compagnia di amici sulla complanare della SS 131, quando sento in lontananza il suono di moto in avvicinamento. Era un gruppo di sole donne che si recava ad un incontro organizzato in una località sul mare. Fra quei diversi suoni ho riconosciuto chiaramente il borbottio dello sportsterino di mia moglie.
Ho atteso giusto qualche secondo per vederla passare a qualche metro da me e ho sorriso pensando che anche lei stesse sorridendo dentro al casco, felice, dopo un periodo buio che speriamo, sia stato definitivamente gettato alle spalle.


Eh perbacco mio caro Carbonchio, questo bellissimo momento di condivisione e felicità, lo applaudo con sincera gioia :hola:
Mi accodo all'amico Balengo per quanto riguarda i periodi bui e aggiungo, che dopo periodi del genere, quasi sempre esce un gran sole ad illuminare il tutto. :ok:
Il paradiso può attendere! :saggio: :ciapet2:
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