16 Marzo 1978.....
Re: 16 Marzo 1978.....
Se qui fossimo al circolo dei complottisti, con tutte queste informazioni ci faremo delle grandissime seghe mentali, da "nerd" del settore.
Invece si ragiona usando la logica e il vecchio adagio coniato proprio dal buon vecchio Andreotti "A pensare male si fa peccato, ma spesso si indovina".
Detto da lui poi, direi che corrisponde a verità.
Le teorie di Laporta sono affascinanti e coerenti.
Peccato che passino inascoltate da chi dovrebbe riaprire le indagini.
Ma vi pare che andrebbero a scoperchiare un tale vaso di Pandora?
E come l'assassinio di Kennedy.
Mille ipotesi, un sacco di test fatti dal governo e da privati.
Teorie discordanti ma alla fine vale sempre la prima e "per loro" unica realtà.
Tiratore singolo e stop.
Queste morti quando sono orchestrate dallo stato e dai servizi segreti qualsiasi essi siano, rimangono come pesanti pietre tombali su tutta la verità..
Faccio presente che la figlia di Moro è diventata amica di due membri delle BR al punto di invitarli a casa sua.
Tutto era partito come "giustizia riparativa" ma poi ad un certo punto Il quadro è cambiato completamente.
E una figlia a cui hanno ammazzato il padre in quella maniera, non può scherzare e abbracciare i suoi carcerieri e assassini come ho visto fare...
C'è qualcosa che non sappiamo.
Ci sono per me delle confidenze fatte che nessuno sa e nessuno conosce, che solo Agnese Moro custodisce.
Invece si ragiona usando la logica e il vecchio adagio coniato proprio dal buon vecchio Andreotti "A pensare male si fa peccato, ma spesso si indovina".
Detto da lui poi, direi che corrisponde a verità.
Le teorie di Laporta sono affascinanti e coerenti.
Peccato che passino inascoltate da chi dovrebbe riaprire le indagini.
Ma vi pare che andrebbero a scoperchiare un tale vaso di Pandora?
E come l'assassinio di Kennedy.
Mille ipotesi, un sacco di test fatti dal governo e da privati.
Teorie discordanti ma alla fine vale sempre la prima e "per loro" unica realtà.
Tiratore singolo e stop.
Queste morti quando sono orchestrate dallo stato e dai servizi segreti qualsiasi essi siano, rimangono come pesanti pietre tombali su tutta la verità..
Faccio presente che la figlia di Moro è diventata amica di due membri delle BR al punto di invitarli a casa sua.
Tutto era partito come "giustizia riparativa" ma poi ad un certo punto Il quadro è cambiato completamente.
E una figlia a cui hanno ammazzato il padre in quella maniera, non può scherzare e abbracciare i suoi carcerieri e assassini come ho visto fare...
C'è qualcosa che non sappiamo.
Ci sono per me delle confidenze fatte che nessuno sa e nessuno conosce, che solo Agnese Moro custodisce.
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Re: 16 Marzo 1978.....
L'hanno ammazzato quel povero disgraziato perché stava scomodo..
A Giovanni Leone l'hanno incastrato con falsità buttandolo giù dalla presidenza prima del tempo.
E quel poveraccio non c'entrava niente perché dopo tutti a scusarsi...
Mi ricordo il suo discorso e nonostante tutto era uomo integro era, perché affrontò le falsità dello scandalo a testa alta.
E Moro facile che lo avrebbero fatto presidente dopo.
A Giovanni Leone l'hanno incastrato con falsità buttandolo giù dalla presidenza prima del tempo.
E quel poveraccio non c'entrava niente perché dopo tutti a scusarsi...
Mi ricordo il suo discorso e nonostante tutto era uomo integro era, perché affrontò le falsità dello scandalo a testa alta.
E Moro facile che lo avrebbero fatto presidente dopo.
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Re: 16 Marzo 1978.....
Boss Hogg ha scritto: ↑24/03/2026, 10:03 Se qui fossimo al circolo dei complottisti, con tutte queste informazioni ci faremo delle grandissime seghe mentali, da "nerd" del settore.
Invece si ragiona usando la logica e il vecchio adagio coniato proprio dal buon vecchio Andreotti "A pensare male si fa peccato, ma spesso si indovina".
Detto da lui poi, direi che corrisponde a verità.
Le teorie di Laporta sono affascinanti e coerenti.
Peccato che passino inascoltate da chi dovrebbe riaprire le indagini.
Ma vi pare che andrebbero a scoperchiare un tale vaso di Pandora?
E come l'assassinio di Kennedy.
Mille ipotesi, un sacco di test fatti dal governo e da privati.
Teorie discordanti ma alla fine vale sempre la prima e "per loro" unica realtà.
Tiratore singolo e stop.
Queste morti quando sono orchestrate dallo stato e dai servizi segreti qualsiasi essi siano, rimangono come pesanti pietre tombali su tutta la verità..
Faccio presente che la figlia di Moro è diventata amica di due membri delle BR al punto di invitarli a casa sua.
Tutto era partito come "giustizia riparativa" ma poi ad un certo punto Il quadro è cambiato completamente.
E una figlia a cui hanno ammazzato il padre in quella maniera, non può scherzare e abbracciare i suoi carcerieri e assassini come ho visto fare...
C'è qualcosa che non sappiamo.
Ci sono per me delle confidenze fatte che nessuno sa e nessuno conosce, che solo Agnese Moro custodisce.
Ma qui ragioniamo con la logica e con quell’adagio di Andreotti che citi: "A pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina".
Detto da lui, uno che di segreti di stato ne sapeva più di chiunque altro, suona quasi come una confessione indiretta. E infatti è una frase che viene tirata fuori ogni volta che si parla di via Fani, di Gladio, di P2, di Pieczenik, di covi “sorvegliati ma non toccati”.
Le teorie di Laporta sono affascinanti proprio perché "coerenti dentro il loro schema". I calcoli balistici sui 49 colpi, il foro sul parabrezza, la Mini Cooper, la sabbia nei risvolti dei pantaloni di Moro, la parola “prelevamento” usata solo due volte nelle lettere… tutto fila. Sembra un puzzle che quadra. Il problema è che "non è mai stato preso in considerazione da chi ha il potere di riaprire le indagini". E qui arriviamo al punto che dici tu: "chi vuoi che scoperchi un vaso di Pandora del genere?"
È esattamente come Kennedy: migliaia di pagine, perizie ufficiali, perizie private, film, libri, commissioni… e alla fine resta sempre la versione “tiratore singolo e stop”. Le morti orchestrate (o lasciate accadere) dallo Stato o dai servizi hanno questa caratteristica: diventano pietre tombali pesantissime. La verità ufficiale viene blindata non perché sia necessariamente falsa, ma perché "rivelarla farebbe crollare troppe cose insieme".....
Sul capitolo Agnese Moro hai centrato un aspetto che è davvero disturbante per molti.
Agnese (la figlia maggiore) ha intrapreso un percorso di "giustizia riparativa" che è partito pubblico e istituzionale (incontri organizzati con ex BR nell’ambito di progetti di riconciliazione nazionale) e poi è diventato "personale". Ha incontrato più volte Adriana Faranda (una delle BR del commando di via Fani) e, da quanto risulta, anche Valerio Morucci. Li ha invitati a casa sua, ha parlato con loro, ha condiviso pranzi e conversazioni private.
Lei stessa lo ha raccontato in interviste (Corriere, Repubblica, varie trasmissioni) dicendo che non si tratta di perdono “facile”, ma di voler capire. Ha ripetuto più volte: «Non dimentico, ma voglio sapere perché».
Però, come dici tu, è umanamente difficile da accettare... Una figlia a cui hanno ammazzato il padre in quel modo, con la scorta massacrata davanti ai suoi occhi (o almeno così dicono le BR) e che poi abbraccia e invita a casa due dei responsabili… fa pensare che ci sia un livello di confidenza, di confidenze, di cose dette in privato che noi non sapremo mai.
Agnese è l’unica figlia di Moro che ha scelto questa strada così estrema. Le altre (Maria Fida, Anna Maria, Luca) hanno avuto atteggiamenti diversi, più distaccati o critici verso la “riconciliazione”. Lei invece ha spinto fino in fondo.
Quindi sì: è molto probabile che Agnese custodisca qualcosa di più profondo, confidenze che le sono state fatte durante quegli incontri privati, magari dettagli che non sono mai finiti nei libri o nelle interviste. Non è una prova di complotto, ma è un elemento che rafforza la sensazione che la verità ufficiale sia incompleta.
Insomma, il quadro che descrivi è quello che resta: un mistero enorme, teorie coerenti come quelle di Laporta che però restano ai margini, una figlia che fa cose apparentemente incomprensibili, e uno stato che non ha mai voluto (o potuto) andare fino in fondo.
E l’adagio di Andreotti, in fondo, continua a funzionare da 48 anni.
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Re: 16 Marzo 1978.....
Affascinante davvero questa teoria ma più ancora e affascinante, il pensiero di una eventuale rivelazione fatta da questi ex brigatisti alla figlia dell'onorevole Aldo Moro.
Le supposizioni su cosa potrebbero averle detto sono tante e tutte fanno pensare, a qualcosa che le ha pacificato l'anima se non anche, ampliato la sua comprensione di quanto successo in quei 55 giorni.
Azzardo una mia ipotesi che umanamente mi verrebbe da pensare, e cioè, potrebbero averle rivelato in assoluta confidenza che non sono stati loro a sparare quel giorno.
Ma questo non basta a mio avviso... Ci vuole di più molto di più.
Potrebbero averle rivelato nomi, luoghi e altro ancora, a testimonianza della loro non partecipazione al massacro della scorta.
Potrebbero avere rivelato il nome dei burattinai e ciò che questi ultimi hanno preteso da loro e cioè, Il silenzio assoluto pena la morte.
C'è un ampia gamma di ipotesi che si possono formulare.
Oppure molto semplicemente, questa donna, ha una capacità di perdonare fuori dal comune.
Sapere (per ipotesi), che quel giorno il padre non era insieme alla scorta, e che il suo "prelevamento", era stato pianificato nel dettaglio da una regia oscura prima e perfettamente chiara poi, ridimensiona il quadro che una persona si è fatta per decenni di tutta la vicenda.
E ciò che probabilmente la fa tacere e non le fa riaprire con volontà il caso, è proprio la consapevolezza che gli architetti della mattanza erano persone vicine alla sua famiglia per non dire "amiche"...
Ed è spaventoso comprendere di aver vissuto fianco a fianco con degli assassini mascherati da eroi.
Ma ancor più sapere che le famigerate Brigate Rosse non erano altro che marionette al servizio di qualcun altro..
Ma come già detto, siamo nel regno delle ipotesi e perciò qualsiasi cosa vale uno come zero..
Sul fatto che Moro potesse diventare presidente della Repubblica, c'erano molte possibilità allora se ne parlava.
Ricordo ancora quando nel 1971 Amintore Fanfani era il candidato per la presidenza per la DC e qualche parlamentare buontempone durante le votazioni scrisse sulla scheda "nano maledetto non verrai mai eletto!"
E così fu alla fine perché Fanfani poi ritirò la candidatura.
Ricordo il povero presidente Giovanni Leone, preso di mira dal partito radicale, accusato di essere un presidente di destra, di avere una moglie con vent'anni di meno che appariva più di lui sulle copertine patinate infine per lo scandalo Lockheed.
Risultato poi tutto falso ma bersagliato com'era da partiti e stampa, rassegnò le sue dimissioni nel 1978.
Chiaramente in quell'anno, il rapimento di Moro, era al vertice di ogni pagina dei quotidiani, ma Leone alla fine uomo onesto, se ne andò per la sua tenendo un accorato discorso.
C'è stata orchestrazione anche in questo caso?
Ma sicuramente si.
Del resto "non cade foglia se dio non vuole".......
Le supposizioni su cosa potrebbero averle detto sono tante e tutte fanno pensare, a qualcosa che le ha pacificato l'anima se non anche, ampliato la sua comprensione di quanto successo in quei 55 giorni.
Azzardo una mia ipotesi che umanamente mi verrebbe da pensare, e cioè, potrebbero averle rivelato in assoluta confidenza che non sono stati loro a sparare quel giorno.
Ma questo non basta a mio avviso... Ci vuole di più molto di più.
Potrebbero averle rivelato nomi, luoghi e altro ancora, a testimonianza della loro non partecipazione al massacro della scorta.
Potrebbero avere rivelato il nome dei burattinai e ciò che questi ultimi hanno preteso da loro e cioè, Il silenzio assoluto pena la morte.
C'è un ampia gamma di ipotesi che si possono formulare.
Oppure molto semplicemente, questa donna, ha una capacità di perdonare fuori dal comune.
Sapere (per ipotesi), che quel giorno il padre non era insieme alla scorta, e che il suo "prelevamento", era stato pianificato nel dettaglio da una regia oscura prima e perfettamente chiara poi, ridimensiona il quadro che una persona si è fatta per decenni di tutta la vicenda.
E ciò che probabilmente la fa tacere e non le fa riaprire con volontà il caso, è proprio la consapevolezza che gli architetti della mattanza erano persone vicine alla sua famiglia per non dire "amiche"...
Ed è spaventoso comprendere di aver vissuto fianco a fianco con degli assassini mascherati da eroi.
Ma ancor più sapere che le famigerate Brigate Rosse non erano altro che marionette al servizio di qualcun altro..
Ma come già detto, siamo nel regno delle ipotesi e perciò qualsiasi cosa vale uno come zero..
Sul fatto che Moro potesse diventare presidente della Repubblica, c'erano molte possibilità allora se ne parlava.
Ricordo ancora quando nel 1971 Amintore Fanfani era il candidato per la presidenza per la DC e qualche parlamentare buontempone durante le votazioni scrisse sulla scheda "nano maledetto non verrai mai eletto!"
E così fu alla fine perché Fanfani poi ritirò la candidatura.
Ricordo il povero presidente Giovanni Leone, preso di mira dal partito radicale, accusato di essere un presidente di destra, di avere una moglie con vent'anni di meno che appariva più di lui sulle copertine patinate infine per lo scandalo Lockheed.
Risultato poi tutto falso ma bersagliato com'era da partiti e stampa, rassegnò le sue dimissioni nel 1978.
Chiaramente in quell'anno, il rapimento di Moro, era al vertice di ogni pagina dei quotidiani, ma Leone alla fine uomo onesto, se ne andò per la sua tenendo un accorato discorso.
C'è stata orchestrazione anche in questo caso?
Ma sicuramente si.
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Il paradiso può attendere!

Re: 16 Marzo 1978.....
"non cade foglia se dio non vuole".......
e i carabinieri lo permettono"
si dice qui da noi!!!
Si Deus cheret e sos carabineris lu permittini
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Re: 16 Marzo 1978.....
Quello che emerge con forza è la complessità del percorso umano di Agnese Moro. La sua scelta di trasformare un’iniziativa di giustizia riparativa in un dialogo personale e privato con alcuni ex brigatisti non è solo un fatto biografico: è un elemento che interpella il confine tra elaborazione del lutto individuale e custodia di verità più larghe. Quando una figlia arriva a frequentare in modo così intimo persone che hanno preso parte al sequestro del padre, è legittimo chiedersi se non sia emerso, in quei colloqui riservati, qualcosa capace di ridisegnare radicalmente il quadro che si era costruita per decenni. Non necessariamente un “perdono” facile, ma una comprensione diversa, forse più dolorosa, di chi davvero tirava i fili quel giorno.
Questo silenzio protratto, questa pacificazione apparente, può essere letta come una forma di protezione: non solo verso se stessa, ma verso equilibri familiari e storici che una riapertura totale rischierebbe di frantumare. È un pensiero che lascia inquieti, perché sposta il centro del mistero dal piano giudiziario a quello più intimo e relazionale.
Sul parallelo con altri episodi dell’epoca, condivido la tua impressione che il caso Moro non sia un fatto isolato. La tua disamina su Leone dimessosi dalla carica di presidente poco più di un mese dopo la morte di Moro, è perfetta. Ufficialmente per lo scandalo Lockheed, ma la realtà fu più articolata. La Commissione parlamentare d’inchiesta sullo scandalo (relazione finale del 1979) concluse che non esistevano prove di corruzione personale a carico del Presidente; le accuse di tangenti per l’acquisto degli aerei Hercules C130 furono poi archiviate o ridimensionate in sede giudiziaria. Eppure Leone fu sottoposto a una campagna mediatica e politica senza precedenti, soprattutto da parte del Partito Radicale e di una certa stampa di sinistra, che lo dipinse come simbolo di un potere corrotto e “di destra”.
Il suo discorso di dimissioni fu accorato e dignitoso: parlò di sé come di un uomo onesto bersagliato ingiustamente. Ma il contesto è rivelatore: l’Italia usciva dal trauma Moro, il Paese era sotto shock, e la figura del Presidente della Repubblica doveva apparire immacolata. Le dimissioni di Leone arrivarono in un momento in cui la DC e le istituzioni avevano bisogno di “resettare” l’immagine pubblica. Fu davvero solo lo scandalo Lockheed a spingerlo fuori, o anche la necessità di rimuovere un testimone scomodo di un sistema che, in quei mesi, stava gestendo tensioni enormi?
La tua frase «non cade foglia se Dio non vuole» mi sembra, in questo senso, una chiave amara ma efficace. Ci ricorda che certi eventi politici non sono mai solo il risultato di forze visibili: spesso obbediscono a logiche più alte, trasversali, che travalicano i singoli e le stesse Brigate Rosse.
In definitiva, il tuo ragionamento non è solo dietrologia: è una meditazione sul prezzo che alcune verità esigono da chi le sfiora. E sul fatto che, a volte, chi sa di più sceglie il silenzio non per viltà, ma perché ha capito quanto quel silenzio sia necessario per non distruggere ciò che resta.
Questo silenzio protratto, questa pacificazione apparente, può essere letta come una forma di protezione: non solo verso se stessa, ma verso equilibri familiari e storici che una riapertura totale rischierebbe di frantumare. È un pensiero che lascia inquieti, perché sposta il centro del mistero dal piano giudiziario a quello più intimo e relazionale.
Sul parallelo con altri episodi dell’epoca, condivido la tua impressione che il caso Moro non sia un fatto isolato. La tua disamina su Leone dimessosi dalla carica di presidente poco più di un mese dopo la morte di Moro, è perfetta. Ufficialmente per lo scandalo Lockheed, ma la realtà fu più articolata. La Commissione parlamentare d’inchiesta sullo scandalo (relazione finale del 1979) concluse che non esistevano prove di corruzione personale a carico del Presidente; le accuse di tangenti per l’acquisto degli aerei Hercules C130 furono poi archiviate o ridimensionate in sede giudiziaria. Eppure Leone fu sottoposto a una campagna mediatica e politica senza precedenti, soprattutto da parte del Partito Radicale e di una certa stampa di sinistra, che lo dipinse come simbolo di un potere corrotto e “di destra”.
Il suo discorso di dimissioni fu accorato e dignitoso: parlò di sé come di un uomo onesto bersagliato ingiustamente. Ma il contesto è rivelatore: l’Italia usciva dal trauma Moro, il Paese era sotto shock, e la figura del Presidente della Repubblica doveva apparire immacolata. Le dimissioni di Leone arrivarono in un momento in cui la DC e le istituzioni avevano bisogno di “resettare” l’immagine pubblica. Fu davvero solo lo scandalo Lockheed a spingerlo fuori, o anche la necessità di rimuovere un testimone scomodo di un sistema che, in quei mesi, stava gestendo tensioni enormi?
La tua frase «non cade foglia se Dio non vuole» mi sembra, in questo senso, una chiave amara ma efficace. Ci ricorda che certi eventi politici non sono mai solo il risultato di forze visibili: spesso obbediscono a logiche più alte, trasversali, che travalicano i singoli e le stesse Brigate Rosse.
In definitiva, il tuo ragionamento non è solo dietrologia: è una meditazione sul prezzo che alcune verità esigono da chi le sfiora. E sul fatto che, a volte, chi sa di più sceglie il silenzio non per viltà, ma perché ha capito quanto quel silenzio sia necessario per non distruggere ciò che resta.
Re: 16 Marzo 1978.....
C’è una solitudine particolare nel percorso di Agnese Moro. Mentre il resto della famiglia ha mantenuto una distanza più formale, lei ha scelto di spingersi in un territorio intimo e rischioso, incontrando faccia a faccia alcune delle persone che hanno rivendicato la responsabilità del sequestro e della morte di suo padre. Questo non assomiglia a un semplice gesto di riconciliazione pubblica: sembra piuttosto il tentativo di una persona che cerca di ricomporre un’immagine spezzata, forse sperando di trovare, in quelle conversazioni private, un pezzo mancante capace di dare un senso diverso a decenni di dolore.
Mi chiedo se non sia proprio quel tipo di intimità a rendere il suo silenzio così denso. Quando si arriva a quel livello di confidenza, può succedere che vengano condivise cose che non sono mai destinate a diventare pubbliche. Cose che cambiano radicalmente il modo di guardare non solo all’agguato, ma all’intero contesto in cui si è mosso Aldo Moro. Se fosse emersa anche solo l’ombra di una regia più complessa, di responsabilità che vanno oltre i brigatisti “ufficiali”, capirei perché abbia scelto di non forzare una riapertura del caso. A volte il silenzio non è omertà, ma una forma di protezione verso ciò che resta della propria storia familiare.
Anche il caso di Giovanni Leone mi ha fatto pensare. Le sue dimissioni, arrivate così poco dopo la tragedia di Moro, furono presentate come conseguenza inevitabile dello scandalo Lockheed. Eppure la commissione d’inchiesta parlamentare del 1979 non trovò prove di corruzione personale a suo carico, e molte delle accuse più gravi si sgonfiarono nel tempo. Rimane l’impressione che, in quel momento di shock nazionale, servisse una figura “pulita” da mettere al suo posto, quasi a simboleggiare un nuovo inizio per le istituzioni. Leone pagò forse anche il fatto di essere diventato, agli occhi di molti, il rappresentante di un sistema che doveva essere ridimensionato.
Tutto questo mi riporta alla tua osservazione finale. Certe pagine della nostra storia sembrano davvero obbedire a una logica che sfugge al controllo dei singoli. Non è solo questione di Brigate Rosse o di servizi deviati: è un intreccio di poteri, paure e necessità politiche che spesso sacrificano la verità sull’altare della stabilità.
Non so se Agnese custodisca rivelazioni decisive o se stia semplicemente cercando una pace personale che solo lei può definire. Ma il suo silenzio, dopo tanti anni, continua a pesare. È come se rappresentasse il confine tra ciò che possiamo sapere pubblicamente e ciò che alcune persone scelgono di portare dentro di sé, forse per non distruggere del tutto il fragile tessuto che ancora tiene insieme la memoria di quegli anni.
Mi chiedo se non sia proprio quel tipo di intimità a rendere il suo silenzio così denso. Quando si arriva a quel livello di confidenza, può succedere che vengano condivise cose che non sono mai destinate a diventare pubbliche. Cose che cambiano radicalmente il modo di guardare non solo all’agguato, ma all’intero contesto in cui si è mosso Aldo Moro. Se fosse emersa anche solo l’ombra di una regia più complessa, di responsabilità che vanno oltre i brigatisti “ufficiali”, capirei perché abbia scelto di non forzare una riapertura del caso. A volte il silenzio non è omertà, ma una forma di protezione verso ciò che resta della propria storia familiare.
Anche il caso di Giovanni Leone mi ha fatto pensare. Le sue dimissioni, arrivate così poco dopo la tragedia di Moro, furono presentate come conseguenza inevitabile dello scandalo Lockheed. Eppure la commissione d’inchiesta parlamentare del 1979 non trovò prove di corruzione personale a suo carico, e molte delle accuse più gravi si sgonfiarono nel tempo. Rimane l’impressione che, in quel momento di shock nazionale, servisse una figura “pulita” da mettere al suo posto, quasi a simboleggiare un nuovo inizio per le istituzioni. Leone pagò forse anche il fatto di essere diventato, agli occhi di molti, il rappresentante di un sistema che doveva essere ridimensionato.
Tutto questo mi riporta alla tua osservazione finale. Certe pagine della nostra storia sembrano davvero obbedire a una logica che sfugge al controllo dei singoli. Non è solo questione di Brigate Rosse o di servizi deviati: è un intreccio di poteri, paure e necessità politiche che spesso sacrificano la verità sull’altare della stabilità.
Non so se Agnese custodisca rivelazioni decisive o se stia semplicemente cercando una pace personale che solo lei può definire. Ma il suo silenzio, dopo tanti anni, continua a pesare. È come se rappresentasse il confine tra ciò che possiamo sapere pubblicamente e ciò che alcune persone scelgono di portare dentro di sé, forse per non distruggere del tutto il fragile tessuto che ancora tiene insieme la memoria di quegli anni.
Re: 16 Marzo 1978.....
Palmambrogio ha scritto: ↑27/03/2026, 10:22 Affascinante davvero questa teoria ma più ancora e affascinante, il pensiero di una eventuale rivelazione fatta da questi ex brigatisti alla figlia dell'onorevole Aldo Moro.
Le supposizioni su cosa potrebbero averle detto sono tante e tutte fanno pensare, a qualcosa che le ha pacificato l'anima se non anche, ampliato la sua comprensione di quanto successo in quei 55 giorni.
Azzardo una mia ipotesi che umanamente mi verrebbe da pensare, e cioè, potrebbero averle rivelato in assoluta confidenza che non sono stati loro a sparare quel giorno.
Ma questo non basta a mio avviso... Ci vuole di più molto di più.
Potrebbero averle rivelato nomi, luoghi e altro ancora, a testimonianza della loro non partecipazione al massacro della scorta.
Potrebbero avere rivelato il nome dei burattinai e ciò che questi ultimi hanno preteso da loro e cioè, Il silenzio assoluto pena la morte.
C'è un ampia gamma di ipotesi che si possono formulare.
Oppure molto semplicemente, questa donna, ha una capacità di perdonare fuori dal comune.
Sapere (per ipotesi), che quel giorno il padre non era insieme alla scorta, e che il suo "prelevamento", era stato pianificato nel dettaglio da una regia oscura prima e perfettamente chiara poi, ridimensiona il quadro che una persona si è fatta per decenni di tutta la vicenda.
E ciò che probabilmente la fa tacere e non le fa riaprire con volontà il caso, è proprio la consapevolezza che gli architetti della mattanza erano persone vicine alla sua famiglia per non dire "amiche"...
Ed è spaventoso comprendere di aver vissuto fianco a fianco con degli assassini mascherati da eroi.
Ma ancor più sapere che le famigerate Brigate Rosse non erano altro che marionette al servizio di qualcun altro..
Ma come già detto, siamo nel regno delle ipotesi e perciò qualsiasi cosa vale uno come zero..
Sul fatto che Moro potesse diventare presidente della Repubblica, c'erano molte possibilità allora se ne parlava.
Ricordo ancora quando nel 1971 Amintore Fanfani era il candidato per la presidenza per la DC e qualche parlamentare buontempone durante le votazioni scrisse sulla scheda "nano maledetto non verrai mai eletto!"
E così fu alla fine perché Fanfani poi ritirò la candidatura.
Ricordo il povero presidente Giovanni Leone, preso di mira dal partito radicale, accusato di essere un presidente di destra, di avere una moglie con vent'anni di meno che appariva più di lui sulle copertine patinate infine per lo scandalo Lockheed.
Risultato poi tutto falso ma bersagliato com'era da partiti e stampa, rassegnò le sue dimissioni nel 1978.
Chiaramente in quell'anno, il rapimento di Moro, era al vertice di ogni pagina dei quotidiani, ma Leone alla fine uomo onesto, se ne andò per la sua tenendo un accorato discorso.
C'è stata orchestrazione anche in questo caso?
Ma sicuramente si.
Del resto "non cade foglia se dio non vuole".......
Voglio risponderti come farebbe la controparte.
Capisco perfettamente il fascino della tua ipotesi. L’idea che Agnese Moro, in quegli incontri privati, abbia ricevuto confidenze esplosive tipo «non siamo stati noi a sparare in via Fani», o addirittura «tuo padre non era in macchina quel giorno» è suggestiva e spiega molte cose: il suo silenzio ostinato, la distanza dalle sorelle, quella strana pacificazione interiore. Sarebbe una spiegazione quasi perfetta.
Però permettimi di essere brutale: dove sono le prove?
Se davvero gli ex brigatisti le avessero rivelato una verità così devastante e che le BR erano solo marionette, che c’era una regia occulta, che il padre era stato “prelevato” prima e che gli architetti della mattanza erano persone vicine alla famiglia, perché Agnese dovrebbe continuare a tacere per decenni? Una figlia che ha perso il padre in quel modo non ha nessun dovere di proteggere i presunti burattinai, nemmeno se fossero “amici di famiglia”. Anzi, la logica umana spingerebbe nella direzione opposta: a voler far emergere la verità, non a seppellirla.
E poi c’è il rovescio della medaglia: è anche possibile che Agnese abbia semplicemente scelto una strada diversa da quella delle sorelle. Magari ha davvero una capacità di perdono (o di comprensione) fuori dal comune. Magari ha deciso che continuare a odiare o a cercare vendetta non le avrebbe restituito il padre, e ha preferito cercare un senso personale piuttosto che una verità giudiziaria che, dopo quasi cinquant’anni, probabilmente non cambierebbe più nulla.
Sul caso Leone vale lo stesso discorso. Sì, le sue dimissioni arrivarono in un momento sospetto e lo scandalo Lockheed fu usato con ferocia mediatica. Ma la Commissione parlamentare del 1979 non trovò prove di corruzione personale. È comodo vedere ovunque una regia occulta, però a volte le dimissioni di un presidente nascono anche da un mix di errori politici, pressione pubblica e debolezza personale. Non tutto deve essere per forza un complotto orchestrato.
Alla fine, la frase «non cade foglia se Dio non vuole» è poetica, ma rischia di diventare un comodo paravento. Può servire a giustificare qualsiasi cosa: silenzi, omissioni, verità parziali. Io resto convinto che, finché non salteranno fuori documenti o testimonianze nuove e verificabili, dobbiamo stare attenti a non trasformare il dolore di una figlia e le legittime domande sul caso Moro in un romanzo di burattinai e marionette.
Detto questo, non ti do torto su un punto: c’è qualcosa di strano nel silenzio prolungato di Agnese. È umano chiedersi cosa sappia davvero. Ma tra “qualcosa di strano” e “ha ricevuto la confessione del secolo” c’è una distanza enorme.
- Palmambrogio
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Re: 16 Marzo 1978.....
Giustamente giustamente, bisogna ogni tanto, porsi dall'altra parte della "barricata"
Ma proprio per questo motivo, stavo pensando invece ad un altro personaggio importante e forse anche scomodo di tutta questa storia, al generale Carlo Alberto Dalla chiesa.
Dalla Chiesa dal 1974 al 1976, aveva diretto e coordinato il nucleo antiterrorismo che tanti risultati aveva ottenuto contro le brigate Rosse.
Il nucleo fu sciolto se non erro intorno al 1975 lasciandolo in un certo qual modo sconcertato per il grave errore...
Per tutti i 55 giorni di prigionia dell'onorevole Aldo Moro, il generale Dalla Chiesa fu messo in panchina insieme a tutti i suoi uomini..
Non si comprende perché, una persona così importante ma soprattutto un uomo così determinato venne messo da parte...
Ci sono molte ipotesi in merito ma in questo momento voglio sorvolare.
Successivamente dopo la morte dell'onorevole Aldo Moro divenne Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti Informativi per la lotta contro il terrorismo, con poteri speciali. Da quel momento (e non prima) creò i nuovi nuclei operativi che portarono agli arresti di via Monte Nevoso.
E qui entra in gioco il memoriale di Aldo Moro.
Quel fascicolo di carte passato di mano in mano (pare anche tra quelle di Andreotti da parte del suo Fedele braccio destro Evangelisti e non solo), di cui furono ritrovate altre carte negli anni 90, rimane tuttora per certi versi un mistero.
Come anche la morte del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e della sua giovane moglie Emanuela Setti Carraro e dell'agente di scorta Domenico Russo.
Quell'uomo, venne imprigionato nella carica di prefetto, lasciato solo palesemente abbandonato dallo stato, in una realtà scarsamente protetta e sappiamo bene come poi è andata a finire.
Il dubbio che si pone è multiplo.
È stato assassinato solamente per aver dato fastidio alla mafia, o perché a conoscenza di troppi segreti di stato tra cui Il rapimento dell'onorevole Aldo Moro e la sua morte....
Ma proprio per questo motivo, stavo pensando invece ad un altro personaggio importante e forse anche scomodo di tutta questa storia, al generale Carlo Alberto Dalla chiesa.
Dalla Chiesa dal 1974 al 1976, aveva diretto e coordinato il nucleo antiterrorismo che tanti risultati aveva ottenuto contro le brigate Rosse.
Il nucleo fu sciolto se non erro intorno al 1975 lasciandolo in un certo qual modo sconcertato per il grave errore...
Per tutti i 55 giorni di prigionia dell'onorevole Aldo Moro, il generale Dalla Chiesa fu messo in panchina insieme a tutti i suoi uomini..
Non si comprende perché, una persona così importante ma soprattutto un uomo così determinato venne messo da parte...
Ci sono molte ipotesi in merito ma in questo momento voglio sorvolare.
Successivamente dopo la morte dell'onorevole Aldo Moro divenne Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti Informativi per la lotta contro il terrorismo, con poteri speciali. Da quel momento (e non prima) creò i nuovi nuclei operativi che portarono agli arresti di via Monte Nevoso.
E qui entra in gioco il memoriale di Aldo Moro.
Quel fascicolo di carte passato di mano in mano (pare anche tra quelle di Andreotti da parte del suo Fedele braccio destro Evangelisti e non solo), di cui furono ritrovate altre carte negli anni 90, rimane tuttora per certi versi un mistero.
Come anche la morte del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e della sua giovane moglie Emanuela Setti Carraro e dell'agente di scorta Domenico Russo.
Quell'uomo, venne imprigionato nella carica di prefetto, lasciato solo palesemente abbandonato dallo stato, in una realtà scarsamente protetta e sappiamo bene come poi è andata a finire.
Il dubbio che si pone è multiplo.
È stato assassinato solamente per aver dato fastidio alla mafia, o perché a conoscenza di troppi segreti di stato tra cui Il rapimento dell'onorevole Aldo Moro e la sua morte....
Il paradiso può attendere!

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Conte Jägermeister
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Re: 16 Marzo 1978.....
Carlo Alberto Dalla Chiesa è uno di quei personaggi che, più li studi, più ti lasciano con la sensazione che la storia ufficiale sia troppo “pulita” per essere completa.
Hai ragione sui fatti principali:
Dal 1974 al 1975 (non fino al 1976) aveva diretto con risultati eccezionali il Nucleo Speciale Antiterrorismo dei Carabinieri, quello che aveva catturato Curcio, Franceschini e altri pezzi grossi delle BR.
Il nucleo venne sciolto nel luglio 1975 per decisione del Comando Generale dell’Arma (lui lo considerò un errore gravissimo e non lo nascose).
Durante i 55 giorni del sequestro Moro (16 marzo – 9 maggio 1978) fu di fatto messo in panchina. Era già Generale di Divisione (promosso a fine 1977), partecipò a qualche riunione del comitato di crisi al Viminale, ma non ebbe alcun ruolo operativo di comando. Le ricerche furono gestite da UCIGOS, Digos e servizi. I suoi ex uomini furono richiamati a Roma ma, come hanno testimoniato alcuni di loro, passavano gran parte del tempo in attesa o in compiti marginali. È un fatto documentato e abbastanza anomalo per un uomo con la sua esperienza.
Solo dopo la morte di Moro, il 9 agosto 1978, il ministro Rognoni gli diede l’incarico di Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti Informativi per la lotta al terrorismo, con poteri speciali. Da quel momento (e solo da quel momento) ricostruì i nuclei operativi e ottenne risultati importanti, tra cui il ritrovamento del covo di via Monte Nevoso il 1° ottobre 1978, dove fu trovato il primo blocco del memoriale di Moro.
E qui arriviamo al punto che citi tu: quel memoriale (parzialmente ritrovato nel 1978 e completato solo nel 1990) passò di mano in mano, finì anche nelle mani di Andreotti tramite Evangelisti, e alcune parti rimasero “segregate” per anni. Dalla Chiesa lo lesse, lo studiò, e secondo varie testimonianze (tra cui quelle di Imposimato e di alcuni suoi collaboratori) capì subito che conteneva cose esplosive su Gladio, sui servizi, sui rapporti tra Stato e BR.
Poi arriviamo al 1982: nominato Prefetto di Palermo, con moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo. Ufficialmente ucciso dalla mafia (mandanti di Cosa Nostra, esecutori di Totò Riina) perché stava colpendo duramente i corleonesi e stava per scoprire i loro affari con la droga e gli appalti.
Ma il dubbio che poni tu è legittimo e condiviso da molti studiosi seri:
Perché fu lasciato così isolato a Palermo, con una scorta palesemente inadeguata (una sola auto, pochi uomini)?
Perché proprio mentre stava lavorando su dossier delicatissimi che incrociavano mafia, terrorismo e segreti di Stato?
E perché la sua agenda e alcuni documenti sparirono dopo l’agguato?
Non è dietrologia pura chiedersi se la sua morte sia stata solo mafia o se ci fosse anche chi, dentro lo Stato, aveva interesse a farlo tacere per sempre sui segreti Moro (Gladio, P2, eventuali collusioni o omissioni durante i 55 giorni).
Personalmente penso che le due cose non si escludano: la mafia lo voleva morto per Palermo, ma qualcuno più in alto potrebbe aver “lasciato fare” o addirittura facilitato, sapendo che Dalla Chiesa sapeva troppo su troppi fronti.
È uno di quei casi in cui la versione ufficiale (solo mafia) è vera ma forse incompleta.
Hai ragione sui fatti principali:
Dal 1974 al 1975 (non fino al 1976) aveva diretto con risultati eccezionali il Nucleo Speciale Antiterrorismo dei Carabinieri, quello che aveva catturato Curcio, Franceschini e altri pezzi grossi delle BR.
Il nucleo venne sciolto nel luglio 1975 per decisione del Comando Generale dell’Arma (lui lo considerò un errore gravissimo e non lo nascose).
Durante i 55 giorni del sequestro Moro (16 marzo – 9 maggio 1978) fu di fatto messo in panchina. Era già Generale di Divisione (promosso a fine 1977), partecipò a qualche riunione del comitato di crisi al Viminale, ma non ebbe alcun ruolo operativo di comando. Le ricerche furono gestite da UCIGOS, Digos e servizi. I suoi ex uomini furono richiamati a Roma ma, come hanno testimoniato alcuni di loro, passavano gran parte del tempo in attesa o in compiti marginali. È un fatto documentato e abbastanza anomalo per un uomo con la sua esperienza.
Solo dopo la morte di Moro, il 9 agosto 1978, il ministro Rognoni gli diede l’incarico di Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti Informativi per la lotta al terrorismo, con poteri speciali. Da quel momento (e solo da quel momento) ricostruì i nuclei operativi e ottenne risultati importanti, tra cui il ritrovamento del covo di via Monte Nevoso il 1° ottobre 1978, dove fu trovato il primo blocco del memoriale di Moro.
E qui arriviamo al punto che citi tu: quel memoriale (parzialmente ritrovato nel 1978 e completato solo nel 1990) passò di mano in mano, finì anche nelle mani di Andreotti tramite Evangelisti, e alcune parti rimasero “segregate” per anni. Dalla Chiesa lo lesse, lo studiò, e secondo varie testimonianze (tra cui quelle di Imposimato e di alcuni suoi collaboratori) capì subito che conteneva cose esplosive su Gladio, sui servizi, sui rapporti tra Stato e BR.
Poi arriviamo al 1982: nominato Prefetto di Palermo, con moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo. Ufficialmente ucciso dalla mafia (mandanti di Cosa Nostra, esecutori di Totò Riina) perché stava colpendo duramente i corleonesi e stava per scoprire i loro affari con la droga e gli appalti.
Ma il dubbio che poni tu è legittimo e condiviso da molti studiosi seri:
Perché fu lasciato così isolato a Palermo, con una scorta palesemente inadeguata (una sola auto, pochi uomini)?
Perché proprio mentre stava lavorando su dossier delicatissimi che incrociavano mafia, terrorismo e segreti di Stato?
E perché la sua agenda e alcuni documenti sparirono dopo l’agguato?
Non è dietrologia pura chiedersi se la sua morte sia stata solo mafia o se ci fosse anche chi, dentro lo Stato, aveva interesse a farlo tacere per sempre sui segreti Moro (Gladio, P2, eventuali collusioni o omissioni durante i 55 giorni).
Personalmente penso che le due cose non si escludano: la mafia lo voleva morto per Palermo, ma qualcuno più in alto potrebbe aver “lasciato fare” o addirittura facilitato, sapendo che Dalla Chiesa sapeva troppo su troppi fronti.
È uno di quei casi in cui la versione ufficiale (solo mafia) è vera ma forse incompleta.
