16 Marzo 1978.....
- Palmambrogio
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Re: 16 Marzo 1978.....
Perbacco io che ho letto i libri trovo che stiate argomentando con una precisione millimetrica oserei dire!
Ed è per questo che mi sovviene una domanda che mi pongo da tantissimi anni ormai.
L’onorevole Aldo Moro è stato tenuto prigioniero sempre nello stesso posto per tutti i 55 giorni: via Camillo Montalcini 8, nel quartiere Monteverde a Roma. Precisamente nell’appartamento interno 1, al piano terra o primo piano non mi ricordo con esattezza.
Era un appartamento normale, con giardino davanti, garage (dove poi lo hanno ucciso) e cantina. L’aveva comprato Anna Laura Braghetti nel luglio 1977 e ci viveva insieme a Germano Maccari, che si faceva chiamare “ingegner Luigi Altobelli”. Dentro non c’era un covo pieno zeppo di brigatisti: solo loro due fissi come carcerieri. Prospero Gallinari ci dormiva ogni tanto, e Mario Moretti passava quasi tutti i giorni per interrogare Moro. Nient’altro. Era una base “pulita”, pensata apposta per non dare nell’occhio.
Durante i 55 giorni la polizia (soprattutto l’UCIGOS, la squadra antiterrorismo di Cossiga) e i carabinieri hanno fatto giri nel palazzo. Suonavano ai campanelli degli inquilini, chiedevano documenti, controllavano chi c’era. Qualcuno ha anche parlato di appostamenti da un appartamento vicino (qualcuno dice addirittura microcamere nei lampioni e microfoni piazzati). Ma, e qui viene il bello, l’interno 1 al piano terra o primo piano che sia, lo hanno saltato. Non hanno mai bussato lì, non hanno mai perquisito davvero, anche se l’appartamento era già stato individuato....
E questa signori miei è una cosa che fa accapponare la pelle a pensarci bene...
I signori Braghetti e Maccari hanno raccontato che a un certo punto si sono accorti di strani movimenti (gente in tuta Enel, stranieri che parlavano lingue strane, cassonetti controllati), hanno capito che li tenevano d’occhio e hanno venduto l’appartamento subito dopo la morte di Moro...
Il compianto giudice Imposimato ha detto chiaro: «Quell’appartamento era monitorato dall’UCIGOS già dall’estate 1978, ma non hanno mai informato la Procura. C’era pure un blitz pronto l’8 maggio (il giorno prima dell’omicidio), con irruzione organizzata, infermeria pronta, evacuazione del palazzo… e poi una telefonata dal Viminale ha bloccato tutto».
Capite bene?
Una telefonata dal Viminale...
Ed è per questo che mi sovviene una domanda che mi pongo da tantissimi anni ormai.
L’onorevole Aldo Moro è stato tenuto prigioniero sempre nello stesso posto per tutti i 55 giorni: via Camillo Montalcini 8, nel quartiere Monteverde a Roma. Precisamente nell’appartamento interno 1, al piano terra o primo piano non mi ricordo con esattezza.
Era un appartamento normale, con giardino davanti, garage (dove poi lo hanno ucciso) e cantina. L’aveva comprato Anna Laura Braghetti nel luglio 1977 e ci viveva insieme a Germano Maccari, che si faceva chiamare “ingegner Luigi Altobelli”. Dentro non c’era un covo pieno zeppo di brigatisti: solo loro due fissi come carcerieri. Prospero Gallinari ci dormiva ogni tanto, e Mario Moretti passava quasi tutti i giorni per interrogare Moro. Nient’altro. Era una base “pulita”, pensata apposta per non dare nell’occhio.
Durante i 55 giorni la polizia (soprattutto l’UCIGOS, la squadra antiterrorismo di Cossiga) e i carabinieri hanno fatto giri nel palazzo. Suonavano ai campanelli degli inquilini, chiedevano documenti, controllavano chi c’era. Qualcuno ha anche parlato di appostamenti da un appartamento vicino (qualcuno dice addirittura microcamere nei lampioni e microfoni piazzati). Ma, e qui viene il bello, l’interno 1 al piano terra o primo piano che sia, lo hanno saltato. Non hanno mai bussato lì, non hanno mai perquisito davvero, anche se l’appartamento era già stato individuato....
E questa signori miei è una cosa che fa accapponare la pelle a pensarci bene...
I signori Braghetti e Maccari hanno raccontato che a un certo punto si sono accorti di strani movimenti (gente in tuta Enel, stranieri che parlavano lingue strane, cassonetti controllati), hanno capito che li tenevano d’occhio e hanno venduto l’appartamento subito dopo la morte di Moro...
Il compianto giudice Imposimato ha detto chiaro: «Quell’appartamento era monitorato dall’UCIGOS già dall’estate 1978, ma non hanno mai informato la Procura. C’era pure un blitz pronto l’8 maggio (il giorno prima dell’omicidio), con irruzione organizzata, infermeria pronta, evacuazione del palazzo… e poi una telefonata dal Viminale ha bloccato tutto».
Capite bene?
Una telefonata dal Viminale...
Il paradiso può attendere!

- Pino
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Re: 16 Marzo 1978.....
l'Italia doveva cambiare...eravamo poveri illusi.
A quel pover uomo hanno impedito di salvarsi la vita.
Lo hanno condannato a morte..
Ma non sono state le brigate. Loro erano i carcerieri. Gli operai.
I mandanti. I capi, erano gli stessi compagni di partito che non hanno voluto trattare per la sua liberazione.
Sono tutti morti.
A quel pover uomo hanno impedito di salvarsi la vita.
Lo hanno condannato a morte..
Ma non sono state le brigate. Loro erano i carcerieri. Gli operai.
I mandanti. I capi, erano gli stessi compagni di partito che non hanno voluto trattare per la sua liberazione.
Sono tutti morti.
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Conte Jägermeister
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Re: 16 Marzo 1978.....
Pino ha scritto: ↑21/03/2026, 9:29 l'Italia doveva cambiare...eravamo poveri illusi.
A quel pover uomo hanno impedito di salvarsi la vita.
Lo hanno condannato a morte..
Ma non sono state le brigate. Loro erano i carcerieri. Gli operai.
I mandanti. I capi, erano gli stessi compagni di partito che non hanno voluto trattare per la sua liberazione.
Sono tutti morti.
Aggiungerei...... Impuniti....
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Conte Jägermeister
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Re: 16 Marzo 1978.....
Cito un articolo del 2013 di "Azione Prometeo"
Dove ci sono interessanti rivelazioni:
Le sentenze non scrivono la storia e tantomeno le storie possono chiudersi con una sentenza. Perché ci sono verità che restano nascoste in fondo a bui abissi, protette dalla paura di chi sa e dal cinismo di poteri che non vogliono farle emergere. Così è per il sequestro e la morte del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, avvenuta il 9 maggio del 1978. Vicenda scritta dalla ferocia delle Brigate Rosse, ma forse anche da oscuri burattinai che sono rimasti finora nell’ombra. Dunque, una storia che ancora nasconde nelle sue pieghe torbide presenze e regie occulte che inchieste e processi non sono riusciti a svelare. Ma il tempo corrompe le complicità, modifica gli scenari e affranca le coscienze. Così, dopo 35 anni, è possibile che la storia della morte di Moro possa essere riscritta, liberata dalle catene del silenzio e dei depistaggi.
Nei giorni scorsi la procura della Repubblica di Roma ha infatti riaperto il caso, in seguito alla presentazione di una denuncia che propone una sconvolgente ipotesi: la prigione di Moro, in via Montalcini 8, a Roma, era stata individuata dai servizi segreti e da Gladio e controllata per settimane. Non solo: l’8 maggio del 1978 lo statista Dc che sognava di cambiare la politica italiana doveva essere liberato con un blitz delle teste di cuoio dei carabinieri e della polizia, ma una telefonata dal Viminale bloccò tutto.
La Renault rossa. E il giorno dopo Moro fu ucciso. Il suo cadavere fu fatto ritrovare nel portabagagli di una Renault rossa in via Caetani. In quel momento la storia italiana deragliò da un percorso progettato da Moro e dal suo amico-nemico Berlinguer, tornando nello schema ortodosso della politica dei blocchi e incamminandosi poi verso un tragico declino morale. Per la procura romana impossibile sottovalutare quell’esposto. Perché a redigerlo e depositarlo è stato Ferdinando Imposimato, oggi avvocato, ma soprattutto presidente onorario aggiunto della suprema corte di Cassazione e in passato magistrato che ha seguito alcune tra le più complesse e importanti inchieste della storia del Paese. Come quelle sul sequestro-omicidio di Aldo Moro.
A fornire a Imposimato la chiave che ha consentito di aprire questa nuova porta sul caso Moro è stato un sardo, Giovanni Ladu che ha oggi 54 anni. Un brigadiere della guardia di finanza in servizio a Novara che, nel 1978, era militare di leva nel corpo dei bersaglieri e fu testimone della decisione che condannò a morte Moro. Imposimato conobbe Ladu nell’ottobre del 2008. Si presentò nel suo studio all’Eur insieme a due colleghi, autorizzato dal suo comandante. Aveva scritto un breve memoriale nel quale sosteneva di essere stato, con altri militari a Roma, in via Montalcini per sorvegliare l’appartamento-prigione in cui era tenuto il presidente della Democrazia cristiana. Un appostamento cominciato il 24 aprile 1978 e conclusosi l’8 maggio, alla vigilia dell’omicidio di Moro.
Perché Ladu aveva atteso ben 30 anni prima di parlare? «Avevo avuto la consegna del silenzio e il vincolo al segreto – disse -, ma soprattutto avevo paura per la mia incolumità e per quella di mia moglie. La decisione di parlare mi costa molto, ma oggi spero che anche altri, tra quelli che parteciparono con me all’operazione trovino il coraggio di parlare per ricostruire la verità sul caso Moro».
Nome in codice: Archimede. Ladu raccontò così che il 20 aprile del 1978 era partito dalla Sardegna per il servizio militare. Destinazione: 231° battaglione bersaglieri Valbella di Avellino. Dopo tre giorni, lui e altri 39 militari di leva, furono fatti salire su un autobus, trasportati a Roma e alloggiati nella caserma dei carabinieri sulla via Aurelia, vicino all’Hotel Ergife. Furono divisi in quattro squadre e istruiti sulla loro missione: sorveglianza e controllo di uno stabile. A tutti i militari fu attribuito uno pseudonimo: Ladu diventò “Archimede”. Lui e la sua squadra presero possesso di un appartamento in via Montalcini che si trovava a poche decine di metri dalla casa dove, dissero gli ufficiali che coordinavano l’operazione, «era tenuto prigioniero un uomo politico che era stato rapito». Il nome di Moro non venne fatto, ma tutti capirono. Il racconto di Ladu era ricco di dettagli: controllo visivo 24 ore su 24, microtelecamere nascoste nei lampioni, controllo della spazzatura nei cassonetti. Per mimetizzarsi indossavano tute dell’Enel o del servizio di nettezza urbana. Così controllarono gli spostamenti di “Baffo” (poi riconosciuto come Mario Moretti) che entrava e usciva sempre con una valigetta o della “Miss” (Barbara Balzerani). Un giorno Ladu fu inviato con un commilitone a verificare l’impianto delle telecamere all’interno della palazzina dove era detenuto Moro. Era vestito da operaio. Invece di premere l’interruttore della luce, il brigadiere sardo suonò il campanello. Aprì la “Miss” e Ladu improvvisò con prontezza di spirito, chiedendo se era possibile avere dell’acqua.
Il piano di evacuazione. Il racconto era agghiacciante nella sua precisione. Nell’appartamento sopra la prigione di Moro, poi, erano stati piazzati dei microfoni che captavano le conversazioni. La cosa che stupì Ladu era che il personale addetto alle intercettazioni parlava inglese. «Scoprimmo in seguito – ricordò – che si trattava di agenti segreti di altre nazioni, anche se erano i nostri 007 a sovrintendere a tutte le operazioni». Altri particolari: era stato predisposto un piano di evacuazione molto discreto per gli abitanti della palazzina ed era stata montana una grande tenda in un canalone vicino, dove era stata approntata un’infermeria nel caso ci fossero stati dei feriti nel blitz delle teste di cuoio.
«L’8 maggio tutto era pronto – disse ancora Ladu – , ma accadde l’impensabile. Quello stesso giorno, alla vigilia dell’irruzione, ci comunicarono che dovevamo preparare i nostri bagagli perché abbandonavamo la missione. Andammo via tutti, compresi i corpi speciali pronti per il blitz e gli agenti segreti. Rimanemmo tutti interdetti perché non capivamo il motivo di questo abbandono. La nostra impressione fu che Moro doveva morire».
Dove ci sono interessanti rivelazioni:
Le sentenze non scrivono la storia e tantomeno le storie possono chiudersi con una sentenza. Perché ci sono verità che restano nascoste in fondo a bui abissi, protette dalla paura di chi sa e dal cinismo di poteri che non vogliono farle emergere. Così è per il sequestro e la morte del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, avvenuta il 9 maggio del 1978. Vicenda scritta dalla ferocia delle Brigate Rosse, ma forse anche da oscuri burattinai che sono rimasti finora nell’ombra. Dunque, una storia che ancora nasconde nelle sue pieghe torbide presenze e regie occulte che inchieste e processi non sono riusciti a svelare. Ma il tempo corrompe le complicità, modifica gli scenari e affranca le coscienze. Così, dopo 35 anni, è possibile che la storia della morte di Moro possa essere riscritta, liberata dalle catene del silenzio e dei depistaggi.
Nei giorni scorsi la procura della Repubblica di Roma ha infatti riaperto il caso, in seguito alla presentazione di una denuncia che propone una sconvolgente ipotesi: la prigione di Moro, in via Montalcini 8, a Roma, era stata individuata dai servizi segreti e da Gladio e controllata per settimane. Non solo: l’8 maggio del 1978 lo statista Dc che sognava di cambiare la politica italiana doveva essere liberato con un blitz delle teste di cuoio dei carabinieri e della polizia, ma una telefonata dal Viminale bloccò tutto.
La Renault rossa. E il giorno dopo Moro fu ucciso. Il suo cadavere fu fatto ritrovare nel portabagagli di una Renault rossa in via Caetani. In quel momento la storia italiana deragliò da un percorso progettato da Moro e dal suo amico-nemico Berlinguer, tornando nello schema ortodosso della politica dei blocchi e incamminandosi poi verso un tragico declino morale. Per la procura romana impossibile sottovalutare quell’esposto. Perché a redigerlo e depositarlo è stato Ferdinando Imposimato, oggi avvocato, ma soprattutto presidente onorario aggiunto della suprema corte di Cassazione e in passato magistrato che ha seguito alcune tra le più complesse e importanti inchieste della storia del Paese. Come quelle sul sequestro-omicidio di Aldo Moro.
A fornire a Imposimato la chiave che ha consentito di aprire questa nuova porta sul caso Moro è stato un sardo, Giovanni Ladu che ha oggi 54 anni. Un brigadiere della guardia di finanza in servizio a Novara che, nel 1978, era militare di leva nel corpo dei bersaglieri e fu testimone della decisione che condannò a morte Moro. Imposimato conobbe Ladu nell’ottobre del 2008. Si presentò nel suo studio all’Eur insieme a due colleghi, autorizzato dal suo comandante. Aveva scritto un breve memoriale nel quale sosteneva di essere stato, con altri militari a Roma, in via Montalcini per sorvegliare l’appartamento-prigione in cui era tenuto il presidente della Democrazia cristiana. Un appostamento cominciato il 24 aprile 1978 e conclusosi l’8 maggio, alla vigilia dell’omicidio di Moro.
Perché Ladu aveva atteso ben 30 anni prima di parlare? «Avevo avuto la consegna del silenzio e il vincolo al segreto – disse -, ma soprattutto avevo paura per la mia incolumità e per quella di mia moglie. La decisione di parlare mi costa molto, ma oggi spero che anche altri, tra quelli che parteciparono con me all’operazione trovino il coraggio di parlare per ricostruire la verità sul caso Moro».
Nome in codice: Archimede. Ladu raccontò così che il 20 aprile del 1978 era partito dalla Sardegna per il servizio militare. Destinazione: 231° battaglione bersaglieri Valbella di Avellino. Dopo tre giorni, lui e altri 39 militari di leva, furono fatti salire su un autobus, trasportati a Roma e alloggiati nella caserma dei carabinieri sulla via Aurelia, vicino all’Hotel Ergife. Furono divisi in quattro squadre e istruiti sulla loro missione: sorveglianza e controllo di uno stabile. A tutti i militari fu attribuito uno pseudonimo: Ladu diventò “Archimede”. Lui e la sua squadra presero possesso di un appartamento in via Montalcini che si trovava a poche decine di metri dalla casa dove, dissero gli ufficiali che coordinavano l’operazione, «era tenuto prigioniero un uomo politico che era stato rapito». Il nome di Moro non venne fatto, ma tutti capirono. Il racconto di Ladu era ricco di dettagli: controllo visivo 24 ore su 24, microtelecamere nascoste nei lampioni, controllo della spazzatura nei cassonetti. Per mimetizzarsi indossavano tute dell’Enel o del servizio di nettezza urbana. Così controllarono gli spostamenti di “Baffo” (poi riconosciuto come Mario Moretti) che entrava e usciva sempre con una valigetta o della “Miss” (Barbara Balzerani). Un giorno Ladu fu inviato con un commilitone a verificare l’impianto delle telecamere all’interno della palazzina dove era detenuto Moro. Era vestito da operaio. Invece di premere l’interruttore della luce, il brigadiere sardo suonò il campanello. Aprì la “Miss” e Ladu improvvisò con prontezza di spirito, chiedendo se era possibile avere dell’acqua.
Il piano di evacuazione. Il racconto era agghiacciante nella sua precisione. Nell’appartamento sopra la prigione di Moro, poi, erano stati piazzati dei microfoni che captavano le conversazioni. La cosa che stupì Ladu era che il personale addetto alle intercettazioni parlava inglese. «Scoprimmo in seguito – ricordò – che si trattava di agenti segreti di altre nazioni, anche se erano i nostri 007 a sovrintendere a tutte le operazioni». Altri particolari: era stato predisposto un piano di evacuazione molto discreto per gli abitanti della palazzina ed era stata montana una grande tenda in un canalone vicino, dove era stata approntata un’infermeria nel caso ci fossero stati dei feriti nel blitz delle teste di cuoio.
«L’8 maggio tutto era pronto – disse ancora Ladu – , ma accadde l’impensabile. Quello stesso giorno, alla vigilia dell’irruzione, ci comunicarono che dovevamo preparare i nostri bagagli perché abbandonavamo la missione. Andammo via tutti, compresi i corpi speciali pronti per il blitz e gli agenti segreti. Rimanemmo tutti interdetti perché non capivamo il motivo di questo abbandono. La nostra impressione fu che Moro doveva morire».
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Re: 16 Marzo 1978.....
L'americano di Kissinger...
"Steve Pieczenik inviato in missione da Washington, dopo 30 anni ha vuotato il sacco":
«Ho messo in atto la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Aldo Moro al fine di stabilizzare la situazione dell’Italia. I brigatisti avrebbero potuto cercare di condizionarmi dicendo “o soddisfate le nostre richieste e lo uccidiamo”. Ma la mia strategia era “No, non è così che funziona, sono io a decidere che dovete ucciderlo a vostre spese”. Mi aspettavo che si rendessero conto dell’errore che stavano commettendo e che liberassero Moro, mossa che avrebbe fatto fallire il mio piano. Fino alla fine ho avuto paura che liberassero Moro. E questa sarebbe stata una grossa vittoria per loro».
Pieczenik, assistente del sottosegretario Usa nel 1978, psichiatra, specialista in “gestioni di crisi”, esperto di terrorismo, visse – secondo quanto ha rivelato in un libro-intervista pubblicato nel 2008 “Abbiamo ucciso Aldo Moro. Dopo trent’anni un protagonista esce dall’ombra” edito in Italia da Cooper e curato da Nicola Biondo e passato stranamente inosservato – gomito a gomito con Francesco Cossiga la parte cruciale dei 55 giorni. Era lui, “l’esperto nordamericano del Dipartimento di Stato U.S.A. che indirizzò e gestì l’azione dello Stato italiano con le Br. La sua presenza al Viminale è stata interpretata, da molti, negli scorsi anni, come una sorta di “controllo” Usa sulla vicenda che coinvolgeva un Paese all’epoca decisivo negli equilibri Est-Ovest.
L’inviato della Casa Bianca, Pieczenik spiega e rivendica la scelta di aver finto di intavolare una trattativa con le Br quando invece «era stato deciso che la vita dello statista era il prezzo da pagare». L’esperto Usa va anzi oltre nelle sue rivelazioni: da un certo punto in poi tutta la sua azione mirò a far sì che le Br non avessero altra via d’uscita che uccidere Moro, fatto questo che avrebbe risolto la gran parte dei problemi che rischiavano di far conquistare all’Italia libertà, sovranità e indipendenza dagli Stati Uniti d’America.
«La mia ricetta per deviare la decisione delle Br era di gestire – spiega nel libro lo psichiatra – un rapporto di forza crescente e di illusione di negoziazione. Per ottenere i nostri risultati avevo preso psicologicamente la gestione di tutti i Comitati (del Viminale n.d.r.) dicendo a tutti che ero l’unico che non aveva tradito Moro per il semplice fatto di non averlo mai conosciuto».
Nel libro del giornalista francese Emmanuel Amara si spiega che il momento decisivo arrivò quando Moro dimostrò di essere ormai disperato. Su quella base si decise l’operazione della Duchessa, ossia il falso comunicato delle Br, scelta questa presa nel Comitato di crisi. «I brigatisti non si aspettavano di trovarsi di fronte ad un altro terrorista che li utilizzava e li manipolava psicologicamente con lo scopo di prenderli in trappola. Avrebbero potuto venirne fuori facilmente, ma erano stati ingannati. Ormai non potevano fare altro che uccidere Moro. Questo il grande dramma di questa storia. Avrebbero potuto sfuggire alla trappola, e speravo che non se ne rendessero conto, liberando Aldo Moro. Se lo avessero liberato avrebbero vinto, Moro si sarebbe salvato, Andreotti sarebbe stato neutralizzato e i comunisti avrebbero potuto concludere un accordo politico con i democristiani. Uno scenario che avrebbe soddisfatto quasi tutti. Era una trappola modestissima, che sarebbe fallita nel momento stesso in cui avessero liberato Moro».
Pieczenik spiega che Cossiga ha approvato la quasi totalità delle sue scelte e delle sue proposte. «Moro, in quel momento, era disperato e avrebbe sicuramente fatto delle rivelazioni piuttosto importanti ai suoi carcerieri su uomini politici come Andreotti. E’ in quell’istante preciso che io e Cossiga ci siamo detti che bisognava cominciare a far scattare la trappola tesa alle Br. Abbandonare Moro e fare in modo che morisse con le sue rivelazioni. Per giunta i carabinieri e i servizi di sicurezza non lo trovavano o non volevano trovarlo».
Pieczenik traccia un bilancio di questa sua strategia: «Ho messo in atto la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Moro al fine di stabilizzare la situazione dell’Italia. Mai l’espressione ‘ragion di Stato’ ha avuto più senso come durante il rapimento di Aldo Moro in Italia». Pieczenik raggiunse tre obiettivi: eliminare Moro, impadronirsi dei nastri dell’interrogatorio e del vero memoriale dello statista italiano, costringere le Br al silenzio.
Un passo indietro: durante il viaggio negli Stati Uniti del settembre 1974 Kissinger minacciò pesantemente Moro, come ha ricordato in un’aula giudiziaria il suo portavoce Corrado Guerzoni. Ed è bene non dimenticare la testimonianza della moglie di Moro, che riferì alla Commissione parlamentare che cosa dissero al marito esponenti della delegazione americana: “… Lei deve smettere di perseguire il suo piano politico di portare tutte le forze del suo paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare questa cosa, o lei pagherà cara, veda lei come la vuole intendere”.
(Cit.Azione Prometeo)
"Steve Pieczenik inviato in missione da Washington, dopo 30 anni ha vuotato il sacco":
«Ho messo in atto la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Aldo Moro al fine di stabilizzare la situazione dell’Italia. I brigatisti avrebbero potuto cercare di condizionarmi dicendo “o soddisfate le nostre richieste e lo uccidiamo”. Ma la mia strategia era “No, non è così che funziona, sono io a decidere che dovete ucciderlo a vostre spese”. Mi aspettavo che si rendessero conto dell’errore che stavano commettendo e che liberassero Moro, mossa che avrebbe fatto fallire il mio piano. Fino alla fine ho avuto paura che liberassero Moro. E questa sarebbe stata una grossa vittoria per loro».
Pieczenik, assistente del sottosegretario Usa nel 1978, psichiatra, specialista in “gestioni di crisi”, esperto di terrorismo, visse – secondo quanto ha rivelato in un libro-intervista pubblicato nel 2008 “Abbiamo ucciso Aldo Moro. Dopo trent’anni un protagonista esce dall’ombra” edito in Italia da Cooper e curato da Nicola Biondo e passato stranamente inosservato – gomito a gomito con Francesco Cossiga la parte cruciale dei 55 giorni. Era lui, “l’esperto nordamericano del Dipartimento di Stato U.S.A. che indirizzò e gestì l’azione dello Stato italiano con le Br. La sua presenza al Viminale è stata interpretata, da molti, negli scorsi anni, come una sorta di “controllo” Usa sulla vicenda che coinvolgeva un Paese all’epoca decisivo negli equilibri Est-Ovest.
L’inviato della Casa Bianca, Pieczenik spiega e rivendica la scelta di aver finto di intavolare una trattativa con le Br quando invece «era stato deciso che la vita dello statista era il prezzo da pagare». L’esperto Usa va anzi oltre nelle sue rivelazioni: da un certo punto in poi tutta la sua azione mirò a far sì che le Br non avessero altra via d’uscita che uccidere Moro, fatto questo che avrebbe risolto la gran parte dei problemi che rischiavano di far conquistare all’Italia libertà, sovranità e indipendenza dagli Stati Uniti d’America.
«La mia ricetta per deviare la decisione delle Br era di gestire – spiega nel libro lo psichiatra – un rapporto di forza crescente e di illusione di negoziazione. Per ottenere i nostri risultati avevo preso psicologicamente la gestione di tutti i Comitati (del Viminale n.d.r.) dicendo a tutti che ero l’unico che non aveva tradito Moro per il semplice fatto di non averlo mai conosciuto».
Nel libro del giornalista francese Emmanuel Amara si spiega che il momento decisivo arrivò quando Moro dimostrò di essere ormai disperato. Su quella base si decise l’operazione della Duchessa, ossia il falso comunicato delle Br, scelta questa presa nel Comitato di crisi. «I brigatisti non si aspettavano di trovarsi di fronte ad un altro terrorista che li utilizzava e li manipolava psicologicamente con lo scopo di prenderli in trappola. Avrebbero potuto venirne fuori facilmente, ma erano stati ingannati. Ormai non potevano fare altro che uccidere Moro. Questo il grande dramma di questa storia. Avrebbero potuto sfuggire alla trappola, e speravo che non se ne rendessero conto, liberando Aldo Moro. Se lo avessero liberato avrebbero vinto, Moro si sarebbe salvato, Andreotti sarebbe stato neutralizzato e i comunisti avrebbero potuto concludere un accordo politico con i democristiani. Uno scenario che avrebbe soddisfatto quasi tutti. Era una trappola modestissima, che sarebbe fallita nel momento stesso in cui avessero liberato Moro».
Pieczenik spiega che Cossiga ha approvato la quasi totalità delle sue scelte e delle sue proposte. «Moro, in quel momento, era disperato e avrebbe sicuramente fatto delle rivelazioni piuttosto importanti ai suoi carcerieri su uomini politici come Andreotti. E’ in quell’istante preciso che io e Cossiga ci siamo detti che bisognava cominciare a far scattare la trappola tesa alle Br. Abbandonare Moro e fare in modo che morisse con le sue rivelazioni. Per giunta i carabinieri e i servizi di sicurezza non lo trovavano o non volevano trovarlo».
Pieczenik traccia un bilancio di questa sua strategia: «Ho messo in atto la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Moro al fine di stabilizzare la situazione dell’Italia. Mai l’espressione ‘ragion di Stato’ ha avuto più senso come durante il rapimento di Aldo Moro in Italia». Pieczenik raggiunse tre obiettivi: eliminare Moro, impadronirsi dei nastri dell’interrogatorio e del vero memoriale dello statista italiano, costringere le Br al silenzio.
Un passo indietro: durante il viaggio negli Stati Uniti del settembre 1974 Kissinger minacciò pesantemente Moro, come ha ricordato in un’aula giudiziaria il suo portavoce Corrado Guerzoni. Ed è bene non dimenticare la testimonianza della moglie di Moro, che riferì alla Commissione parlamentare che cosa dissero al marito esponenti della delegazione americana: “… Lei deve smettere di perseguire il suo piano politico di portare tutte le forze del suo paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare questa cosa, o lei pagherà cara, veda lei come la vuole intendere”.
(Cit.Azione Prometeo)
Ultima modifica di Conte Jägermeister il 21/03/2026, 14:30, modificato 1 volta in totale.
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Conte Jägermeister
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Re: 16 Marzo 1978.....
La "famosa" moto Honda..
“Tutto è partito da una lettera anonima scritta dall’uomo che era sul sellino posteriore dell’Honda in via Fani quando fu rapito Moro. Diede riscontri per arrivare all’altro. Dovevano proteggere le Br da ogni disturbo. Dipendevano dal colonnello del Sismi che era lì”. Enrico Rossi, ispettore di polizia in pensione, racconta all’ANSA la sua inchiesta.
L’ispettore racconta che tutta l’inchiesta è nata da una lettera anonima inviata nell’ottobre 2009 a un quotidiano. Questo il testo: “Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente…”. L’anonimo fornì anche concreti elementi per rintracciare il guidatore della Honda. “Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più”. Il quotidiano all’epoca passò alla questura la lettera per i dovuti riscontri. A Rossi, che ha sempre lavorato nell’antiterrorismo, la lettera arriva sul tavolo nel febbraio 2011 “in modo casuale: non è protocollata e non sono stati fatti accertamenti, ma ci vuole poco a identificare il presunto guidatore della Honda di via Fani”. Sarebbe lui l’uomo che secondo uno dei testimoni più accreditati di via Fani – l’ingegner Marini – assomigliava nella fisionomia del volto ad Eduardo De Filippo. L’altro, il presunto autore della lettera, era dietro, con un sottocasco scuro sul volto, armato con una piccola mitraglietta. Sparò ad altezza d’uomo verso l’ingegner Marini che stava “entrando” con il suo motorino sulla scena dell’azione.
“Chiedo di andare avanti negli accertamenti – aggiunge Rossi – chiedo gli elenchi di Gladio, ufficiali e non, ma la “pratica” rimane ferma per diversi tempo. Alla fine opto per un semplice accertamento amministrativo: l’uomo ha due pistole regolarmente dichiarate. Vado nella casa in cui vive con la moglie ma si è separato. Non vive più lì. Trovo una delle due pistole, una beretta, e alla fine, in cantina poggiata o vicino ad una copia cellofanata della edizione straordinaria de La Repubblica del 16 marzo con il titolo ‘Moro rapito dalle Brigate Rosse’, l’altra arma”. E’ una Drulov cecoslovacca, una pistola da specialisti a canna molto lunga che può anche essere scambiata a vista da chi non se ne intende per una piccola mitragliatrice. Rossi insiste: vuole interrogare l’uomo che ora vive in Toscana con un’altra donna ma non può farlo. “Chiedo di far periziare le due pistole ma ciò non accade”. Ci sono tensioni e alla fine l’ispettore, a 56 anni, lascia. Va in pensione, convinto che si sia persa “una grande occasione perché c’era un collegamento oggettivo che doveva essere scandagliato”. Poche settimane dopo una “voce amica” gli fa sapere che l’uomo della moto è morto e che le pistole sono state distrutte. Rossi attende molti mesi- dall’agosto 2012 – prima di parlare, poi decide di farlo, “per il semplice rispetto che si deve ai morti”.
(Cit. Azione Prometeo)
“Tutto è partito da una lettera anonima scritta dall’uomo che era sul sellino posteriore dell’Honda in via Fani quando fu rapito Moro. Diede riscontri per arrivare all’altro. Dovevano proteggere le Br da ogni disturbo. Dipendevano dal colonnello del Sismi che era lì”. Enrico Rossi, ispettore di polizia in pensione, racconta all’ANSA la sua inchiesta.
L’ispettore racconta che tutta l’inchiesta è nata da una lettera anonima inviata nell’ottobre 2009 a un quotidiano. Questo il testo: “Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente…”. L’anonimo fornì anche concreti elementi per rintracciare il guidatore della Honda. “Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più”. Il quotidiano all’epoca passò alla questura la lettera per i dovuti riscontri. A Rossi, che ha sempre lavorato nell’antiterrorismo, la lettera arriva sul tavolo nel febbraio 2011 “in modo casuale: non è protocollata e non sono stati fatti accertamenti, ma ci vuole poco a identificare il presunto guidatore della Honda di via Fani”. Sarebbe lui l’uomo che secondo uno dei testimoni più accreditati di via Fani – l’ingegner Marini – assomigliava nella fisionomia del volto ad Eduardo De Filippo. L’altro, il presunto autore della lettera, era dietro, con un sottocasco scuro sul volto, armato con una piccola mitraglietta. Sparò ad altezza d’uomo verso l’ingegner Marini che stava “entrando” con il suo motorino sulla scena dell’azione.
“Chiedo di andare avanti negli accertamenti – aggiunge Rossi – chiedo gli elenchi di Gladio, ufficiali e non, ma la “pratica” rimane ferma per diversi tempo. Alla fine opto per un semplice accertamento amministrativo: l’uomo ha due pistole regolarmente dichiarate. Vado nella casa in cui vive con la moglie ma si è separato. Non vive più lì. Trovo una delle due pistole, una beretta, e alla fine, in cantina poggiata o vicino ad una copia cellofanata della edizione straordinaria de La Repubblica del 16 marzo con il titolo ‘Moro rapito dalle Brigate Rosse’, l’altra arma”. E’ una Drulov cecoslovacca, una pistola da specialisti a canna molto lunga che può anche essere scambiata a vista da chi non se ne intende per una piccola mitragliatrice. Rossi insiste: vuole interrogare l’uomo che ora vive in Toscana con un’altra donna ma non può farlo. “Chiedo di far periziare le due pistole ma ciò non accade”. Ci sono tensioni e alla fine l’ispettore, a 56 anni, lascia. Va in pensione, convinto che si sia persa “una grande occasione perché c’era un collegamento oggettivo che doveva essere scandagliato”. Poche settimane dopo una “voce amica” gli fa sapere che l’uomo della moto è morto e che le pistole sono state distrutte. Rossi attende molti mesi- dall’agosto 2012 – prima di parlare, poi decide di farlo, “per il semplice rispetto che si deve ai morti”.
(Cit. Azione Prometeo)
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Balengo
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Re: 16 Marzo 1978.....
Conte Jägermeister ha scritto: ↑21/03/2026, 14:29 La "famosa" moto Honda..
“Tutto è partito da una lettera anonima scritta dall’uomo che era sul sellino posteriore dell’Honda in via Fani quando fu rapito Moro. Diede riscontri per arrivare all’altro. Dovevano proteggere le Br da ogni disturbo. Dipendevano dal colonnello del Sismi che era lì”. Enrico Rossi, ispettore di polizia in pensione, racconta all’ANSA la sua inchiesta.
L’ispettore racconta che tutta l’inchiesta è nata da una lettera anonima inviata nell’ottobre 2009 a un quotidiano. Questo il testo: “Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente…”. L’anonimo fornì anche concreti elementi per rintracciare il guidatore della Honda. “Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più”. Il quotidiano all’epoca passò alla questura la lettera per i dovuti riscontri. A Rossi, che ha sempre lavorato nell’antiterrorismo, la lettera arriva sul tavolo nel febbraio 2011 “in modo casuale: non è protocollata e non sono stati fatti accertamenti, ma ci vuole poco a identificare il presunto guidatore della Honda di via Fani”. Sarebbe lui l’uomo che secondo uno dei testimoni più accreditati di via Fani – l’ingegner Marini – assomigliava nella fisionomia del volto ad Eduardo De Filippo. L’altro, il presunto autore della lettera, era dietro, con un sottocasco scuro sul volto, armato con una piccola mitraglietta. Sparò ad altezza d’uomo verso l’ingegner Marini che stava “entrando” con il suo motorino sulla scena dell’azione.
“Chiedo di andare avanti negli accertamenti – aggiunge Rossi – chiedo gli elenchi di Gladio, ufficiali e non, ma la “pratica” rimane ferma per diversi tempo. Alla fine opto per un semplice accertamento amministrativo: l’uomo ha due pistole regolarmente dichiarate. Vado nella casa in cui vive con la moglie ma si è separato. Non vive più lì. Trovo una delle due pistole, una beretta, e alla fine, in cantina poggiata o vicino ad una copia cellofanata della edizione straordinaria de La Repubblica del 16 marzo con il titolo ‘Moro rapito dalle Brigate Rosse’, l’altra arma”. E’ una Drulov cecoslovacca, una pistola da specialisti a canna molto lunga che può anche essere scambiata a vista da chi non se ne intende per una piccola mitragliatrice. Rossi insiste: vuole interrogare l’uomo che ora vive in Toscana con un’altra donna ma non può farlo. “Chiedo di far periziare le due pistole ma ciò non accade”. Ci sono tensioni e alla fine l’ispettore, a 56 anni, lascia. Va in pensione, convinto che si sia persa “una grande occasione perché c’era un collegamento oggettivo che doveva essere scandagliato”. Poche settimane dopo una “voce amica” gli fa sapere che l’uomo della moto è morto e che le pistole sono state distrutte. Rossi attende molti mesi- dall’agosto 2012 – prima di parlare, poi decide di farlo, “per il semplice rispetto che si deve ai morti”.
(Cit. Azione Prometeo)
Incredibile questa storia anche se non ci sono certezze, nel senso che la versione ufficiale non tiene conto di queste rivelazioni..
A proposito di ciò, in rete, ho trovato qualcosa che risponde forse a queste domande.
Chiaramente sposa la versione ufficiale.
Ci sono molti spunti secondo me.
" Le versioni provenienti dagli imputati dissociati/collaboratori di giustizia e dagli imputati che fecero scelte processuali opposte alla dissociazione/collaborazione sono, per larga parte, coincidenti. Inoltre, recenti accertamenti di natura tecnica o scientifica – sulla dinamica della azione a via Fani, sulla base di via Gradoli e sulla uccisione di Moro in via Montalcini – hanno definitivamente smontato le teorie complottiste, accreditando come sostanzialmente veritiera la ricostruzione della vicenda fornita dai responsabili del sequestro e della uccisione di Aldo Moro.
Esiste, quindi, oggi, un solido patrimonio di conoscenze da cui partire per valutare i fatti accertati dalle sentenze.
Sono chiare ed ampiamente provate le responsabilità dei componenti del Comitato esecutivo, della direzione della colonna romana e di coloro che presero parte, direttamente e in prima persona, alla operazione di via Fani e al sequestro protrattosi in via Montalcini.
Meno evidenti sono quelle di altri condannati nei processi Moro uno/bis e ter e, per alcuni di essi, gli elementi di prova presentano profili decisamente problematici.
Se quasi tutti ricordano i fatti salienti che avvennero la mattina del 16 marzo ’78, quasi nessuno ha memoria dell’episodio meno noto tra quelli che accaddero a via Fani: il tentato omicidio dell’ingegnere Alessandro Marini.
Era veramente arduo riporre fiducia nella credibilità del teste Marini che, nella fase iniziale della indagine, dopo aver visto alcune fotografie ed aver fatto anche una ricognizione personale, sostenne di essere assolutamente sicuro che uno dei brigatisti da lui visti la mattina del 16 marzo era Corrado Alunni, che però nulla c’entrava con via Fani ed aveva abbandonato le BR già da molto tempo.
Ma questo scivolone non impedì a Marini di diventare il più importante testimone del caso Moro e di ripetere mille volte, cambiando però mille volte la sua versione, che, essendosi trovato casualmente all’angolo tra via Stresa e via Fani, aveva incrociato due brigatisti che viaggiavano su una moto Honda. Il passeggero della moto aveva sparato contro di lui una raffica di mitra che aveva mandato in frantumi il parabrezza in plastica del suo ciclomotore Boxer. Marini si era salvato solo perché si era istintivamente abbassato.
Il testimone, quindi, convinse inquirenti e giudici di essere stato vittima di un tentativo di omicidio, commesso da due brigatisti, che però non saranno mai identificati, a bordo di una moto Honda, un mezzo che, tuttavia, nessuna indagine o processo ha mai dimostrato essere stato utilizzato dalle BR la mattina del 16 marzo.
A 25 persone è stata inflitta una pena definitiva anche per questo delitto.
Poi, in anni più recenti, fu la versione del testimone ad andare in frantumi.
In alcune fotografie scattate nella mattinata del 16 marzo ’78, si vede chiaramente un Boxer, parcheggiato su un marciapiede in via Fani, che ha il parabrezza in plastica tenuto insieme con una striscia di un vistoso scotch marrone, ma ancora tutto integro. Nessun colpo di arma da fuoco l’ha colpito. Quando venne convocato dalla Commissione di inchiesta sul caso Moro, Marini (che, in verità, lo aveva già detto al Pubblico Ministero nel ’94), per l’ennesima volta, fece marcia indietro e cambiò la sua versione dei fatti, cercando di adattarla alla nuova situazione: sì, era vero, il parabrezza si era rotto prima dei fatti di via Fani e lui, per tenerlo insieme, aveva applicato lo scotch. Solo dopo il 16 marzo, avendo notato un pezzo mancante, aveva creduto che il parabrezza fosse stato raggiunto da un proiettile.
Un altro colpo durissimo alla credibilità del testimone lo diedero due testimonianze particolarmente qualificate.
Il Procuratore generale di Roma, Luigi Ciampoli, ricordò ai parlamentari che Marini aveva sostenuto di essere stato minacciato a causa delle sue dichiarazioni sull’agguato di via Fani e la Polizia aveva installato un apparecchio nella abitazione dell’ingegnere per registrare le telefonate che riceveva a casa. Quelle registrazioni, dimenticate per 36 anni, erano state recuperate e dimostravano che Marini era stato sì effettivamente minacciato, ma per vicende personali che nulla c’entravano con il caso Moro.
Federico Boffi, dirigente del Servizio centrale della Polizia Scientifica (per incarico della Commissione parlamentare aveva analizzato la scena dell’agguato), spiegava che la versione del testimone non reggeva perché la analisi della dinamica della azione dimostrava che non erano stati esplosi colpi di arma da fuoco da un veicolo in movimento e che la traiettoria dei proiettili era opposta rispetto al luogo in cui Marini affermava di essersi trovato. "
Questo testimone è stato secondo me smontato pezzo per pezzo...
Alla fine passa quasi per uno inaffidabile... Uno che ha cambiato più volte la sua versione.
Ma qualcosa dovrà aver visto, altrimenti non ci sarebbe questa versione della moto Honda e del pilota e del passeggero armato..
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Re: 16 Marzo 1978.....
Perbacco amici carissimi, vedo che l'argomento si fa ricco e soprattutto, per pochi che siamo, stiamo trovando moltissimi spunti su questo caso che che da ben 48 anni tiene ancora banco.
La tesi ufficiale o per meglio dire la versione ufficiale dopo i vari processi, direi che più o meno la sappiamo tutti.
Quello che invece è difficile comprendere umanamente parlando, e voglio arrivarci piano piano portandovi sull'argomento come per mano, è qualcosa che non fa parte tanto dei misteri di questa vicenda, quanto della mancanza oggettiva di alcune risposte, a domande che si palesano via via che ci si inoltra in questo ginepraio..
Esempio:
Nel memoriale dell'onorevole Aldo Moro.
In tutte le sue lettere, avete fatto caso che non menziona mai gli agenti della sua scorta?
Moro in quei 55 giorni di prigionia, pare essersi completamente dimenticato di aver assistito al massacro della sua scorta..
Non vi pare una cosa strana?
Sapendo i rapporti che c'erano tra l'onorevole Aldo Moro e gli uomini della scorta, rapporti di amicizia e di un grande affetto nonché rispetto, possibile che il ricordo della loro morte violenta, non sia mai stato esternato nelle sue lettere?
Moro ha toccato svariati argomenti tra cui il suo partito che lo aveva palesemente abbandonato.
C'era rabbia e delusione nelle sue parole.
E quindi vi pare mai possibile che proprio lui non abbia mai scritto una parola dedicata a questi uomini e alle loro famiglie.
Sapere se qualcuno si era salvato.
Oppure anche delle parole di conforto alle famiglie appunto.
Niente di tutto questo.
Come se non fossero mai esistiti..
Perciò ecco sfociare un'altra teoria e cioè, quella in cui forse l'onorevole Aldo Moro, su quella FIAT 130 forse non c'era.
Non era a bordo.
Solo in questa maniera si può spiegare perché è un uomo come lui non abbia mai posto una domanda che sia una nei confronti degli uomini della scorta.
E qui entrano in gioco testimonianze che anche attraverso un filmato, ci propongono questa particolare e interessante teoria.
Pongo una domanda sempre riferita a questa teoria:
Vi pare normale che degli agenti che fanno scorta ad una personalità così importante e così a rischio, chiudano le loro mitragliette in dotazione nel portabagagli della loro auto?
Questo riflettendoci, mi fa pensare che erano talmente tranquilli e sereni perché a bordo non c'era nessuna personalità a rischio.
E quindi le loro armi più letali, erano custodite chiuse nel portabagagli.
Il commando di terroristi che ha rapito in Germania Hanns Martin Schleyer, ha ingaggiato con gli agenti della scorta un conflitto a fuoco, che se anche di breve durata, a causa dell'effetto sorpresa, ha dato per quel poco che è servito la possibilità agli agenti della scorta almeno ad alcuni di rispondere al fuoco con le loro mitragliette.
La ricostruzione filmata che avete messo immagino riproponga molto bene quanto accaduto.
È stata un'azione rapida, organizzata.
Vedete la differenza?
La scorta italiana aveva le armi chiuse nel bagagliaio della loro auto.
La scorta tedesca aveva le loro armi più letali d'ordinanza in auto con loro.
Schleyer è uscito a quanto pare illeso, ma fate bene attenzione che il commando di fuoco era distribuito intorno all'auto e non soltanto su un fianco.
Si può dire che l'auto in un certo qual modo fosse circondata.
Ma non voglio aggiungere altro al filmato che aggiungerò di seguito.
Guardatelo con la mente aperta a qualsiasi possibilità.
https://youtu.be/rKmfu_Zq7Tg?is=ddBmt3lgaV4XDVyD
Perdonatemi ma non ricordo come si fa ad ottenere l'anteprima....
La tesi ufficiale o per meglio dire la versione ufficiale dopo i vari processi, direi che più o meno la sappiamo tutti.
Quello che invece è difficile comprendere umanamente parlando, e voglio arrivarci piano piano portandovi sull'argomento come per mano, è qualcosa che non fa parte tanto dei misteri di questa vicenda, quanto della mancanza oggettiva di alcune risposte, a domande che si palesano via via che ci si inoltra in questo ginepraio..
Esempio:
Nel memoriale dell'onorevole Aldo Moro.
In tutte le sue lettere, avete fatto caso che non menziona mai gli agenti della sua scorta?
Moro in quei 55 giorni di prigionia, pare essersi completamente dimenticato di aver assistito al massacro della sua scorta..
Non vi pare una cosa strana?
Sapendo i rapporti che c'erano tra l'onorevole Aldo Moro e gli uomini della scorta, rapporti di amicizia e di un grande affetto nonché rispetto, possibile che il ricordo della loro morte violenta, non sia mai stato esternato nelle sue lettere?
Moro ha toccato svariati argomenti tra cui il suo partito che lo aveva palesemente abbandonato.
C'era rabbia e delusione nelle sue parole.
E quindi vi pare mai possibile che proprio lui non abbia mai scritto una parola dedicata a questi uomini e alle loro famiglie.
Sapere se qualcuno si era salvato.
Oppure anche delle parole di conforto alle famiglie appunto.
Niente di tutto questo.
Come se non fossero mai esistiti..
Perciò ecco sfociare un'altra teoria e cioè, quella in cui forse l'onorevole Aldo Moro, su quella FIAT 130 forse non c'era.
Non era a bordo.
Solo in questa maniera si può spiegare perché è un uomo come lui non abbia mai posto una domanda che sia una nei confronti degli uomini della scorta.
E qui entrano in gioco testimonianze che anche attraverso un filmato, ci propongono questa particolare e interessante teoria.
Pongo una domanda sempre riferita a questa teoria:
Vi pare normale che degli agenti che fanno scorta ad una personalità così importante e così a rischio, chiudano le loro mitragliette in dotazione nel portabagagli della loro auto?
Questo riflettendoci, mi fa pensare che erano talmente tranquilli e sereni perché a bordo non c'era nessuna personalità a rischio.
E quindi le loro armi più letali, erano custodite chiuse nel portabagagli.
Il commando di terroristi che ha rapito in Germania Hanns Martin Schleyer, ha ingaggiato con gli agenti della scorta un conflitto a fuoco, che se anche di breve durata, a causa dell'effetto sorpresa, ha dato per quel poco che è servito la possibilità agli agenti della scorta almeno ad alcuni di rispondere al fuoco con le loro mitragliette.
La ricostruzione filmata che avete messo immagino riproponga molto bene quanto accaduto.
È stata un'azione rapida, organizzata.
Vedete la differenza?
La scorta italiana aveva le armi chiuse nel bagagliaio della loro auto.
La scorta tedesca aveva le loro armi più letali d'ordinanza in auto con loro.
Schleyer è uscito a quanto pare illeso, ma fate bene attenzione che il commando di fuoco era distribuito intorno all'auto e non soltanto su un fianco.
Si può dire che l'auto in un certo qual modo fosse circondata.
Ma non voglio aggiungere altro al filmato che aggiungerò di seguito.
Guardatelo con la mente aperta a qualsiasi possibilità.
https://youtu.be/rKmfu_Zq7Tg?is=ddBmt3lgaV4XDVyD
Perdonatemi ma non ricordo come si fa ad ottenere l'anteprima....
Il paradiso può attendere!

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Conte Jägermeister
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Re: 16 Marzo 1978.....
Ho visto il video nella sua interezza ma ce ne sono anche altri, sempre del generale Laporta.
Laporta sostiene esplicitamente che:
Aldo Moro NON era nella Fiat 130 durante l’agguato di via Fani il 16 marzo 1978.
Fu “prelevato” prima (a casa o lungo il percorso, forse deviato da un ordine superiore della scorta), allontanato a piedi lungo un viottolo (prova: “sabbia nel risvolto dei pantaloni” trovata dopo) e portato in un eliporto vicino. Poi caricato su un elicottero senza insegne, sosta intermedia in provincia di Viterbo e prigione definitiva in Toscana. Solo dopo la partenza dell’elicottero scattò la strage della scorta.
La sparatoria fu orchestrata per uccidere solo la scorta (i cinque agenti). Le BR furono solo comparse o “manovalanza di basso livello” che spararono a casaccio da lontano. I veri killer erano sicari professionisti (elementi addestrati dello Stato italiano più “sicario sovietico” o servizi KGB/GRU).
Motivo: le BR dilettanti non potevano garantire di non ferire Moro con 91-93 colpi a raffica ravvicinata.
Prove che porta:
Nelle lettere Moro usa la parola “prelevamento” (solo due volte) invece di “rapimento”, e chiede alla moglie di recuperare “cinque borse che erano in macchina” (impossibile se fosse stato presente e le borse sequestrate dai brigatisti o dallo Stato). Secondo Laporta, Moro cercava di far capire a Cossiga e alla moglie che non era lì.
Moro non parla mai della scorta né chiede delle famiglie: segno che non assistette alla strage e non sapeva della loro morte.
Analisi balistica: un colpo frontale sul parabrezza della 130, traiettorie “da manuale” impossibili per i brigatisti (Morucci stesso li definiva “impreparati”), nessun vero tamponamento (foto e perizie 1978/2015 non mostrano danni consistenti).
Autopsie “manipolate”: Moro fu torturato (4 costole fratturate in momenti diversi + edema cerebrale).
L’operazione fu un complotto interamente nazionale (“Giuda” italiano che tradì la scorta con un ordine superiore), non straniero. Servì a impedire il compromesso storico e l’elezione di Moro a Presidente della Repubblica. Le trattative furono una farsa.
Queste tesi sono sue personali, basate su reinterpretazioni di documenti pubblici (lettere, foto, perizie balistiche, autopsie). Non sono mai state accettate da nessuna commissione parlamentare (né la prima né la seconda), né dai processi (Moro-quater), né dagli storici mainstream (Gotor, Biscione, ecc.). La versione ufficiale resta: Moro era nella 130, BR sole responsabili, spari mirati per non colpirlo.
I punti deboli che notano i critici:
Le “prove” (sabbia nei pantaloni, cinque borse, parola “prelevamento”) sono letture molto soggettive delle lettere. Gli storici le spiegano diversamente (Moro era sotto shock e si concentrava sul politico).
Testimoni oculari, i brigatisti stessi (Moretti e Morucci che lo estrassero), perizie 3D e bossoli collocano Moro lì.
L’idea di elicottero + prigione in Toscana è nuova e non supportata da atti ufficiali (la prigione di via Montalcini è confermata da tutti i processi e dai brigatisti).
È sicuramente una tesi affascinante e forse quella più plausibile, soprattutto per come si sono svolti i fatti durante l'assalto.
Moro non parla mai di rapimento ma di prelevamento......
Qui la chiave di lettura si fa oscura se non buia..
Laporta sostiene esplicitamente che:
Aldo Moro NON era nella Fiat 130 durante l’agguato di via Fani il 16 marzo 1978.
Fu “prelevato” prima (a casa o lungo il percorso, forse deviato da un ordine superiore della scorta), allontanato a piedi lungo un viottolo (prova: “sabbia nel risvolto dei pantaloni” trovata dopo) e portato in un eliporto vicino. Poi caricato su un elicottero senza insegne, sosta intermedia in provincia di Viterbo e prigione definitiva in Toscana. Solo dopo la partenza dell’elicottero scattò la strage della scorta.
La sparatoria fu orchestrata per uccidere solo la scorta (i cinque agenti). Le BR furono solo comparse o “manovalanza di basso livello” che spararono a casaccio da lontano. I veri killer erano sicari professionisti (elementi addestrati dello Stato italiano più “sicario sovietico” o servizi KGB/GRU).
Motivo: le BR dilettanti non potevano garantire di non ferire Moro con 91-93 colpi a raffica ravvicinata.
Prove che porta:
Nelle lettere Moro usa la parola “prelevamento” (solo due volte) invece di “rapimento”, e chiede alla moglie di recuperare “cinque borse che erano in macchina” (impossibile se fosse stato presente e le borse sequestrate dai brigatisti o dallo Stato). Secondo Laporta, Moro cercava di far capire a Cossiga e alla moglie che non era lì.
Moro non parla mai della scorta né chiede delle famiglie: segno che non assistette alla strage e non sapeva della loro morte.
Analisi balistica: un colpo frontale sul parabrezza della 130, traiettorie “da manuale” impossibili per i brigatisti (Morucci stesso li definiva “impreparati”), nessun vero tamponamento (foto e perizie 1978/2015 non mostrano danni consistenti).
Autopsie “manipolate”: Moro fu torturato (4 costole fratturate in momenti diversi + edema cerebrale).
L’operazione fu un complotto interamente nazionale (“Giuda” italiano che tradì la scorta con un ordine superiore), non straniero. Servì a impedire il compromesso storico e l’elezione di Moro a Presidente della Repubblica. Le trattative furono una farsa.
Queste tesi sono sue personali, basate su reinterpretazioni di documenti pubblici (lettere, foto, perizie balistiche, autopsie). Non sono mai state accettate da nessuna commissione parlamentare (né la prima né la seconda), né dai processi (Moro-quater), né dagli storici mainstream (Gotor, Biscione, ecc.). La versione ufficiale resta: Moro era nella 130, BR sole responsabili, spari mirati per non colpirlo.
I punti deboli che notano i critici:
Le “prove” (sabbia nei pantaloni, cinque borse, parola “prelevamento”) sono letture molto soggettive delle lettere. Gli storici le spiegano diversamente (Moro era sotto shock e si concentrava sul politico).
Testimoni oculari, i brigatisti stessi (Moretti e Morucci che lo estrassero), perizie 3D e bossoli collocano Moro lì.
L’idea di elicottero + prigione in Toscana è nuova e non supportata da atti ufficiali (la prigione di via Montalcini è confermata da tutti i processi e dai brigatisti).
È sicuramente una tesi affascinante e forse quella più plausibile, soprattutto per come si sono svolti i fatti durante l'assalto.
Moro non parla mai di rapimento ma di prelevamento......
Qui la chiave di lettura si fa oscura se non buia..
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Re: 16 Marzo 1978.....
Laporta scrive testualmente:
«In via Fani furono rinvenuti 93 bossoli, 49 dei quali d’una sola arma, d’un tiratore mai identificato, d’altissima perizia, peculiare alle forze speciali, “un gioiello di perfezione”, secondo un testimone intervistato da “Repubblica” il 18 marzo 1978».
Secondo lui questo dimostra un professionista esterno (forze speciali o sicario di Stato), perché:
Valerio Morucci ha sempre detto che i brigatisti avevano provato solo nella villa di Velletri (e prima in prati/boschi). Impossibile acquisire in poche ore una precisione da “gioiello”.
I quattro “avieri” (Morucci, Fiore, Gallinari, Bonisoli) erano dilettanti: operai/studenti, non tiratori scelti....
La perizia Ugolini 1978 attribuì davvero quei 49 bossoli a un solo FNAB-43. Ma la seconda perizia (Salza-Benedetti, anni ’90) e la ricostruzione 3D 2015 non hanno confermato che fosse un’unica arma: i colpi sono stati divisi tra i due FNAB-43 dei brigatisti (Morucci e Bonisoli). Molti proiettili andarono fuori bersaglio (30 su 49), quindi non proprio “perfetti”.
Laporta analizza la foto del parabrezza della 130 e dice:
«Da quella foto si evince che il foro prodotto nel vetro è quello di un proiettile molto veloce, dell’ordine dei 460 m/sec, per cui il vetro non si è sbriciolato ma soltanto frantumato lungo una corona molto ristretta… e che l’altezza del livello a cui si trova sul parabrezza lo fa sembrare un proiettile sparato da un cecchino con un’arma lunga, da una posizione elevata e lontana dal luogo in questione».
Secondo lui questo colpo non può essere stato sparato dai brigatisti a 5 metri con mitra FNAB-43 (velocità inferiore e traiettoria diversa).
Laporta calcola:
«Se spari a 2,5 metri senza mirare, una deviazione di soli 4 cm causa una deviazione finale di 50 cm; 6 cm diventano 75 cm. Anche il precisissimo tiratore professionista nulla potrebbe se l’ostaggio si muovesse improvvisamente… o se un colpo fosse deviato trapassando l’autista e il maresciallo Leonardi».
Quindi: impossibile che dilettanti BR uccidessero i 5 della scorta senza sfiorare Moro. Logica: Moro non poteva essere in macchina.
«In via Fani furono rinvenuti 93 bossoli, 49 dei quali d’una sola arma, d’un tiratore mai identificato, d’altissima perizia, peculiare alle forze speciali, “un gioiello di perfezione”, secondo un testimone intervistato da “Repubblica” il 18 marzo 1978».
Secondo lui questo dimostra un professionista esterno (forze speciali o sicario di Stato), perché:
Valerio Morucci ha sempre detto che i brigatisti avevano provato solo nella villa di Velletri (e prima in prati/boschi). Impossibile acquisire in poche ore una precisione da “gioiello”.
I quattro “avieri” (Morucci, Fiore, Gallinari, Bonisoli) erano dilettanti: operai/studenti, non tiratori scelti....
La perizia Ugolini 1978 attribuì davvero quei 49 bossoli a un solo FNAB-43. Ma la seconda perizia (Salza-Benedetti, anni ’90) e la ricostruzione 3D 2015 non hanno confermato che fosse un’unica arma: i colpi sono stati divisi tra i due FNAB-43 dei brigatisti (Morucci e Bonisoli). Molti proiettili andarono fuori bersaglio (30 su 49), quindi non proprio “perfetti”.
Laporta analizza la foto del parabrezza della 130 e dice:
«Da quella foto si evince che il foro prodotto nel vetro è quello di un proiettile molto veloce, dell’ordine dei 460 m/sec, per cui il vetro non si è sbriciolato ma soltanto frantumato lungo una corona molto ristretta… e che l’altezza del livello a cui si trova sul parabrezza lo fa sembrare un proiettile sparato da un cecchino con un’arma lunga, da una posizione elevata e lontana dal luogo in questione».
Secondo lui questo colpo non può essere stato sparato dai brigatisti a 5 metri con mitra FNAB-43 (velocità inferiore e traiettoria diversa).
Laporta calcola:
«Se spari a 2,5 metri senza mirare, una deviazione di soli 4 cm causa una deviazione finale di 50 cm; 6 cm diventano 75 cm. Anche il precisissimo tiratore professionista nulla potrebbe se l’ostaggio si muovesse improvvisamente… o se un colpo fosse deviato trapassando l’autista e il maresciallo Leonardi».
Quindi: impossibile che dilettanti BR uccidessero i 5 della scorta senza sfiorare Moro. Logica: Moro non poteva essere in macchina.
