16 Marzo 1978.....

Discussioni generali intorno alle moto e i biker, discorsi da bar...
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Palmambrogio
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Re: 16 Marzo 1978.....

Messaggio da Palmambrogio »

Perbacco io che ho letto i libri trovo che stiate argomentando con una precisione millimetrica oserei dire!
Ed è per questo che mi sovviene una domanda che mi pongo da tantissimi anni ormai.
L’onorevole Aldo Moro è stato tenuto prigioniero sempre nello stesso posto per tutti i 55 giorni: via Camillo Montalcini 8, nel quartiere Monteverde a Roma. Precisamente nell’appartamento interno 1, al piano terra o primo piano non mi ricordo con esattezza.
Era un appartamento normale, con giardino davanti, garage (dove poi lo hanno ucciso) e cantina. L’aveva comprato Anna Laura Braghetti nel luglio 1977 e ci viveva insieme a Germano Maccari, che si faceva chiamare “ingegner Luigi Altobelli”. Dentro non c’era un covo pieno zeppo di brigatisti: solo loro due fissi come carcerieri. Prospero Gallinari ci dormiva ogni tanto, e Mario Moretti passava quasi tutti i giorni per interrogare Moro. Nient’altro. Era una base “pulita”, pensata apposta per non dare nell’occhio.
Durante i 55 giorni la polizia (soprattutto l’UCIGOS, la squadra antiterrorismo di Cossiga) e i carabinieri hanno fatto giri nel palazzo. Suonavano ai campanelli degli inquilini, chiedevano documenti, controllavano chi c’era. Qualcuno ha anche parlato di appostamenti da un appartamento vicino (qualcuno dice addirittura microcamere nei lampioni e microfoni piazzati). Ma, e qui viene il bello, l’interno 1 al piano terra o primo piano che sia, lo hanno saltato. Non hanno mai bussato lì, non hanno mai perquisito davvero, anche se l’appartamento era già stato individuato....
E questa signori miei è una cosa che fa accapponare la pelle a pensarci bene...
I signori Braghetti e Maccari hanno raccontato che a un certo punto si sono accorti di strani movimenti (gente in tuta Enel, stranieri che parlavano lingue strane, cassonetti controllati), hanno capito che li tenevano d’occhio e hanno venduto l’appartamento subito dopo la morte di Moro...
Il compianto giudice Imposimato ha detto chiaro: «Quell’appartamento era monitorato dall’UCIGOS già dall’estate 1978, ma non hanno mai informato la Procura. C’era pure un blitz pronto l’8 maggio (il giorno prima dell’omicidio), con irruzione organizzata, infermeria pronta, evacuazione del palazzo… e poi una telefonata dal Viminale ha bloccato tutto».
Capite bene?
Una telefonata dal Viminale...
Il paradiso può attendere! :saggio: :ciapet2:
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Pino
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Re: 16 Marzo 1978.....

Messaggio da Pino »

l'Italia doveva cambiare...eravamo poveri illusi.
A quel pover uomo hanno impedito di salvarsi la vita.
Lo hanno condannato a morte..
Ma non sono state le brigate. Loro erano i carcerieri. Gli operai.
I mandanti. I capi, erano gli stessi compagni di partito che non hanno voluto trattare per la sua liberazione.
Sono tutti morti.
Conte Jägermeister
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Re: 16 Marzo 1978.....

Messaggio da Conte Jägermeister »

Pino ha scritto: oggi, 9:29 l'Italia doveva cambiare...eravamo poveri illusi.
A quel pover uomo hanno impedito di salvarsi la vita.
Lo hanno condannato a morte..
Ma non sono state le brigate. Loro erano i carcerieri. Gli operai.
I mandanti. I capi, erano gli stessi compagni di partito che non hanno voluto trattare per la sua liberazione.
Sono tutti morti.


Aggiungerei...... Impuniti....
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Conte Jägermeister
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Re: 16 Marzo 1978.....

Messaggio da Conte Jägermeister »

Cito un articolo del 2013 di "Azione Prometeo"
Dove ci sono interessanti rivelazioni:

Le sentenze non scrivono la storia e tantomeno le storie possono chiudersi con una sentenza. Perché ci sono verità che restano nascoste in fondo a bui abissi, protette dalla paura di chi sa e dal cinismo di poteri che non vogliono farle emergere. Così è per il sequestro e la morte del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, avvenuta il 9 maggio del 1978. Vicenda scritta dalla ferocia delle Brigate Rosse, ma forse anche da oscuri burattinai che sono rimasti finora nell’ombra. Dunque, una storia che ancora nasconde nelle sue pieghe torbide presenze e regie occulte che inchieste e processi non sono riusciti a svelare. Ma il tempo corrompe le complicità, modifica gli scenari e affranca le coscienze. Così, dopo 35 anni, è possibile che la storia della morte di Moro possa essere riscritta, liberata dalle catene del silenzio e dei depistaggi.
Nei giorni scorsi la procura della Repubblica di Roma ha infatti riaperto il caso, in seguito alla presentazione di una denuncia che propone una sconvolgente ipotesi: la prigione di Moro, in via Montalcini 8, a Roma, era stata individuata dai servizi segreti e da Gladio e controllata per settimane. Non solo: l’8 maggio del 1978 lo statista Dc che sognava di cambiare la politica italiana doveva essere liberato con un blitz delle teste di cuoio dei carabinieri e della polizia, ma una telefonata dal Viminale bloccò tutto.

La Renault rossa. E il giorno dopo Moro fu ucciso. Il suo cadavere fu fatto ritrovare nel portabagagli di una Renault rossa in via Caetani. In quel momento la storia italiana deragliò da un percorso progettato da Moro e dal suo amico-nemico Berlinguer, tornando nello schema ortodosso della politica dei blocchi e incamminandosi poi verso un tragico declino morale. Per la procura romana impossibile sottovalutare quell’esposto. Perché a redigerlo e depositarlo è stato Ferdinando Imposimato, oggi avvocato, ma soprattutto presidente onorario aggiunto della suprema corte di Cassazione e in passato magistrato che ha seguito alcune tra le più complesse e importanti inchieste della storia del Paese. Come quelle sul sequestro-omicidio di Aldo Moro.

A fornire a Imposimato la chiave che ha consentito di aprire questa nuova porta sul caso Moro è stato un sardo, Giovanni Ladu che ha oggi 54 anni. Un brigadiere della guardia di finanza in servizio a Novara che, nel 1978, era militare di leva nel corpo dei bersaglieri e fu testimone della decisione che condannò a morte Moro. Imposimato conobbe Ladu nell’ottobre del 2008. Si presentò nel suo studio all’Eur insieme a due colleghi, autorizzato dal suo comandante. Aveva scritto un breve memoriale nel quale sosteneva di essere stato, con altri militari a Roma, in via Montalcini per sorvegliare l’appartamento-prigione in cui era tenuto il presidente della Democrazia cristiana. Un appostamento cominciato il 24 aprile 1978 e conclusosi l’8 maggio, alla vigilia dell’omicidio di Moro.

Perché Ladu aveva atteso ben 30 anni prima di parlare? «Avevo avuto la consegna del silenzio e il vincolo al segreto – disse -, ma soprattutto avevo paura per la mia incolumità e per quella di mia moglie. La decisione di parlare mi costa molto, ma oggi spero che anche altri, tra quelli che parteciparono con me all’operazione trovino il coraggio di parlare per ricostruire la verità sul caso Moro».

Nome in codice: Archimede. Ladu raccontò così che il 20 aprile del 1978 era partito dalla Sardegna per il servizio militare. Destinazione: 231° battaglione bersaglieri Valbella di Avellino. Dopo tre giorni, lui e altri 39 militari di leva, furono fatti salire su un autobus, trasportati a Roma e alloggiati nella caserma dei carabinieri sulla via Aurelia, vicino all’Hotel Ergife. Furono divisi in quattro squadre e istruiti sulla loro missione: sorveglianza e controllo di uno stabile. A tutti i militari fu attribuito uno pseudonimo: Ladu diventò “Archimede”. Lui e la sua squadra presero possesso di un appartamento in via Montalcini che si trovava a poche decine di metri dalla casa dove, dissero gli ufficiali che coordinavano l’operazione, «era tenuto prigioniero un uomo politico che era stato rapito». Il nome di Moro non venne fatto, ma tutti capirono. Il racconto di Ladu era ricco di dettagli: controllo visivo 24 ore su 24, microtelecamere nascoste nei lampioni, controllo della spazzatura nei cassonetti. Per mimetizzarsi indossavano tute dell’Enel o del servizio di nettezza urbana. Così controllarono gli spostamenti di “Baffo” (poi riconosciuto come Mario Moretti) che entrava e usciva sempre con una valigetta o della “Miss” (Barbara Balzerani). Un giorno Ladu fu inviato con un commilitone a verificare l’impianto delle telecamere all’interno della palazzina dove era detenuto Moro. Era vestito da operaio. Invece di premere l’interruttore della luce, il brigadiere sardo suonò il campanello. Aprì la “Miss” e Ladu improvvisò con prontezza di spirito, chiedendo se era possibile avere dell’acqua.

Il piano di evacuazione. Il racconto era agghiacciante nella sua precisione. Nell’appartamento sopra la prigione di Moro, poi, erano stati piazzati dei microfoni che captavano le conversazioni. La cosa che stupì Ladu era che il personale addetto alle intercettazioni parlava inglese. «Scoprimmo in seguito – ricordò – che si trattava di agenti segreti di altre nazioni, anche se erano i nostri 007 a sovrintendere a tutte le operazioni». Altri particolari: era stato predisposto un piano di evacuazione molto discreto per gli abitanti della palazzina ed era stata montana una grande tenda in un canalone vicino, dove era stata approntata un’infermeria nel caso ci fossero stati dei feriti nel blitz delle teste di cuoio.

«L’8 maggio tutto era pronto – disse ancora Ladu – , ma accadde l’impensabile. Quello stesso giorno, alla vigilia dell’irruzione, ci comunicarono che dovevamo preparare i nostri bagagli perché abbandonavamo la missione. Andammo via tutti, compresi i corpi speciali pronti per il blitz e gli agenti segreti. Rimanemmo tutti interdetti perché non capivamo il motivo di questo abbandono. La nostra impressione fu che Moro doveva morire».
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Conte Jägermeister
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Re: 16 Marzo 1978.....

Messaggio da Conte Jägermeister »

L'americano di Kissinger...

"Steve Pieczenik inviato in missione da Washington, dopo 30 anni ha vuotato il sacco":

«Ho messo in atto la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Aldo Moro al fine di stabilizzare la situazione dell’Italia. I brigatisti avrebbero potuto cercare di condizionarmi dicendo “o soddisfate le nostre richieste e lo uccidiamo”. Ma la mia strategia era “No, non è così che funziona, sono io a decidere che dovete ucciderlo a vostre spese”. Mi aspettavo che si rendessero conto dell’errore che stavano commettendo e che liberassero Moro, mossa che avrebbe fatto fallire il mio piano. Fino alla fine ho avuto paura che liberassero Moro. E questa sarebbe stata una grossa vittoria per loro».


Pieczenik, assistente del sottosegretario Usa nel 1978, psichiatra, specialista in “gestioni di crisi”, esperto di terrorismo, visse – secondo quanto ha rivelato in un libro-intervista pubblicato nel 2008 “Abbiamo ucciso Aldo Moro. Dopo trent’anni un protagonista esce dall’ombra” edito in Italia da Cooper e curato da Nicola Biondo e passato stranamente inosservato – gomito a gomito con Francesco Cossiga la parte cruciale dei 55 giorni. Era lui, “l’esperto nordamericano del Dipartimento di Stato U.S.A. che indirizzò e gestì l’azione dello Stato italiano con le Br. La sua presenza al Viminale è stata interpretata, da molti, negli scorsi anni, come una sorta di “controllo” Usa sulla vicenda che coinvolgeva un Paese all’epoca decisivo negli equilibri Est-Ovest.
L’inviato della Casa Bianca, Pieczenik spiega e rivendica la scelta di aver finto di intavolare una trattativa con le Br quando invece «era stato deciso che la vita dello statista era il prezzo da pagare». L’esperto Usa va anzi oltre nelle sue rivelazioni: da un certo punto in poi tutta la sua azione mirò a far sì che le Br non avessero altra via d’uscita che uccidere Moro, fatto questo che avrebbe risolto la gran parte dei problemi che rischiavano di far conquistare all’Italia libertà, sovranità e indipendenza dagli Stati Uniti d’America.
«La mia ricetta per deviare la decisione delle Br era di gestire – spiega nel libro lo psichiatra – un rapporto di forza crescente e di illusione di negoziazione. Per ottenere i nostri risultati avevo preso psicologicamente la gestione di tutti i Comitati (del Viminale n.d.r.) dicendo a tutti che ero l’unico che non aveva tradito Moro per il semplice fatto di non averlo mai conosciuto».
Nel libro del giornalista francese Emmanuel Amara si spiega che il momento decisivo arrivò quando Moro dimostrò di essere ormai disperato. Su quella base si decise l’operazione della Duchessa, ossia il falso comunicato delle Br, scelta questa presa nel Comitato di crisi. «I brigatisti non si aspettavano di trovarsi di fronte ad un altro terrorista che li utilizzava e li manipolava psicologicamente con lo scopo di prenderli in trappola. Avrebbero potuto venirne fuori facilmente, ma erano stati ingannati. Ormai non potevano fare altro che uccidere Moro. Questo il grande dramma di questa storia. Avrebbero potuto sfuggire alla trappola, e speravo che non se ne rendessero conto, liberando Aldo Moro. Se lo avessero liberato avrebbero vinto, Moro si sarebbe salvato, Andreotti sarebbe stato neutralizzato e i comunisti avrebbero potuto concludere un accordo politico con i democristiani. Uno scenario che avrebbe soddisfatto quasi tutti. Era una trappola modestissima, che sarebbe fallita nel momento stesso in cui avessero liberato Moro».
Pieczenik spiega che Cossiga ha approvato la quasi totalità delle sue scelte e delle sue proposte. «Moro, in quel momento, era disperato e avrebbe sicuramente fatto delle rivelazioni piuttosto importanti ai suoi carcerieri su uomini politici come Andreotti. E’ in quell’istante preciso che io e Cossiga ci siamo detti che bisognava cominciare a far scattare la trappola tesa alle Br. Abbandonare Moro e fare in modo che morisse con le sue rivelazioni. Per giunta i carabinieri e i servizi di sicurezza non lo trovavano o non volevano trovarlo».
Pieczenik traccia un bilancio di questa sua strategia: «Ho messo in atto la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Moro al fine di stabilizzare la situazione dell’Italia. Mai l’espressione ‘ragion di Stato’ ha avuto più senso come durante il rapimento di Aldo Moro in Italia». Pieczenik raggiunse tre obiettivi: eliminare Moro, impadronirsi dei nastri dell’interrogatorio e del vero memoriale dello statista italiano, costringere le Br al silenzio.
Un passo indietro: durante il viaggio negli Stati Uniti del settembre 1974 Kissinger minacciò pesantemente Moro, come ha ricordato in un’aula giudiziaria il suo portavoce Corrado Guerzoni. Ed è bene non dimenticare la testimonianza della moglie di Moro, che riferì alla Commissione parlamentare che cosa dissero al marito esponenti della delegazione americana: “… Lei deve smettere di perseguire il suo piano politico di portare tutte le forze del suo paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare questa cosa, o lei pagherà cara, veda lei come la vuole intendere”.

(Cit.Azione Prometeo)
Ultima modifica di Conte Jägermeister il 21/03/2026, 14:30, modificato 1 volta in totale.
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Re: 16 Marzo 1978.....

Messaggio da Conte Jägermeister »

La "famosa" moto Honda..

Tutto è partito da una lettera anonima scritta dall’uomo che era sul sellino posteriore dell’Honda in via Fani quando fu rapito Moro. Diede riscontri per arrivare all’altro. Dovevano proteggere le Br da ogni disturbo. Dipendevano dal colonnello del Sismi che era lì”. Enrico Rossi, ispettore di polizia in pensione, racconta all’ANSA la sua inchiesta.


L’ispettore racconta che tutta l’inchiesta è nata da una lettera anonima inviata nell’ottobre 2009 a un quotidiano. Questo il testo: “Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente…”. L’anonimo fornì anche concreti elementi per rintracciare il guidatore della Honda. “Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più”. Il quotidiano all’epoca passò alla questura la lettera per i dovuti riscontri. A Rossi, che ha sempre lavorato nell’antiterrorismo, la lettera arriva sul tavolo nel febbraio 2011 “in modo casuale: non è protocollata e non sono stati fatti accertamenti, ma ci vuole poco a identificare il presunto guidatore della Honda di via Fani”. Sarebbe lui l’uomo che secondo uno dei testimoni più accreditati di via Fani – l’ingegner Marini – assomigliava nella fisionomia del volto ad Eduardo De Filippo. L’altro, il presunto autore della lettera, era dietro, con un sottocasco scuro sul volto, armato con una piccola mitraglietta. Sparò ad altezza d’uomo verso l’ingegner Marini che stava “entrando” con il suo motorino sulla scena dell’azione.

“Chiedo di andare avanti negli accertamenti – aggiunge Rossi – chiedo gli elenchi di Gladio, ufficiali e non, ma la “pratica” rimane ferma per diversi tempo. Alla fine opto per un semplice accertamento amministrativo: l’uomo ha due pistole regolarmente dichiarate. Vado nella casa in cui vive con la moglie ma si è separato. Non vive più lì. Trovo una delle due pistole, una beretta, e alla fine, in cantina poggiata o vicino ad una copia cellofanata della edizione straordinaria de La Repubblica del 16 marzo con il titolo ‘Moro rapito dalle Brigate Rosse’, l’altra arma”. E’ una Drulov cecoslovacca, una pistola da specialisti a canna molto lunga che può anche essere scambiata a vista da chi non se ne intende per una piccola mitragliatrice. Rossi insiste: vuole interrogare l’uomo che ora vive in Toscana con un’altra donna ma non può farlo. “Chiedo di far periziare le due pistole ma ciò non accade”. Ci sono tensioni e alla fine l’ispettore, a 56 anni, lascia. Va in pensione, convinto che si sia persa “una grande occasione perché c’era un collegamento oggettivo che doveva essere scandagliato”. Poche settimane dopo una “voce amica” gli fa sapere che l’uomo della moto è morto e che le pistole sono state distrutte. Rossi attende molti mesi- dall’agosto 2012 – prima di parlare, poi decide di farlo, “per il semplice rispetto che si deve ai morti”.


(Cit. Azione Prometeo)
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